Verso altri lidi Le spiagge vuote sono figlie di un modello turistico fuori dal tempo

L’estate all’italiana è sempre meno compatibile con il potere d’acquisto, con i cittadini alla ricerca di soluzioni più economiche, flessibili e lontane dal caldo estremo. I balneari, intanto, aumentano i prezzi e si rifugiano nelle critiche contro i «tecnocrati di Bruxelles»

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«Che il modello “vacanza in spiaggia” vada rinnovato, è innegabile». A parlare, nel corso di un’intervista al Messaggero, non è il sindaco di una località marittima o un attivista, ma il presidente della Federazione italiana imprese balneari (Fiba), Maurizio Rustignoli. 

La cartolina dell’estate italiana 2025 rischia di essere un lido semideserto, soprattutto nei giorni feriali. Da nord a sud, esercenti, turisti e residenti stanno infatti segnalando un’inedita riduzione del numero di persone che decidono di noleggiare un lettino e un ombrellone per uno o più giorni consecutivi. Alcuni gestori, intervistati dai quotidiani locali, hanno finora registrato flussi inferiori alle prime due estati della pandemia. 

I numeri, al momento, non preoccupano la ministra del Turismo Daniela Santanchè, paladina di un modello di vacanza elitario, esclusivo e iper-privatizzato non compatibile con il calo del potere d’acquisto dei cittadini italiani. Per Santanchè è «fuorviante e allarmistico» parlare di crisi dei lidi italiani, ma i dati e le esperienze dirette – su TikTok e Instagram le spiagge vuote sono addirittura diventate un trend virale – mostrano una realtà e una sensibilità in mutamento. 

Secondo il Sindacato italiano balneari (Sib), nel mese di luglio si è registrato un calo medio delle presenze in spiaggia del quindici per cento, con picchi del venticinque per cento in Emilia-Romagna e Calabria. Assobalneari, l’associazione che riunisce le imprese balneari aderenti a Federturismo Confindustria, parla di una contrazione tra il venti e il trenta per cento rispetto alla norma, non solo a livello di presenze ma anche in termini di consumi nei bar, nei ristoranti e nei punti noleggio degli stabilimenti. L’unico giorno di calca rimane la domenica: merito (o colpa) di un turismo mordi e fuggi che non crea valore per le comunità e le imprese locali. 

In Italia gli stipendi sono di fatto fermi da trent’anni, ma – si legge in un report di Altroconsumo – «ogni estate ci ritroviamo a pagare sempre di più per un fazzoletto di sabbia dove rilassarci». In un contesto di precarietà economica, la voce “spiaggia privata” diventa quindi la più sacrificabile per una famiglia che sceglie di trascorrere le ferie in una località marittima.

Qui sorge il problema della carenza di alternative all’altezza, perché le spiagge libere sono poche, trascurate dai Comuni e spesso affollate. Secondo Legambiente, in Liguria, Campania ed Emilia-Romagna quasi il settanta per cento delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari privati (un record europeo); la media nazionale è del cinquanta per cento. 

Un fattore da non sottovalutare è il cambiamento climatico, che stravolgerà sempre più profondamente il nostro approccio alle vacanze estive. L’aumento delle temperature medie e le ondate di calore contribuiscono a creare nuovi flussi turistici interni verso le fresche e verdi località montane (+4,8 per cento di arrivi e +2,2 per cento di pernottamenti rispetto al 2024). Si tratta di un trend iscrivibile nel fenomeno della “coolcation”, ossia la vacanza nei luoghi freddi, immersi nel verde ed ecosostenibili. 

Passiamo ora ai prezzi, stabiliti dal soggetto privato che ottiene la concessione demaniale marittima. Intervistato dal Sole 24 Ore, Antonio Capacchione, presidente Sindacato italiano balneari Fipe/Confcommercio, ha detto che i rincari negli stabilimenti sono stati minimi – tre o quattro per cento – e «in linea con l’inflazione». Altroconsumo, che ha analizzato le tariffe di duecentotredici lidi italiani, evidenzia un incremento annuo medio del cinque per cento, dunque superiore all’inflazione (due per cento circa). Gli aumenti più consistenti sono stati registrati ad Alghero (più nove per cento), Senigallia (più nove per cento), Palinuro e Gallipoli (più sette per cento). 

