
Israele ha dato il via libera a una tregua di sessanta giorni a Gaza. Lo ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un post su Truth Social, definendolo un passaggio «necessario» verso la fine della guerra. Ma a oltre ventiquattro ore dalla proposta, Hamas non ha ancora comunicato la propria posizione. Sul tavolo c’è l’accordo più avanzato da mesi: sospensione dei combattimenti, rilascio di ostaggi israeliani, scambio con prigionieri palestinesi e una finestra diplomatica per negoziare una soluzione più ampia. Resta però in bilico, come ogni precedente tentativo, sul nodo centrale: Hamas accetterà una tregua senza garanzie di sopravvivenza politica? E Israele è pronto a fermarsi senza la caduta del gruppo terroristico palestinese?
Il presidente Trump incontrerà lunedì prossimo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. «Penso che avremo un accordo la prossima settimana», ha detto il presidente durante un incontro con la stampa in Florida. «Netanyahu vuole concludere. Vuole davvero farlo».
L’accordo prevede la sospensione totale delle operazioni militari per due mesi, la liberazione scaglionata di ostaggi israeliani – oggi circa cinquanta, di cui almeno venti vivi – e uno scambio con detenuti palestinesi. Non è stato reso noto il numero di prigionieri coinvolti, né le modalità operative dello scambio. I negoziatori contano di usare il periodo di tregua per costruire le condizioni di un’intesa più ampia, ma il governo israeliano non ha fatto concessioni sul punto centrale: lo smantellamento di Hamas resta, per Tel Aviv, un obiettivo non negoziabile.
«Spero che Hamas accetti questo accordo, perché non ci sarà un’offerta migliore, peggiorerà soltanto» ha dichiarato Trump. L’iniziativa è il risultato di mesi di negoziati condotti dall’inviato speciale Steve Witkoff, in coordinamento con Qatar ed Egitto. Secondo fonti diplomatiche citate dalla Cnn, la bozza finale tiene conto di alcune richieste avanzate da Hamas nei mesi scorsi e mira a superare lo stallo che ha bloccato le trattative dallo scorso marzo.
«Stiamo facendo pressione su Hamas. Se non accettano, l’unica opzione per riportare a casa gli ostaggi sarà quella militare», ha dichiarato l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon alla Bbc. «La guerra finirà quando gli ostaggi torneranno a casa».
Nelle ultime settimane Hamas ha mantenuto una posizione ambigua. Un suo alto rappresentante ha confermato contatti con i mediatori, ma ha anche ribadito che il gruppo non accetterà alcuna tregua che non includa un cessate il fuoco permanente, il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza e il riconoscimento del suo ruolo politico sul territorio.
Da parte israeliana, alcune valutazioni interne riconoscono che l’efficacia delle operazioni si è ridotta. Un funzionario dell’esercito israeliano (Idf) ha dichiarato a Cnn che Hamas ha perso gran parte della sua capacità operativa diretta, ma che l’organizzazione si è ormai ristrutturata in modalità clandestina, rendendo difficile localizzarla e colpirla con precisione.
Lunedì, un attacco aereo israeliano ha colpito un caffè sul lungomare di Gaza City, uccidendo almeno venti persone. Nelle ultime 24 ore, secondo fonti mediche locali, altri trentasette civili sono stati uccisi nei bombardamenti su Khan Younis, nel sud della Striscia. Il numero totale delle vittime palestinesi, secondo il ministero della Sanità controllato da Hamas, ha superato quota 56.600 dall’inizio del conflitto.
L’ultima tregua significativa tra le parti risale a gennaio 2025, ma è durata meno di due settimane prima che Israele riprendesse le operazioni militari. L’attuale proposta è considerata da molti osservatori il test decisivo sulla reale disponibilità di entrambe le parti a fermare il conflitto. Ma finché Hamas non darà una risposta ufficiale, il cessate il fuoco resta solo una possibilità.