Partiti piccoli e cacicchi grandiLe trattative per le regionali dimostrano tutti i guasti del federalismo all’italiana

Dietro alla retorica sull’autonomia dei territori sono cresciuti centri di potere locali influenti, inefficienti e irresponsabili. Il regionalismo ha creato le condizioni per cui, in particolare nelle aree meridionali, i “presidentissimi” prosperano anche sulle macerie del malgoverno

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C’è da credere che le peggiori angustie di Elly Schlein in questi giorni non rimandino a quanto è successo in Alaska, ma a quanto dovrà succedere sulla direttrice Napoli-Bari, nelle due roccaforti regionali rosse, la Campania e la Puglia, in cui il campo largo proverà a proseguire, con diversi candidati, l’esperienza decennale delle giunte di Vincenzo De Luca e Michele Emiliano: due personaggi che peraltro, sia detto en passant, ad Anchorage avrebbero potuto trovare comodamente spazio nella delegazione russa.

De Luca, tramontata la possibilità di candidarsi per la terza volta come presidente, sta imponendo condizioni capestro alla segretaria del Partito democratico per sostenere con le sue truppe il candidato concordato con il Movimento 5 stelle, Roberto Fico. Emiliano sta tentando un’operazione analoga in Puglia, sbarrando così la strada al candidato designato Antonio Decaro, che non ha nessuna intenzione di fare il figurante di uno, anzi due presidenti ombra – considerando che, oltre a Emiliano, anche Nichi Vendola vuole tornare in Consiglio regionale per fare pesare il proprio sostegno e il proprio blasone.

Il fatto stesso che le vicende politiche delle due regioni siano legate a una spinta da potenza a potenza tra il Partito democratico e (sulla carta) due suoi dirigenti politici e che questo sia considerato normale, anzi praticamente obbligato, dà la misura della macroscopica anomalia nel funzionamento interno del Partito democratico e, ancora più profondamente, del sistema di potere locale costruito negli anni dai due cacicchi democratici.

Si tratta, sia chiaro, di un’anomalia che nella politica italiana e in particolare in quella meridionale ha manifestazioni rigorosamente bipartisan e che non affligge il solo campo largo, ma che in esso si mostra nelle forme più grottesche, proprio perché malamente dissimulata da fumose retoriche federaliste – la mitologica “autonomia dei territori” – e non accettata per quello che è, come invece fa il centro-destra, cioè come l’inevitabile libanizzazione politico-istituzionale di un regionalismo inefficiente e irresponsabile, che ha creato e moltiplicato centri di potere e spesa locali e garantito ai presidentissimi di giganteggiare, distribuendo rendite clientelari, anche sulle macerie del malgoverno.

Questo spiega perché sistemi di potere catastrofici o ampiamente insufficienti sul piano dei risultati concreti non patiscano significative flessioni sul lato dei consensi. Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono le regioni italiane con le più alte liste di attesa per prestazioni sanitarie e, conseguentemente, con la più alta sanitaria mobilità passiva, eppure dovere aspettare mesi per un accertamento diagnostico o anni per una prestazione chirurgica da parte della sanità regionale non ha affatto spinto, negli anni, la maggioranza dei cittadini campani, pugliesi, calabresi e siciliani a voltare le spalle ai responsabili di questa situazione. Al contrario, in queste regioni i blocchi di potere locale sono pressoché perenni.

L’immunità politica dai fallimenti di governo è sempre un indicatore oggettivo del default del circuito democratico e questo nelle regioni meridionali, anche grazie a livelli di astensione patologici, è un fenomeno consolidato e correlato alla sostanziale inamovibilità dei titolari del potere locale, che possono anche trasformisticamente peregrinare tra un raggruppamento e l’altro, ma che non sono prescindibili sul piano elettorale, grazie al controllo diretto di reti di voto clientelare costruite nei decenni.

Malgrado affiliazioni politiche rivendicate con orgogliosa prosopopea, la rete di potere dei cacicchi locali è sostanzialmente apolitica e affaristicamente anti-ideologica. In Campania o Puglia non si muove foglia che De Luca o Emiliano non voglia ed entrambi sono stati rieletti nel 2020 con percentuali bulgare. Eppure due anni dopo la coalizione di centro-sinistra alle elezioni politiche ha ottenuto in quelle regioni risultati disastrosi. Né in Campania, né in Puglia si è aggiudicata uno solo dei trentasei collegi uninominali complessivamente in palio tra Camera e Senato. Il che vuol dire che i voti di De Luca e di Emiliano sono loro, e non del Partito democratico, e riguardano unicamente la dimensione locale.

Gli appassionati della materia rifletteranno su come – con quali arabeschi concettuali e contropartite materiali – la sinistra troverà una quadra in questo risiko domestico (facile previsione: la troverà sicuramente). Chi abbia a cuore i destini della politica italiana, non solo di sinistra, dovrebbe invece riflettere su come smontare la macchina istituzionale, che consente queste comodissime secessioni di fatto dall’unità dei partiti e dello Stato e rende il nostro cosiddetto federalismo il teatrino dei signori della guerra e dei capitani di ventura di una democrazia allo sbando.

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