
Seicentoquarantatré sono i giorni trascorsi da quel tremendo 7 ottobre 2023, dalle stragi feroci di Hamas che uccisero milleduecento persone e portarono al rapimento, con la deportazione a Gaza, di oltre duecentocinquanta tra uomini, donne e bambini, sottoposti a una prigionia fatta di soprusi, vessazioni e violenze sessuali.
In tante parti del mondo, le manifestazioni pro-palestinesi, amplificate da media e comunicazione conniventi, hanno rimosso totalmente i fatti del 7 ottobre e hanno saputo, in maniera estremamente sofisticata, trasformare agli occhi delle pubbliche opinioni le vittime israeliane in carnefici.
Un documento indispensabile a rimettere le cose sui giusti binari dell’informazione viene pubblicato in questi giorni: “The Dinah Project: A Quest for Justice – October 7 and Beyond”. Un rapporto dedicato alle vittime di violenza sessuale del 7 ottobre 2023 e a tutte le persone che hanno subito tali crimini in ogni luogo. Obiettivo principale del progetto è garantire il riconoscimento e la giustizia per le vittime e i sopravvissuti delle violenze sessuali legate al conflitto, avvenute in quel giorno e nei giorni successivi.
La scelta dello Stato d’Israele, fin dalle ore successive agli attacchi subiti, è stata quella di non mostrare lo scempio dei corpi dilaniati e fatti a pezzi, di non esibire la bestialità perpetrata dai terroristi e di tutelare la dignità delle vittime massacrate, non esibendo in maniera circostanziata quanto di brutale da loro subito.
In tanti hanno criticato questa scelta, ma è nella morale ebraica, che ritiene sacra la vita, la spiegazione del rifiuto di mostrare al mondo le scene raccapriccianti di quel giorno. Sarebbe stato molto facile mostrare le immagini dei massacri per impietosire il mondo, come si fa nel campo nemico in maniera ricorrente.
Se nella galassia palestinese si anela il sangue della propria gente, si creano degli show – molto spesso in maniera artefatta – e li si usano come strumento di propaganda, Israele non lo ha fatto e non lo farà mai, proprio per pudore e rispetto nei confronti delle vittime.
Il rapporto “Dinah Project” si assume quindi il gravoso onere di restituire dignità e giustizia alle vittime degli abusi, denunciando la sistematicità e la premeditazione dei fatti avvenuti in sei luoghi differenti di Israele e con le stesse abiette modalità operative.
Al termine dei massacri del Nova Festival, della Route 232, della base militare di Nahal Oz, dei kibbutzim Re’im, Nir Oz e Kfar Aza, i soccorritori trovarono le vittime nude, con le mani legate, spesso ad alberi e pali, mutilate nei genitali, stuprate e seviziate.
Gli stessi rapiti rilasciati da Hamas hanno raccontato la nudità forzata, le violenze fisiche e verbali subite, le aggressioni sessuali e la minaccia di matrimoni forzati con gli aguzzini. Un report drammatico, prodotto grazie alle testimonianze dei sopravvissuti – vittime esse stesse o testimoni oculari e auditivi delle violenze.
Allo stesso tempo, i resoconti dei soccorritori e le prove forensi, supportate da materiale fotografico, audio e video (prodotti nella maggior parte dei casi proprio dagli artefici dei crimini), hanno permesso – e permetteranno – di ricostruire prove schiaccianti delle responsabilità singole e collettive dei membri di Hamas e di chi si è unito alle stragi: dai finti giornalisti ai falsi medici al seguito dei terroristi.
Il rapporto si chiude con una serie di raccomandazioni chiave, tese a garantire la giustizia e provare la volontà genocidaria di Hamas, in quel 7 ottobre e nei mesi successivi, detenendo in cattività gli ostaggi rapiti.
Quello che è certo è che riconoscere la Crsv – Conflict Related Sexual Violence, la violenza sessuale sistematica, come «una categoria distinta che richiede paradigmi probatori specializzati, diversi dai reati sessuali comuni» significa far prevalere il concetto che si è trattato di un’arma criminale di guerra, tesa a disumanizzare le vittime, diffondere terrore e inviare un messaggio di morte e distruzione all’intera popolazione israeliana.
Per questo i singoli Paesi e l’Organizzazione delle Nazioni Unite dovrebbero includere Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche che utilizzano la violenza sessuale come arma di guerra.
Questa è la raccomandazione del “Dinah Project”. Una prova di buon senso e di giustizia sarebbe adottarla in ogni sede e diffonderla largamente in ogni media e consesso.