Per unire i puntini è necessario allargare lo sguardo, perché il tema dei costi in ascesa esiste, è ingombrante e si scontra con le difficoltà economiche degli italiani e il declino del ceto medio. Secondo l’Istat, per rendere l’idea, tra il 2019 e il 2024 i nostri salari reali hanno perso il 10,5 per cento del potere d’acquisto. Nello stesso periodo, ricorda il Codacons facendo sempre riferimento ai dati Istat, le tariffe dei servizi come lidi e piscine sono aumentate complessivamente del 32,7 per cento. 

Stando ad Altroconsumo, il prezzo medio – che considera le prime quattro file – per un ombrellone e due lettini è passato dai centottantadue euro del 2021 ai duecentododici euro di quest’anno: un incremento che si aggira intorno al diciassette per cento. Assoutenti, invece, sostiene che i gestori dei lidi non abbiano «ribassato i listini» dopo «i rincari legati alla pandemia e al caro-bollette». 

La rinuncia allo stabilimento balneare non è necessariamente un atto politico contro una delle lobby più influenti d’Italia, bensì una scelta obbligata, dettata da un cocktail indigesto: stipendi stagnanti e aumento dei prezzi talvolta superiore all’andamento dell’inflazione.

I balneari, nel frattempo, tirano acqua al loro mulino e negano gli incrementi a due cifre denunciati dalle associazioni dei consumatori. In una nota, Assobalneari ha scritto che dietro al fenomeno alle spiagge vuote c’è anche «il rallentamento del turismo straniero, soprattutto europeo, influenzato da uno scenario internazionale instabile e dalle incertezze economiche». Il presidente Fabrizio Licordari si è scagliato contro i «tecnocrati di Bruxelles che vorrebbero mettere a gara le concessioni in modo illegittimo», chiedendo ulteriore sostegno a un governo già prudente e protettivo con la categoria. 

Secondo la Corte dei Conti, tra il 2016 e il 2020 lo Stato ha incassato poco più di cento milioni di euro l’anno grazie ai canoni demaniali, ossia la cifra che il privato deve versare per ottenere la concessione balneare. Quei cento milioni sono briciole rispetto a un giro d’affari annuo che, secondo i dati di Nomisma riportati da Legambiente, tocca i quindici miliardi di euro. «I canoni attualmente imposti – scrive la Corte dei Conti – non risultano, in genere, proporzionati ai fatturati conseguiti dai concessionari». 

La questione delle concessioni è altrettanto spinosa. In Italia, i lidi vengono gestiti dalle stesse famiglie da decenni. Il motivo risiede nel rinnovo automatico delle concessioni balneari (12.166 in totale, stando ai dati del 2021), che ha permesso ai titolari di mantenerle senza partecipare a gare pubbliche. L’Unione europea, convinta che questo modus operandi violi le norme comunitarie sulla libera circolazione dei servizi e la libera concorrenza, ha aperto una procedura d’infrazione contro il nostro Paese. I Comuni hanno tempo fino al 30 giugno 2027 per avviare le gare che affideranno la gestione delle spiagge a nuovi soggetti, stabilendo limiti temporali più stringenti per le concessioni.

Per finire, le difficoltà delle spiagge – e in generale delle località balneari italiane – sono anche figlie di un modo diverso di concepire la vacanza estiva. C’entra, come spiegavamo all’inizio, la necessità di rifugiarsi in luoghi immersi nel verde, lontani dal caos, dal traffico e dalle temperature estreme. Ma non solo. 

«Rispetto a qualche anno fa il mondo è cambiato completamente. Non esiste più la vacanza di quindici giorni al mare nello stesso ombrellone», racconta Patrizia Rinaldis, presidente di Federalberghi Rimini, al Sole 24 Ore. Non a caso, gli affitti a lungo termine delle case vacanza sono sempre più alti e inaccessibili: secondo il gruppo SoloAffitti, i canoni di locazione nelle aree costiere più frequentate (come Lazio e Toscana) hanno subìto rincari fino al quindici per cento rispetto all’estate del 2024. 

«Gli stranieri in Riviera si fermano cinque o sei giorni mentre gli italiani intorno ai tre. Porto l’esempio di una famiglia polacca, hanno prenotato una spiaggia un giorno, una differente il secondo. Poi sono andati nell’entroterra a visitare i borghi medievali per poi infine prendere un taxi e passare una giornata a Firenze», continua Rinaldis. La speranza, insomma, è che questo momento di difficoltà dia l’impulso necessario per rendere il turismo più dinamico ed ecologico, oltre che meno concentrato nelle solite località.

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