La guerra dentroL’esercito israeliano contesta (ancora una volta) Netanyahu su Gaza

Il generale Eyal Zamir è contrario all’occupazione della Striscia e ha deciso di abrogare lo stato d’emergenza bellica. È l’ultimo atto di una frattura crescente tra il premier e le forze armate, con visioni opposte sulla strategia militare e sugli ostaggi

AP/Lapresse

È in corso un braccio di ferro tra Benjamin Netanyahu e le forze armate israeliane, ennesimo sintomo di un Israele lacerato e di una strategia cinica e divisiva del premier. Ancora più lacerante perché il contrasto alla volontà guerresca di Netanyahu è guidato dal generale Eyal Zamir, che pure era stato scelto dal premier lo scorso marzo per sostituire il generale Herzi Halevi, licenziato nel novembre 2024 perché sosteneva che si dovesse terminare la guerra di Gaza vista l’impossibilità di sradicare completamente Hamas (considerando la liberazione degli ostaggi come priorità assoluta).

Di fatto, lo scontro è sul futuro di Gaza. Netanyahu, infatti, è sempre più deciso a sposare la posizione dei suoi ministri suprematisti e parafascisti (non solo Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, ma anche il nuovo ministro della Difesa Israel Katz) che intendono annettere Gaza e la Cisgiordania a Israele, e che usano la continuità artificiale della guerra per praticare una pulizia etnica e costringere i palestinesi a lasciare per sempre la Striscia.

Oggi il generale Eyal Zamir, esattamente come facevano ieri Yoav Gallant e Halevi, sostiene invece che l’ordine del premier di portare a termine l’occupazione completa di Gaza esporrebbe i militari israeliani a troppi pericoli: è difficilmente praticabile, e soprattutto mette in pericolo la vita degli ostaggi israeliani superstiti.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, Netanyahu ha sempre trattato la liberazione degli ostaggi come obiettivo secondario. E quindi a Zamir risponde: «Se non è d’accordo, si dimetta».

Il generale ribatte a muso duro, non dimettendosi affatto, anzi effettuando una scelta strategica radicale: abroga, come previsto dalle sue legittime prerogative, lo “stato di emergenza bellica” in vigore dal 7 ottobre 2023. In questo modo rende quasi impossibile la messa in pratica degli ordini di occupazione di tutta Gaza emessi da Netanyahu, perché la conseguenza di questa abrogazione è la netta diminuzione dei soldati sotto le armi – una compagnia in meno in ogni battaglione. A questo si aggiungono la fine dell’obbligo di estensione del servizio nella riserva per i soldati del servizio militare regolare e il passaggio alla riserva di molti soldati, oltre alla diminuzione del carico di lavoro dei reparti d’élite, come il “Golani”.

Nel corso di un drammatico consiglio dei ministri durato tre ore, Zamir ha duramente contestato la volontà dei ministri oltranzisti, ha proposto due strategie militari alternative basate sul criterio dell’accerchiamento, ma alla fine ha ovviamente affermato che le Forze Armate ubbidiranno alle direttive del governo.

Politicamente ha segnato il punto. È agli atti, e tutta Israele sa che i generali hanno una strategia opposta a quella del governo, e questo conterà sul piano politico e fattuale quando questa occupazione militare di tutta la Striscia fallirà, come è probabile.

La tradizione delle forze armate israeliane – e soprattutto la loro compenetrazione totale, radicale con la popolazione, che ne fa l’unico vero ed effettivo esercito popolare al mondo – esclude qualsiasi ipotesi di rottura, di insubordinazione aperta dei generali al potere politico. Ma, appunto perché si identifica in pieno con il popolo israeliano, l’esercito con la Stella di Davide ne rispecchia totalmente le contraddizioni e le divisioni. Soprattutto nell’ultimo anno, nel quale dissennatamente Netanyahu, pur di restare al potere, ha sempre concesso un’egemonia politica ai ministri suprematisti e parafascisti. Per questo, l’opposizione netta del vertice militare alla volontà del governo di intensificare la guerra lacera ulteriormente l’intera nazione.

L’effetto di questa situazione è paralizzante per Netanyahu. A un crescente discredito internazionale, ora somma un inedito e permanente dissidio con i vertici delle Forze Armate, che porta alla rottura con un Eyal Zamir, nominato proprio per la sua presupposta fedeltà assoluta.

È evidente e crescente l’usura dei militari israeliani in un Paese che non è mai stato preparato a una guerra come quella in corso. Si pensi che nel 2025 sono già almeno diciassette i suicidi di militari, usurati e psichicamente distrutti dalla guerra.

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