Molti si chiedono perché Matteo Renzi non polemizzi mai con i partiti del centrosinistra, anche quando questi assumono posizioni lontane dalle sue. Alcuni, sulla rete o nelle chiacchierate estive, si lamentano dei suoi silenzi sul Movimento cinque stelle e sulla sudditanza del Partito democratico a Giuseppe Conte.
Renzi, nel compiere la scelta di stare organicamente nel centrosinistra, ritiene che Italia Viva debba tenere bassissimo il volume delle polemiche con gli alleati, in particolare con il Pd: talmente basso che, via via, il volume si è silenziato. Negli ultimi mesi non si ricordano critiche, rilievi, discussioni con Elly Schlein, ma nemmeno con Giuseppe Conte. Neppure sulla politica estera: e sì che ce ne sarebbero state tante di cose da discutere (riarmo, Ucraina, Israele).
O sulla conduzione della campagna per le regionali, per esempio riguardo la candidatura di Roberto Fico in Campania o la recentissima intesa tra Eugenio Giani e Paola Taverna attorno a punti programmatici in contrasto con le posizioni storiche di Italia viva, dal no al rigassificatore al reddito di cittadinanza regionale.
Renzi non è silente per caso, ma perché segue un ragionamento politico semplice che ha spiegato mille volte: essendo Giorgia Meloni una pessima leader di un pessimo governo, espressione di una pessima coalizione, la premier andrà assolutamente sconfitta alle elezioni politiche. Per battere questa destra, che per Renzi presenta tratti preoccupanti per la stessa solidità della democrazia – la sua analisi è più preoccupata di quella di Schlein e più seria di quella di Conte – occorre l’unità del centrosinistra: e senza tante discussioni che potrebbero minarne l’efficacia.
Può risultare sorprendente per uno che sulle discussioni e sulle polemiche ha costruito la sua avventura politica, ma è così: il rottamatore è diventato molto diplomatico. Con gli alleati, s’intende, non con gli avversari. Il leader di Italia Viva si è infatti ritagliato il ruolo del più duro verso la premier, gli uomini di Fratelli d’Italia e il presidente del Senato, mettendo di volta in volta nel mirino i vari Andrea Delmastro, Francesco Lollobrigida, Alfredo Mantovano con una spigolosa vis polemica, spesso superiore a quella degli alleati.
È possibile che questa personale e durissima opposizione al governo gli frutti un certo recupero di simpatia in quell’elettorato di sinistra che lo ha considerato un traditore, e le sue performance alle Feste dell’Unità dicono questo. Ma tutto questo, automaticamente, apre un altro problema.
Se Renzi ormai sembra un dirigente del Pd di Schlein, assecondandone sempre le scelte e cucendosi la bocca per non criticare l’avvocato del popolo, in base a che cosa pensa di chiedere i famosi voti moderati? Per quale ragione bisognerebbe votare un’Italia Viva che annega la sua specifica ispirazione riformista nel frullatore dell’alleanza con il triumvirato Schlein-Conte-Fratoianni?
Cammina dunque sul filo, Renzi: se parla troppo crea problemi, se sta zitto diventa irrilevante. Non vuole disturbare il manovratore, ma così il rischio è che la tenda riformista, se mai vedrà la luce, si ridurrà a un’appendice scolorita del Pd: altro che la nuova Margherita.
Può benissimo darsi che questa condizione attuale di Italia Viva sia necessaria per non creare divisioni nel campo largo, più di quante già non ce ne siano (soprattutto in casa Pd), così come è probabile che Renzi valuti che questo sia l’unico modo per ottenere una rappresentanza nel prossimo Parlamento, che lui giustamente reputa decisivo per il futuro democratico del Paese, giacché eleggerà il prossimo Presidente della Repubblica.
In un Parlamento dove la destra sarà o maggioritaria o comunque molto forte, bisognerà inventarsi qualcosa che eviti a Giorgia Meloni di andare al Quirinale. Questo è il suo assillo principale. E in questi giochi quirinalizi Renzi si reputa il migliore di tutti. Ecco perché deve esserci nel prossimo Parlamento. Costi quel che costi, anche sacrificare una maggiore caratterizzazione del suo partito evitando polemiche: una cosa molto faticosa, per uno come lui.