Metaumano, troppo umanoIl Superman gentile è la risposta di Hollywood all’America trumpiana

Il film di James Gunn è caotico, traboccante di idee e volutamente imperfetto. E manda un messaggio chiaro alla politica estera degli Stati Uniti

LaPresse

In mancanza di una vera opposizione politica al trumpismo, dentro e fuori dagli Stati Uniti, tocca a Hollywood il compito di ricordare cosa l’America vorrebbe essere, ma non è più da tempo. E lo fa con un film divertente, strabordante di trovate e volutamente imperfetto che prova a rendere appetibile Superman, per l’ennesima volta. L’uomo d’acciaio torna al cinema con una tesi semplice, ma radicale: la bontà tenace è il miglior antidoto al nostro tempo cinico.

Il protagonista del film di James Gunn non è più l’eroe invincibile, freddo e imperturbabile, ma un ragazzo gentile, goffo, con i mutandoni rossi e un profondo amore per tutti gli esseri umani. Un sentimento che non sa gestire perché vuole salvare tutti: venditori ambulanti, passanti, scoiattoli, pur di fare sempre la cosa giusta. Lo fa perché gli è stato insegnato questo dai suoi genitori adottivi e biologici, più o meno. 

Gunn costruisce un universo narrativo traboccante con un film che fa della stratificazione di registri narrativi il proprio segno distintivo. Tantissimi personaggi secondari si affollano sullo schermo dandoci l’idea di tutte le direzioni che potrebbe prendere il microcosmo di Superman. Il concetto di universo tasca, Mr. Terrific e Lanterna Verde meriterebbero tutti un film a parte. Esultano i dirigenti della Dc Comics, pronti a nuovi sequel e spin off.

In questo caos calcolato, Gunn riesce nel compito più arduo assegnatogli: alleggerire il mito di Superman, liberandolo dalla gravitas che lo aveva appesantito nei film precedenti. L’eco della leggerezza Marvel, quella mostrata nel suo Guardiani della Galassia (2014), si fa sentire: montaggio vivace, dialoghi brillanti, trovate originali per condurre gli scontri con i cattivi, problemi ordinari per persone straordinarie e gag ricorrenti. Anche se quella del cane Crypto è forse ripetuta eccessivamente.

Una grande qualità di questo reboot è non raccontare ancora una volta le origini. Clark Kent lavora già al quotidiano Daily Planet, solo tre persone conoscono la sua vera identità e tutto il mondo sa dell’esistenza di Superman. Anzi, gli essere umani sono talmente abituati ai supereroi da non stupirsene più, come ne “Il marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Questa è una gran fortuna perché almeno non ci tocca vedere la navicella in fuga da Krypton, l’infanzia a Smallville, e la scoperta degli immensi poteri durante l’adolescenza.

Invece di ribadire ciò che il pubblico sa, Gunn racconta la storia di un uomo buono in un mondo cattivo. O meglio: di un alieno umanizzato che cerca di sopravvivere in un’epoca che fatica a distinguere il vero dal falso. Ovvero la nostra realtà, ma senza i supereroi. 

Superman è soprattutto un film politico perché il suo protagonista incarna il dilemma dell’America: essere il compiaciuto poliziotto del mondo che a forza di essere presente in tutti gli angoli del globo fa per forza errori, scontentando anche i suoi cittadini; oppure lasciarsi sedurre dall’isolazionismo trumpiano, usando la propria tecnologia per vendere armi e ottenere accordi economici più vantaggiosi? In due parole: cuore o cervello?

La risposta è scontata, ma non come ci si arriva. La storia infatti attraversa in modo inedito e a viso aperto alcuni riferimenti contemporanei: la vendita di armi, il rapporto ambiguo coi regimi, le fabbriche di bot, la manipolazione dei media. Tutte sfumature tenute insieme dal cattivo della storia e storico antagonista di Superman, Lex Luthor, interpretato da Nicholas Hoult, fin troppo bravo per la parte.

