Il colonialismo di MoscaLa lezione della Georgia, e la battaglia per evitare la russificazione dell’Ucraina

Nel 2008 l’Occidente rinunciò a garantire la sicurezza di Tbilisi dopo l’invasione di Putin, e ora è un protettorato del Cremlino. Kyjiv sa che la soluzione georgiana non è plausibile, e forse l’ha capito anche Trump. Forse

AP/Lapresse

La nuova fornitura di armi degli Stati Uniti è una grande notizia per l’Ucraina. L’annuncio di Donald Trump segna una nuova svolta nella guerra in Europa, ammesso che non ricambi idea. Al momento è un cambiamento significativo nella postura verso Kyjiv e l’Occidente.

Dopo mesi di tentativi falliti per portare la Russia al tavolo dei negoziati, Trump sembra essersi convinto che pianificare la fine della guerra sia sempre più difficile. Per questo, per ora, ha scelto di permettere all’Ucraina di difendersi da un’aggressione che dura da tre anni e mezzo. È l’unica strada possibile. Perché se Kyjiv sarà forte, allora sarà più facile convincere Vladimir Putin ad abbassare le sue pretese imperialiste.

Se poi si dovesse arrivare a un vero cessate il fuoco e a un accordo, l’Ucraina dovrà comunque ricevere delle garanzie. Perché se c’è una certezza, questa è che Mosca continuerà a minacciare la sovranità dell’Ucraina e a intromettersi nei suoi affari interni. La previsione è fin troppo facile, dopotutto è già accaduto in passato. È accaduto dopo un’altra guerra di aggressione russa, dopo l’invasione della Georgia nel 2008. All’epoca l’Occidente commise l’errore di non proteggere il Paese del Caucaso meridionale, non lo integrò nelle istituzioni multilaterali, lo lasciò in balia di un vicino più grande, più forte e più aggressivo.

Il paragone tra Georgia e Ucraina non può essere totale: la Georgia aveva meno strumenti e risorse. Tuttavia, entrambi i Paesi si sono trovati a fronteggiare un’aggressione russa in un contesto di avvicinamento all’Occidente. Le somiglianze, pur nella diversità dei contesti, sono rilevanti. Lo ha fatto notare l’ex ministro degli Esteri della Georgia Ekaterine Tkeshelashvili, al governo durante l’ultima amministrazione non filorussa del Paese, quella di Mikheil Saakashvili, in una lunga analisi per Foreign Affairs.

Tkeshelashvili ricorda che nel 2008 il suo Paese era una democrazia filoccidentale che sembrava procedere lentamente ma con costanza verso l’integrazione nell’Unione europea e l’adesione alla Nato. Il presidente statunitense George W. Bush definì il Paese «un faro di libertà per la regione e il mondo». Poi però dopo l’invasione russa, Unione europea e Stati Uniti intervennero per mediare un cessate il fuoco, ma non imposero sanzioni né altre limitazioni significative alla Russia. Al contrario, scelsero di dare priorità alla normalizzazione dei rapporti con Mosca: in pratica un lasciapassare per Vladimir Putin e le sue ambizioni imperialiste.

L’autrice dell’articolo ripercorre i passaggi dell’invasione, dalla preparazione ai giorni più caldi, fino alle decisioni politiche successive al cessate il fuoco. «L’accordo di cessate il fuoco iniziale, mediato dal presidente francese Nicolas Sarkozy il 12 agosto 2008, era volutamente vago, senza meccanismi chiari per far rispettare la tregua. L’accordo si rivelò insufficiente a fermare l’avanzata russa verso Tbilisi». Solo con un significativo coinvolgimento statunitense la situazione cominciò a cambiare. Il 13 agosto, affiancato dal Segretario di Stato Condoleezza Rice e dal Segretario alla Difesa Robert Gates nei giardini della Casa Bianca, Bush condannò l’aggressione russa e annunciò il lancio di una missione umanitaria con l’intervento militare statunitense. Questa dichiarazione, segno di una posizione più decisa degli Stati Uniti, contribuì a fermare l’avanzata russa verso Tbilisi.

