Avranno una banca?La battaglia per Mediobanca, il ruolo del mercato, e l’interventismo del governo

Le scalate finanziarie estive non sono sempre fortunate, vedremo cosa succederà questa volta all’Ops del Monte dei Paschi su Piazzetta Cuccia, sostenuta da Palazzo Chigi. Nagel ha ancora carte da giocare, non solo Banca Generali, ma anche gli interessi e le responsabilità degli azionisti, tanto più che c’è in corso un’inchiesta della procura di Milano

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Di colpi di scena estivi, in Piazza Affari, non mancano esempi gloriosi. Raul Gardini scalò la Montedison nel luglio 1987. Tronchetti Provera si prese Telecom Italia nello stesso mese del 2001. Gianpiero Fiorani ci provò con Antonveneta nel 2005. Certo, con questi tre esempi alle spalle (dal primo nacque poi Tangentopoli, dal secondo la Pirelli fu costretta a uscire, il terzo costò la carriera a un governatore della Banca d’Italia) il Monte dei Paschi di Siena – che ha lanciato la clamorosa Ops (offerta pubblica di scambio) su Mediobanca – ha poco da stare tranquillo. 

Ma questa volta un’offerta di mercato che si gioca in Borsa conta su un protagonista molto speciale: è il governo, azionista di Mps e regista dell’intera operazione. Non è una questione marginale. Intanto perché questo è l’esecutivo più stabile della storia repubblicana e destinato a diventare anche il più longevo (mancano solo duecentoventicinque giorni). Per questo condiziona più che mai il comportamento di tutte le parti in causa.

Tuttavia Mediobanca, ultimo baluardo dell’ex-galassia del Nord, non si dà per vinta. Il suo Ceo Alberto Nagel, forse nel ruolo di erede del patriarca Enrico Cuccia, prima di gettare la spugna promette di non lasciare nulla di intentato, anche per evitare ogni possibile rimorso.

È questo il senso dell’assemblea di Mediobanca convocata per il 21 agosto, all’ordine del giorno, l’Ops su Banca Generali effettuata offrendo in cambio il tredici per cento del capitale della controllante Assicurazioni Generali. Assemblea che era stata annullata il 15 giugno scorso, all’ultimo minuto, probabilmente per paura di perdere, ufficialmente per permettere a Generali e Banca Generali di chiarire meglio il loro ruolo futuro. Allora sembrava una resa. Adesso un’ultima spiaggia. Ma non senza una logica e qualche buona speranza.

Nel frattempo, dal 14 luglio scorso è partita l’operazione di Mps, che per Piazzetta Cuccia offre 2,53 titoli per ogni azione Mediobanca. Al momento è a sconto del tre-quattro per cento, non esattamente un affare per gli azionisti, tutt’altro. Ma si chiude l’8 settembre (una data emblematica, a proposito di resa). Ma c’è tempo per rilanciare. E su questo tempo conta Nagel: l’assemblea per approvare l’offerta su Banca Generali è fissata il 21 agosto, a ridosso dell’ok della Banca centrale europea previsto per il 18. Poi servono almeno cinque giorni feriali per adeguare il prospetto e avere l’ok Consob.

Si va al 25 agosto, quando serviranno altri cinque giorni per avere il verdetto dell’emittente (Banca Generali deve esprimere il suo parere rispetto ai suoi azionisti). Si va al primo settembre, quando l’Ops può dunque partire, prima che l’offerta di Mps si sia conclusa. 

In questo modo gli azionisti di Mediobanca hanno qualche giorno per scegliere l’offerta di Nagel in alternativa a quella di Mps. Inoltre, in questo lasso di tempo, potrebbe anche accadere che Consob, vista la situazione molto particolare che si è venuta a creare con due operazioni sovrapposte, sospenda l’offerta di Mps sulla falsariga di quanto già fatto con l’Opa di Unicredit su Bpm, sospesa per permettere di digerire le novità introdotte dal golden power. Qui si tratterebbe di capire cosa cambia nel perimetro e nella strategia di Mediobanca a valle delle decisioni prese dai soci il 21 agosto. Una richiesta in tal senso è già stata avanzata da un piccolo azionista di Mediobanca e Mps.

Naturalmente lo schema di Nagel presuppone che l’assemblea del 21 si esprima a favore dello scambio tra il tredici per cento di Generali e il cento per cento di Banca Generali, e dunque di un progetto che prevede tra i tre soggetti una partnership strategica e industriale di cui, al momento, c’è la volontà di Generali a trattare. Su questo punto l’amministratore delegato di Trieste Philippe Donnet è stato cauto nell’ultimo consiglio.

In questa fase Generali guarda a ogni possibile sviluppo e dunque tende a non sbilanciarsi troppo verso il suo grande azionista milanese. Come è peraltro giusto che sia per la più grande impresa finanziaria del nostro Paese, di cui è in gioco l’assetto futuro.

Ma che carte ha in mano, Nagel, in vista dell’assemblea del 21 agosto, da cui dipende tutto quanto detto finora? Contro di lui c’è senz’altro il trenta per cento di Caltagirone (circa il dieci per cento) e Delfin (circa il venti per cento). Il resto è nelle mani del mercato retail, fondi comuni, fondi hedge, e qualche grande socio. Il 16 giugno scorso Mediobanca sembrava sotto: gioco, partita, incontro. Ora Nagel scommette che, al tie-break del quinto set (la metafora tennistica tornata di moda), qualcosa possa ancora cambiare. 

Per esempio, Unicredit: cosa è successo al quattro per cento rastrellato da Andrea Orcel che, avendo rinunciato a Bpm, ora non ha più niente da chiedere al governo? E che dire degli enti Enpam (due per cento), Enasarco (due virgola cinque per cento) e Cassa Forense (uno per cento), finiti nel frattempo sotto la lente della Guardia di Finanza per i processi decisionali che li hanno portati a prendere posizione nella partita? Per poi passare al circa quattro per cento venduto dalla famiglia Doris e Mediolanum sul mercato: se sono vere le voci che vedono tra i compratori alcuni fondi speculativi; a questi interessa far salire il titolo (balzato in Borsa dell’otto per cento da quando si è saputo che Nagel avrebbe anticipato l’assemblea a fine agosto) più che consegnarlo a Mps. Poi ci sono gli azionisti storici del patto, intorno al sette per cento; e i Benetton, che hanno un vecchio due per cento.

Come se non bastasse, è in corso l’inchiesta della Procura di Milano, che mira a far luce sulla cessione, risalente a novembre, di una parte della quota di Mps in mano al Tesoro, partecipazione acquistata da Caltagirone, Delfin e dal gruppo Banco Bpm. L’esito del procedimento potrebbe rimescolare le carte della partita, a condizione che si conosca in tempi brevi.

In questo quadro, il ruolo del governo è importante, ancorché silente. Per tutti i soggetti chiamati a esprimersi nell’assemblea di Mediobanca è chiaro che il voto su Banca Generali diventa anche un sì o no alle scelte fatte dal governo e in particolare dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Possiamo anche far finta di niente, ma che la partita abbia un arbitro ben poco neutrale, più che un «fattoide», come direbbero a Wall Street, in Piazza Affari pare un fatto.

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