
In Moldova, dove ogni elezione è un referendum sull’Europa o la Russia, il prossimo voto parlamentare del 28 settembre è già nel mirino del Cremlino. Al termine di una riunione del Consiglio Supremo di Sicurezza, la presidente moldava Maia Sandu ha denunciato un piano «senza precedenti» da parte della Russia per «controllare la Moldova dall’autunno» e inserire propri uomini nel prossimo parlamento. Mai come ora è a rischio l’indipendenza democratica della repubblica ex sovietica incastonata tra Romania e Ucraina. Il pericolo, dice Sandu, è esistenziale: «La più grande minaccia dell’interferenza russa è al cuore della nostra sicurezza nazionale, della nostra sovranità e del nostro futuro europeo».
Secondo il governo moldavo, la strategia del Cremlino sarebbe ampia e articolata: comprende cyberattacchi contro le istituzioni, campagne di disinformazione gestite via Telegram, TikTok e Facebook, proteste organizzate e retribuite, manipolazione religiosa attraverso il clero filorusso, e soprattutto un’enorme iniezione di denaro illecito nel sistema elettorale. Un altro tassello di una campagna che va avanti da anni per impedire a Chișinău di entrare nell’Unione Europea e nella Nato.
«Sono stati identificati almeno dieci strumenti principali di interferenza», ha dichiarato la presidente Sandu, «incluso un finanziamento stimato di cento milioni di euro in criptovalute». Denaro che sarebbe destinato ad acquistare voti, pagare manifestanti, sostenere candidati mascherati da indipendenti ma in realtà collegati a Mosca. Tra questi, spiccano figure legate al discusso oligarca fuggitivo Ilan Șor, leader del partito omonimo dichiarato illegale e già accusato di riciclaggio internazionale per finalità politiche. La Commissione Elettorale Centrale, lo scorso mese, ha rifiutato di registrare la nuova formazione «Blocul Victoriei» proprio per violazioni delle leggi sul finanziamento dei partiti. Una decisione che Șor ha definito «assurda».
Il Cremlino ha negato ogni accusa. Il portavoce Dmitrij Peskov ha liquidato le denunce della presidente Sandu come «false» e «senza fondamento», ribadendo che «la Russia non interferisce negli affari interni di altri Paesi». Ma le prove raccolte dai servizi moldovi e rilanciate dai media indipendenti parlano di attività coordinate e crescenti: campagne che usano deepfake, email false inviate alla diaspora, prestiti microfinanziari sospetti nelle aree più vulnerabili, e una retorica sovranista euroscettica amplificata da fondazioni legate a Mosca come la Eurasia Foundation. A essere bersagliata non è solo la base elettorale filoeuropea, ma anche il centro moderato: «Vogliono seminare dubbi tra gli elettori che sostengono l’Ue, sabotando l’intero processo elettorale anche all’estero», ha avvertito Sandu.
Il Partito Azione e Solidarietà (Pas) della presidente moldava è attualmente in testa nei sondaggi con circa il ventisette per cento dei consensi, ma un blocco unificato delle forze filorusse, formato da quattro partiti tra cui i Socialisti e i Comunisti, punta a ribaltare l’attuale maggioranza. Il rischio è che Mosca riesca a imporsi per vie traverse, utilizzando candidati di facciata, propaganda aggressiva e crisi orchestrate. Nel referendum dello scorso ottobre, che ha visto una stretta maggioranza (50,3 per cento) votare per l’adesione costituzionale all’Unione europea, erano già emersi segnali di manipolazione.
Nel frattempo, oltre centoquarantamila cittadini risultano sotto inchiesta per un presunto schema di compravendita di voti legato alle elezioni presidenziali del 2021. Un numero impressionante per un Paese di appena 2,5 milioni di abitanti. La presidente ha anche denunciato il silenzio colpevole di piattaforme digitali come Telegram, accusate di non collaborare con le autorità locali nel contrasto ai reati elettorali e alla disinformazione.