Due giorni dopo, Rice arrivò a Tbilisi per incontrare il presidente georgiano Mikheil Saakashvili e altri leader, affrontando i punti deboli dell’accordo di cessate il fuoco. Tra questi, una clausola permetteva alle forze russe di attuare «misure di sicurezza aggiuntive» non specificate fino al dispiegamento di osservatori internazionali, consentendo di fatto operazioni militari russe oltre i confini amministrativi dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia.

Un mese dopo l’Unione europea istituì la European Union Monitoring Mission in Georgia per verificare l’attuazione del cessate il fuoco, promuovere stabilità e costruire fiducia tra le parti. Ma la Russia ha costantemente ostacolato l’accesso degli esperti dell’Unione alle regioni occupate, contraddicendo apertamente spirito dell’accordo. Questo rifiuto ha permesso a Mosca di militarizzare ulteriormente e consolidare il controllo sul territorio georgiano. Pochi settimane dopo il cessate il fuoco, la Russia riconobbe unilateralmente Abkhazia e Ossezia del Sud come Stati indipendenti, violando i termini dell’accordo e i principi fondamentali del diritto internazionale.

«L’esperienza della Georgia insegna che un cessate il fuoco non può essere l’obiettivo finale della politica estera occidentale in Europa orientale», scrive Tkeshelashvili. «Senza un’architettura di sicurezza più ampia e credibile, la Russia continuerà a usare la forza e l’intimidazione per raggiungere i propri obiettivi, ampliando la sua influenza e minando la sovranità degli Stati indipendenti».

Il caso georgiano ha rappresentato una sconfitta per l’Europa, gli Stati Uniti e tutto l’Occidente. Ma per qualche anno si è fatto finta di niente, ignorando la possibilità che lo stesso scenario potesse ripetersi – che Putin potesse invadere ancora. È successo con la Crimea nel 2014, e anche lì qualcuno ha chiuso più di un occhio. Ma da febbraio 2022 è stato impossibile ignorare la sistematicità delle aggressioni russe nei territori ex sovietici. E a tre anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, né Washington né Bruxelles hanno mai articolato un piano credibile per far finire questa guerra e proteggere la pace in Europa.

«Affinché la diplomazia abbia successo in Ucraina – scrive ancora Tkeshelashvili su Foreign Affairs – deve partire dalla consapevolezza che Putin non si fermerà a meno che non venga costretto. Un cessate il fuoco che congela le conquiste territoriali della Russia, privo di scadenze vincolanti, che impone vincoli alla vittima e non all’aggressore, e che si basa su vaghe promesse di pace duratura, servirà solo a legittimare la strategia revisionista di Mosca».

Solo fornendo reali garanzie di sicurezza all’Ucraina gli Stati Uniti e i loro alleati europei potranno fermare Putin. Per Kyjiv l’adesione alla Nato resta la garanzia di sicurezza più efficace ed economica. Anzi, non lo è solo per l’Ucraina, ma anche per la Nato stessa. Se questo non è possibile, o almeno non in tempi brevi, i membri dell’alleanza potrebbero permettere a Kyjiv di armarsi al punto da scoraggiare future aggressioni autonomamente, sostenute da accordi formali che garantiscano la difesa aerea. È fondamentale rafforzare l’industria della difesa ucraina, garantire la presenza continuativa di addestratori e osservatori militari occidentali, e integrare le forze armate del Paese nelle strutture operative della Nato. E in parte è stato fatto la settimana scorsa, con l’annuncio arrivato durante la Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina tenuta a Roma.

Anche la ricostruzione e la ripresa economica, spiega Tkeshelashvili nel suo articolo, saranno essenziali per il futuro del Paese. Si possono mobilitare gli asset russi congelati per finanziare la ricostruzione, integrare l’Ucraina nelle catene di approvvigionamento occidentali, proteggere le sue risorse minerarie rare e ancorare il Paese in modo stabile e irreversibile all’architettura economica e di sicurezza euro-atlantica. Ogni progetto meno ambizioso di questo rischia di creare uno scenario simile a quello già visto in Georgia.

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