Anche lo spettatore meno ferrato in geografia coglie subito che Boravia e Jarhanpur, i due Stati in conflitto, sono metafore facili delle guerre contemporanee. Un nome che richiama l’Est Europa, l’altro un mix tra Medio Oriente e India/Pakistan: abbastanza generici da lasciare libertà di interpretazione, ma abbastanza evocativi da suggerire un’allusione all’atteggiamento accondiscendente di Trump verso Vladimir Putin o Benjamin Netanyahu.

Questa nuova versione di Superman gentile, col ghigno fiero di chi ama risolvere i casini del mondo e anche un po’ scemo (per sua stessa ammissione), potrebbe sembrare bizzarra agli occhi di noi italiani, soprattutto a coloro che non hanno mai visto “The Boys”, a cui questo film ruba temi ed estetica. Il protagonista di quella serie televisiva politicamente scorrettissima in cui i supereroi spadroneggiano sugli umani è Homelander. Si tratta dell’anti-Superman per eccellenza, vestito col mantello e i colori della bandiera americana. L’icona inquietante di un potere assoluto svincolato da qualsiasi codice morale. Un superuomo mediatico, narcisista e fascistoide. E ha anche i capelli biondo platino.

Se Homelander è il riflesso grottesco e sovranista di un’America che dagli altri pretende solo adorazione, il Superman di Gunn è il suo opposto dichiarato: un eroe che torna alle origini del mito, proteggendo i più deboli in modo quasi messianico. La vera svolta, però, è che non agisce più in solitudine: per affrontare le minacce più grandi, accetta il sostegno di altri metaumani, anche se più narcisi e meno sensibili di lui. Anche questo rappresenta una cesura rispetto alla tradizione che ci aveva abituati a un Superman-Atlante, solo e schiacciato dalla responsabilità del destino collettivo. Chissà che in queste ore, qualche funzionario europeo non stia già annotando il dettaglio per i prossimi summit della Nato.

Trump, che fiuta il pericolo mediatico meglio di quanto governi, ha capito che questo Superman non gli fa una buona pubblicità. Con la sua reputazione già ammaccata da un semestre di promesse ridicole (la pace in Ucraina in ventiquattr’ore, Gaza trasformata in resort) ha pensato bene di invertire lo storytelling avverso facendo postare dall’account ufficiale della Casa Bianca una locandina modificata del film con il suo volto al posto di Superman, naturalmente. 

Il presidente degli Stati Uniti sa che l’uomo d’acciaio è un riferimento della cultura popolare americana da maneggiare con cura. Da quando fu creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster, due ebrei di Cleveland figli di immigrati, Superman è l’outsider del Midwest che si fa accettare nella grande città, il cittadino esemplare che sceglie un nome comune per essere come tutti gli altri: Clark Kent. Il simbolo dell’eccezionale assimilazione americana. Ma anche la metafora dell’America come vorrebbe vedersi: gentile, onesta, responsabile. 

Non è un caso che James Gunn abbia definito il suo Superman un «immigrato», richiamandosi volutamente al personaggio originale dei fumetti che incarnava l’ideale americano attraverso lo slogan “Truth, Justice, and the American Way” (coniato nella serie tv degli anni Cinquanta con George Reeves). All’epoca, Superman era il difensore di quei valori fondanti che l’America si attribuiva con ingenua fierezza, ponendosi come guida morale del mondo occidentale. Oggi, però, quell’ideale appare svuotato, ribaltato da Trump che ha trasformato Truth in Truth Social, la giustizia in vendetta, e The American Way nell’ideologia del Make America Great Again.

Il film non lo dice esplicitamente, ma il messaggio è chiarissimo: Hollywood continua a immaginare un’America gentile e accogliente col resto del mondo, mentre Trump la vuole più dura ed esigente, pronta strapazzare gli alleati e trattare senza moralità con autocrati e dittatori pur di spartirsi in pace le zone di influenza. Che un film di supereroi, destinato al grande pubblico e con ambizioni da blockbuster, osi tanto è già di per sé interessante.

Come ricordava Vladimir Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura russa (Adelphi), nulla rovina un’opera più della volontà di mandare un messaggio, ma non si vive di soli capolavori. Alcune volte servono film scioccamente divertenti e buonisti a fare il gioco sporco.

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