Forni domesticiQuando le nostre case non sono rifugi climatici, ma trappole incandescenti

Il patrimonio edilizio va adattato all’intensificazione delle ondate di calore. È un’urgenza climatica e sociale, perché le fasce meno abbienti della popolazione vivono spesso in abitazioni «a rischio surriscaldamento». E no, il condizionatore non è l’unica soluzione

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Con l’ondata di calore che sta colpendo l’Italia centrale e settentrionale, sono tornati i classici avvisi che sconsigliano di uscire di casa nelle ore più calde, solitamente tra le 11 e le 18. La colpa, come avevamo spiegato qui, è anche della distribuzione diseguale delle aree verdi e ombreggiate, spesso limitate ai quartieri residenziali benestanti. 

Anche un appartamento, però, può trasformarsi in una trappola incandescente durante i giorni più caldi e afosi. Un rischio, quest’ultimo, che colpisce soprattutto le fasce meno abbienti della popolazione. Il cambiamento climatico si conferma quindi un potente acceleratore di disuguaglianze. 

Come scrive l’Ipcc, l’organizzazione più autorevole a livello globale nella valutazione scientifica del cambiamento climatico, entro il 2050 circa la metà della popolazione europea potrebbe essere esposta a un «rischio elevato o molto elevato di stress da caldo durante l’estate, soprattutto nell’Europa meridionale e, in misura crescente, anche nell’Est, nell’Ovest e nel Centro del continente». 

Secondo un nuovo studio del think tank britannico Resolution Foundation, riportato in esclusiva dal Guardian, le famiglie a basso reddito, le minoranze etniche e i genitori di bambini piccoli hanno maggiori probabilità di vivere in case «a rischio di surriscaldamento», dunque poco adatte a limitare gli effetti delle ondate di calore sulla salute – fisica e mentale – di chi vi abita.  

I ricercatori hanno analizzato i dati di uno studio governativo, che ha installato centinaia di sensori in altrettante case per capire quali tipologie di abitazioni fossero più vulnerabili alle ondate di calore. Resolution Foundation ha fatto un passo in più per intercettare la popolazione target che vive negli appartamenti studiati dai funzionari governativi. 

Osservando i risultati notiamo che quasi la metà (il quarantotto per cento) del venti per cento più povero delle famiglie inglesi vive in abitazioni inadeguate a sopportare più giorni consecutivi di temperature estive superiori alla media stagionale. Questa percentuale è circa tre volte superiore a quella rilevata nel venti per cento più ricco della popolazione (diciassette per cento). 

Due terzi delle famiglie che risiedono in case popolari sono considerate «a rischio elevato» per il caldo all’interno delle loro abitazioni; la percentuale scende al cinquantacinque per cento tra chi vive in affitto e al diciassette per cento tra i proprietari. Come anticipato, le altre due categorie più esposte al caldo estremo tra le mura di casa sono le famiglie con figli piccoli (sei su dieci a «rischio elevato») e le minoranze etniche (quasi la metà). 

Il tema è particolarmente urgente in un Paese come il Regno Unito, non abituato a temperature superiori ai 30°C e contraddistinto da immobili progettati per trattenere il calore. I pericoli, secondo lo studio, aumentano nelle grandi città come Londra (cinquantatré per cento di case a rischio di surriscaldamento), ricche di appartamenti piccoli e umidi, con poche finestre, sovraffollati e situati in quartieri cementificati, densificati e privi di viali alberati.  

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), d’estate la temperatura interna non dovrebbe mai superare i 32°C di giorno e i 24°C di notte; il tasso di umidità non dovrebbe andare oltre il quaranta per cento, anche per prevenire la diffusione di microrganismi, muffe e acari della polvere. «Questo è particolarmente importante per i neonati, gli adulti di età superiore ai sessant’anni e coloro che soffrono di patologie croniche», si legge sul sito dell’istituto dell’Onu. 

Anche in Italia, soprattutto nelle case più piccole, queste condizioni sono spesso impossibili da mantenere con costanza. La colpa non è solo della disparità di accesso ai condizionatori, che non sono gli unici alleati contro il caldo estremo. Contano anche la dimensione dell’immobile, lo spessore delle mura perimetrali (più sono spesse, più proteggono la casa dal calore esterno), il numero e l’ampiezza delle finestre, l’esposizione, la presenza di alberi e vegetazione nelle immediate vicinanze.  

Da non sottovalutare gli interventi – molto costosi ma convenienti nel lungo periodo – di riqualificazione edilizia come il cappotto termico, l’isolamento del sottotetto e l’uso di materiali isolanti, perfetti per mantenere la casa più fresca d’estate e più tiepida d’inverno, senza affidarsi a soluzioni impattanti in termini climatici, ambientali ed economici. 

Una classe energetica alta può aiutare a mantenere la casa fresca anche in pieno agosto, ma l’Italia ha un patrimonio edilizio obsoleto (il cinquantaquattro per cento degli edifici a uso residenziale è stato costruito prima del 1970) e inefficiente (il 62,3 per cento degli edifici residenziali, secondo il Politecnico di Milano, appartiene alle classi energetiche F o G, le meno virtuose). Anche i tetti verdi o rivestiti di materiale riflettente (con colori chiari) rappresentano strategie ideali per ridurre la temperatura degli ambienti domestici, ma nell’Europa meridionale sono una rarità. 

Lo studio britannico ha accennato al problema del sovraffollamento delle case, presente anche nel nostro Paese. Save the Children scrive che i bambini e gli adolescenti che vivono «in famiglie in condizioni di fragilità economica, o abitano in ambienti troppo piccoli, sovraffollati o non salubri, soffrono conseguenze più gravi della crisi climatica rispetto ai loro coetanei». In Italia, nel 2024 quasi il 37,5 per cento dei minori viveva in abitazioni sovraffollate: la media europea è del 25,6 per cento. 

Gli esempi proposti finora sono attribuibili al fenomeno della “cooling poverty”, la “povertà da raffrescamento”, che colpisce i cittadini impossibilitati ad accedere a soluzioni – indoor e outdoor – capaci di limitare le conseguenze delle temperature estive. 

Uno studio pubblicato nel 2023 su Nature Sustainability ha parlato di “cooling poverty sistemica”, che – secondo Antonella Mazzone, ricercatrice all’Università di Oxford – «evidenzia il ruolo delle infrastrutture di raffreddamento passivo (utilizzando acqua, superfici verdi e bianche), dei materiali da costruzione per un’adeguata protezione termica esterna e interna e delle infrastrutture sociali». 

La sua portata sistemica, conclude Mazzone, «considera anche lo stato dell’offerta di raffreddamento disponibile per il lavoro all’aperto, l’istruzione, la salute e la refrigerazione. In questo senso, lo spazio e il luogo giocano un ruolo chiave in questa concettualizzazione della povertà di raffrescamento. Va oltre l’energia e abbraccia un’analisi multidimensionale e multilivello di infrastrutture, spazi e corpi». 

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