Capitali transfrontaliereL’integrazione culturale europea laddove c’era il confine tra est e ovest

Gorizia e Nova Gorica hanno saputo trasformare una ferita storica in un’occasione di rinascita condivisa, aprendo la strada a nuove forme di collaborazione nei territori divisi

Unsplash

Un anno fa su queste pagine avevamo raccontato i preparativi di una grande sfida: due città, Gorizia e Nova Gorica, situate in due Paesi diversi e divise per anni da un muro che segnava il confine tra Italia e Jugoslavia (dal 1991 Slovenia) pronte a diventare un’unica capitale europea della cultura. Insieme. Il progetto GO! 2025 nasceva proprio con l’obiettivo di essere la prima capitale “borderless” condivisa tra due città transfrontaliere. E oggi, a poco più di sei mesi dall’inizio di questa esperienza, si può dire che la sfida è stata vinta. Piazza della Transalpina, un tempo simbolo della cortina di ferro, è diventata il cuore di un calendario fitto di appuntamenti che usa la frontiera come palcoscenico.

Gorizia ha una storia millenaria. Per tanti anni fu un’importante città commerciale asburgica e le influenze austro-ungariche sono ancora ben visibili. Divenne italiana dopo la Prima guerra mondiale con una parentesi breve ma indelebile sotto il controllo jugoslavo nel 1945, quando il regime di Tito deportò quasi settecento goriziani. Nel dopoguerra si aprì una crisi diplomatica tra alleati, con le forze anglo-americane da un lato e i partigiani jugoslavi dall’altro, che si risolse solo dopo due anni di tensioni. Venne tracciato un confine netto e costruito un muro in piazza della Transalpina, una delle principali piazze della città, sottraendo a Gorizia una parte del proprio tessuto urbano. 

Sul lato italiano rimase il centro storico, su quello orientale la stazione. Per dare un nuovo riferimento amministrativo alla porzione di territorio passata alla Jugoslavia venne creata Nova Gorica: un agglomerato urbano costruito da zero, con un marcato stile architettonico socialista, che accentuò ancora di più la distanza fra due comunità confinanti, separate da un muro ma appartenenti a mondi diversi. Da una parte l’occidente, il capitalismo e l’inizio dell’integrazione europea. Dall’altra l’influenza sovietica, il regime comunista e una bandiera con la stella rossa e la scritta «noi costruiamo il socialismo» che sventolava sulla stazione dei treni. Una linea di demarcazione che ha pesato per decenni sulla popolazione goriziana.

Ed è proprio in virtù di questo passato che l’esperienza di Gorizia-Nova Gorica capitale europea della cultura risulta ancor più straordinaria. Le due città sono state capaci di mettere il pragmatismo e il bene del territorio davanti ai risentimenti del passato e ai venti sovranisti degli ultimi anni. Così, quello che dodici mesi fa era solo un programma ambizioso oggi è realtà: spettacoli sold out, mostre, migliaia di eventi, festival che iniziano in Italia e finiscono in Slovenia.

La collaborazione tra le due amministrazioni e tra i due Paesi è stata molto positiva e la linea di confine è diventata il collante che ha permesso al progetto di funzionare. A raccontarlo a Linkiesta è il Sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna: «A Gorizia e Nova Gorica abbiamo messo in piedi circa duemila eventi — spiega Ziberna — tra cultura e sport: dal salto con l’asta in piazza Transalpina con rincorsa in Italia e caduta in Slovenia, al passaggio del Giro d’Italia, fino alle grandi mostre dedicate ad Andy Warhol, Ungaretti e al tesoro dell’Arcidiocesi di Aquileia. In cartellone anche un’esposizione su Franco Basaglia, che proprio qui ispirò la legge che chiuse i manicomi. Ma potrei citare centinaia di altri eventi che hanno dato lustro alle nostre città».

L’impatto è visibile anche nei numeri: le presenze turistiche sono cresciute di oltre il trenta percento in soli due anni, con un aumento del sessantaquattro percento di stranieri. Gli spazi culturali sono stati rinnovati e nuovi luoghi restituiti alla città. «Il palco della capitale della cultura in realtà è tutta la Regione — continua Ziberna — con eventi diffusi in tutto il Friuli-Venezia Giulia. Agli investimenti nella cultura abbiamo voluto affiancare quelli nello sport e nelle aree verdi, restituendo alla città tanti spazi. Partivamo già da una buona base, visto che Gorizia è prima in Italia per verde urbano fruibile secondo la classifica del Sole 24 Ore, ma abbiamo voluto fare un passo in più».

Nei prossimi mesi le nuove manifestazioni continueranno e quelle esistenti verranno potenziate. Come il Visavì dance festival, arrivato alla sesta edizione, che quest’anno vedrà coreografie partire nelle piazze e nei cortili di Gorizia e chiudersi nei giardini di Nova Gorica. «Siamo a poco più di metà percorso. — sottolinea con orgoglio Ziberna — Nelle prossime settimane avremo anche l’installazione Kalos–Il Caleidoscopio della Cultura di Stefania Celia Centonze che poi sarà trasferito a Pordenone, collegando simbolicamente la nostra capitale europea della cultura 2025 con la futura capitale italiana della cultura 2027. A ottobre debutterà anche Go! Pharus, sempre di Centonze, un obelisco concepito come faro di pace e simbolo di unione tra i popoli».

L’effetto più tangibile non si misura però soltanto in presenze, opere e biglietti venduti. È l’atmosfera nelle due città ad essere cambiata: ci sono l’orgoglio e la consapevolezza di non essere più soltanto due comunità di frontiera ma un esempio concreto di integrazione europea. La scelta della Commissione di premiare due città che fino a vent’anni fa erano separate da un muro è un messaggio politico oltre che culturale. Non si tratta solo di programmazione artistica, ma di una vera e propria best practice: se in pochi anni Gorizia e Nova Gorica sono riuscite a comportarsi come una sola città, allora è possibile immaginare lo stesso modello in altri confini europei più problematici. È un modo per mostrare che l’Unione può nascere anche da progetti culturali condivisi, non soltanto da trattati e bilanci. Qui l’integrazione europea trova la sua traduzione più concreta.

Il titolo dura un anno, ma la vera sfida sarà mantenere lo slancio dopo. I due Sindaci parlano di festival permanenti, di una rete culturale stabile e della manutenzione degli spazi creati per l’occasione. Non sarà semplice, perché l’attenzione internazionale tenderà a spostarsi altrove. Ma l’eredità è già tangibile: piazza Transalpina non è più solo un luogo di memoria, è diventata un palcoscenico. In anni in cui il mondo discute di barriere, qui il confine è diventato un punto di incontro e di cultura.

X