Le arti, queste arti minoriIl racconto poliziesco è una macchina a pedali che si muove da seduti

Non essendo né commissario né ispettore lo scrittore si mette a sedere e scrive. La reclusione diventa metodo. L’incompetenza, una scelta. Il racconto, un atto mentale da condurre a mente, da fermo, con mezzi di fortuna

Unsplash

Tornano i bei tempi lontani dei racconti sui giornali. Lo annuncia l’Internazionale del Racconto, un’associazione abbastanza segreta, della quale è membro chi scrive. Non chi scrive in generale ma chi scrive queste righe, un unico membro. Chi scrive racconti guadagna moltissimo: come? È semplice: facendosi pagare moltissimo. Cosa aspetto? È fatta, è deciso, mi metto a scrivere racconti.

Si mette a scrivere racconti (cambio persona per farmi compagnia), davvero si mette perché si mette seduto, e subito comprende l’onestà di scrittori che si dedicarono al racconto poliziesco non essendo ispettori né commissari, ma volendo però investigare senza avere alcuna competenza. Tra loro e la soluzione del caso gli ostacoli non erano i fatti accaduti, tutti inventati del resto – no, gli ostacoli erano le competenze, tutte mancanti: i modi, le forme, il metodo, il procedimento, la procedura, queste astrazioni concretissime alla prova dei fatti. (La prova, i fatti? Ma come parla? Già dall’interno del ruolo? Già a bordo della macchinetta letteraria? Già pedala?)

Il terreno è minato, fitto di sconosciute parole esatte per dire le cose e gli atti utili ai fini dell’espletamento… (eh?). Siamo già all’indagine come struttura? All’evento criminale che accade e si dipana come linguaggio (ignoto, peraltro)? Egli non conosce queste parole misteriose. Non sa come ci si muove, quali i passi, quale la prassi, quali le prossime mosse, a chi riferirsi, presso quali uffici, percorrendo quali corridoi, bussando a quali porte (ancora si bussa alle porte?). Come si eseguono le autopsie? (Si eseguono?)

La conoscenza delle gerarchie, le mansioni, le precise attività del procuratore, del pubblico ministero, del giudice, del maresciallo e tutto il resto appresso: che ne sa? Fosse pure per trasgredire, per contravvenire, per andare oltre le norme e il regolamento, per fare il simpatico irregolare, dovrebbe conoscere le norme, il regolamento. Ma cosa vuoi violare – le regole – se non conosci le regole da violare?

E allora lo scrittore, umilmente, onestamente, addirittura lealmente decide che lo stato di cose sarà regolato dalla forza maggiore: condurrà l’indagine da fermo, senza competenza, senza conoscere le parole esatte, le terminologie tecniche e sistematiche, senza disporre di strumenti che nemmeno sa come si chiamino né come diavolo si usino; non dovrà rispondere a nessuno né sopra né sotto di lui, nemmeno esisterà un sopra e un sotto di lui.

Decide di limitarsi nei movimenti, così non dovrà consultare nemmeno uno stradario. Per questo sceglie la reclusione, perfino la galera, si chiude in cella, fa anche vita monastica di clausura: gira per casa sulla sua macchinetta a pedali. Tutti i delitti avvengono nella camera chiusa, la sua. Restringe il suo campo d’azione fisica, scatena la fantasia e l’immaginazione, questi fantasmi che trapassano le mura. Da fermo, a mente, risolverà casi perché la scrittura è come una certa elettricità: è magia statica, si accumula, si accumula e poi si scarica sulla pagina, è noto (le righe: questi piccoli fulmini).

Ecco fatto, lo scrittore si mette a sedere e ci resta, seduto. Ma sì, lo scrittore è un recluso nel libro. Non è un magistrato, non è un investigatore, non è un giudice, non è un’autorità competente, non è un commissario capo, non è, quindi, avvantaggiato dalle infarinature. È semplicemente, modestamente, umilmente, onestamente, addirittura lealmente (l’ho già detto?) soltanto uno scrittore (davvero è tutto questo?).

Lo scrittore si mette a sedere ovvero si è rotto una gamba, ovvero è carcerato, è in convento, è nella torre, insomma è recluso. Anche messo al tappeto, va bene, atterrato, in catene, al chiodo, appiccicato al muro, nel buco, anche in castigo dietro la lavagna, e così via (fermiamoci qui, se no lo scrittore diventa lo stuccatore della sua cella). Si mette seduto e parte. Scansatevi, prego. Ecco, sì, sale a bordo della sua macchina a pedali. Ah, com’è fanciullesco scrivere, e come rende fanciullesco vivere.

Chi scrive di delitti pare sempre che faccia i capricci, vive infanzie viziate (se non le ha veramente vissute è per questo che scrive di cose efferate: per vivere da grande una fanciullezza viziata). Esce imbronciato dalla sua macchinetta, pesta davvero i piedi sul pavimento, dice: voglio che qualcuno muoia, in maniera anche brutta, poi faccio il bravo, faccio i compiti, faccio la spia e dico a tutti chi è stato. Risale sulla sua macchinetta gialla e pedala. È così che scrive tanti bei libri.

(E la scrittrice di cose delittuose? È tutta un’altra cosa. La sua vittima è sempre lo scrittore di cui sopra, più o meno mascherato, anche da ragazza occhialuta). Farò lo scrittore poliziesco? È evidente che no. Ma ho già rimediato questo racconto, il primo. Dopo di che apriamo la porta e usciamo declamando: «Mia bella, tutta la struttura eccetera eccetera» (nella traduzione di Ripellino).

X