L’America russaTrump si è fatto raggirare da Putin pure sul luogo del vertice sull’Ucraina

Il summit del 15 agosto ad Anchorage è un regalo alle velleità espansionistiche di Mosca, perché consente al Cremlino di agitare l’idea imperiale che l’Alaska sia terra loro

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L’Alaska, per la Russia, non è solo una pagina di storia. È una ferita mai rimarginata, un mito scolastico, una canzone popolare che invita «a restituire la nostra terra natale», un’icona patriottica impressa in murales e cartelloni. Ed è lì, a Anchorage, che Vladimir Putin e Donald Trump si incontreranno il 15 agosto. Non a Ginevra, non a Bruxelles, non a Kyjiv, ma nel lembo più remoto degli Stati Uniti, il più vicino alla Russia, il più carico di simbolismo bilaterale. Per il Cremlino, non è un vertice internazionale: è un colloquio «tra vicini» per decidere della guerra in Ucraina, senza l’Europa e senza l’Ucraina. Per Trump, è la scena perfetta per apparire l’uomo che chiude i conflitti, a casa propria, lontano dalle cancellerie che lo accusano di voler barattare territori per la pace.

Il summit è fissato ufficialmente per venerdì prossimo e Trump ha già fatto capire al resto del mondo perché i suoi diplomatici hanno scelto un luogo che i russi avrebbero sicuramente accettato: perché lo considerano ancora loro. Infatti, lunedì, durante una conferenza stampa a Washington, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che «venerdì andrà in Russia», come se Anchorage facesse parte della Federazione russa. La frase ha scatenato le solite clip virali e ha riempito le giornate dei complottisti, divisi tra tre teorie: l’ha detto apposta per compiacere Putin, è il lapsus di un uomo anziano o è il segnale che intende cedere l’Alaska in cambio della Crimea. O, magari, tutte e tre.

Il significato, per il Cremlino, lo ha chiarito bene ai lettori italiani Dmitrij Suslov, vicedirettore del Centro di studi europei e internazionali e consigliere di politica estera, in una intervista al Corriere della Sera: «Non c’è posto al mondo più esclusivamente russo-americano dell’Alaska: lontana dall’Europa e dall’Ucraina, vicinissima alla Russia. Sottolinea il fatto che Putin e Trump, da soli, trovano una soluzione alla guerra». È anche il primo vertice, a pieno titolo, tra Russia e Stati Uniti sul territorio americano in quindici anni, dall’incontro del 2010 tra Dmitrij Medvedev e Barack Obama a Washington, in piena stagione di reset post-guerra fredda.

Il contesto è diverso da quello di quindici anni fa. Allora si parlava di accordi commerciali e di controllo degli armamenti; oggi, di scambi territoriali e congelamento delle linee del fronte. Secondo Suslov, Mosca proporrà il ritiro ucraino dalle zone del Donbas ancora contese e quello russo da parte delle regioni di Sumy, Dnipropetrovsk e Kharkiv, mantenendo la linea nelle altre aree. Precondizione «inaggirabile»: la rinuncia di Kyjiv alla Nato, insieme alla demilitarizzazione e a una riforma costituzionale in senso federale.

Zelensky ha già respinto l’invito: «Non ricompenseremo la Russia per ciò che ha perpetrato. Qualsiasi decisione contro di noi, qualsiasi decisione senza l’Ucraina, è anche una decisione contro la pace». Per l’Europa, un cessate il fuoco con concessioni territoriali rischia di fissare un precedente destabilizzante per il mondo libero.

Per capire quanto pesi la scelta del luogo, bisogna entrare nella narrazione che da decenni circola in Russia, come spiega, in un interessante thread su X, Sergej Sumlenny, fondatore e direttore generale dell’European Resilience Initiative Center, un think tank con sede a Berlino.

Negli anni Novanta, in molte scuole si insegnava che l’Alaska non era stata venduta agli Stati Uniti, ma data in leasing per cento anni, e che Washington avrebbe falsificato e rotto il contratto originale. In questa versione alternativa della storia, l’Alaska resta «terra russa» da recuperare.

Nel 1991, il gruppo «Lyube» — destinato a diventare uno dei preferiti di Putin — compose una canzone dal titolo esplicito, Don’t be silly America, che conteneva un appello diretto: «Ridateci l’Alaska, nostra terra natale russa». Il video li mostrava in divise militari della Seconda guerra mondiale, un’estetica che, negli anni Duemila venti, sarebbe tornata centrale nella propaganda, mescolando nostalgia bellica e patriottismo.

Dopo l’annessione della Crimea, nel 2014, il messaggio si fece più esplicito: una canzone patriottica per bambini proclamava «Abbiamo preso Sebastopoli e la Crimea, prenderemo l’Alaska», con il ritornello che evocava l’America come «egemonia» di cui il mondo sarebbe stanco. La scena era composta da ragazzini in uniforme, che cantavano di portare l’Alaska «al porto di casa».

Negli anni Duemilaventi, lo slogan «Alaska è nostra» iniziò a comparire su cartelloni pubblicitari nelle città russe. L’account ufficiale del governo su Twitter, nel giorno del compleanno di Putin, pubblicò una foto del presidente con un orso, scattata però al Museo di Storia Naturale di New York: l’orso in questione era un esemplare dell’Alaska.

Il richiamo alla «Russia americana» è così radicato che, sul sito ufficiale del Cremlino, si trovano racconti e lettere di coloni russi in Alaska all’epoca zarista, in cui si annunciava la fondazione di nuove comunità oltreoceano. Lo stesso sito rivendica episodi come la presunta produzione del primo vino californiano da uve russe coltivate da coloni provenienti dall’Alaska. 

Eppure, solo poche settimane fa, Putin rischiava di perdere l’attenzione di Trump, dopo mesi di contatti improduttivi e ultimatum americani. A fine luglio, un segnale di disgelo tra Trump e Zelensky aveva fatto temere al Cremlino un riavvicinamento tra Washington e Kyjiv. Il cambio di tono di Putin — con l’apertura a discutere di scambi territoriali — ha parlato la lingua che Trump conosce bene, quella dell’immobiliare: «Ci riprenderemo qualcosa e ci sarà uno scambio di territori a vantaggio di entrambi», ha detto il presidente americano.

Secondo Sam Green, intervistato dal New York Times, Putin ha «manovrato l’intero processo fino a farlo diventare, più o meno, esattamente ciò di cui aveva bisogno», togliendosi da una posizione di vulnerabilità. Sempre sul New York Times, Alexander Gabuev vede tre scenari: un accordo favorevole imposto da Trump a Kyjiv; un accordo che Kyjiv rifiuti e che porti Washington a lasciare l’Ucraina; o il proseguimento della guerra per un anno o più, confidando che l’Ucraina si esaurisca prima della Russia.

Gli obiettivi restano diversi: Trump vuole un risultato rapido da rivendicare come fine del conflitto; Putin mira a una ricollocazione strategica della Russia, a consolidare la propria eredità politica e a dimostrare che, nel 2025, è ancora lecito per le grandi (pre)potenze ridisegnare i confini della storia.

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