Arsenale russoLe fabbriche di Putin alimentano il mercato nero delle mafie italiane

Attraverso porti siciliani e valichi friulani, arrivano Kalashnikov senza matricola e munizioni di ultima generazione provenienti dalle fabbriche di Stato russe. Le cosche custodiscono scorte non solo per rivenderle, ma come riserva strategica, su mandato dei fornitori

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«L’Italia è un arsenale», apre così la camminata romana sotto il bruciante sole di agosto una delle tante voci che emergono dallo spaccato criminale della Capitale. E quella frase, posta all’inizio di un discorso che si consuma in un bar del centro sulla collocazione delle armi russe nel nostro Paese, è forse la sintesi più azzeccata. C’è un Paese sommerso dentro i doppi fondi dei camion, nei porti e nei garage delle periferie italiane, un Paese armato fino ai denti: armi su ordinazione che arrivano dall’industria bellica più attiva in questo momento, quella russa. Le stesse armi che oggi ammazzano gli ucraini sono usate dalla criminalità organizzata italiana, sfruttando le rotte della flotta fantasma putiniana e facendo fare un salto di qualità al mercato nero. Non più prodotti logori dei primi anni Duemila, ma materiale di nuova fabbricazione, senza matricole, uscito direttamente dalle fabbriche.

«Le armi non si tengono più come prima – sostiene la fonte – si fa come la spesa: si ordina quello che serve e arriva subito». Ma poi aggiunge una frase che cambia prospettiva: «Alcune armi devono rimanere in giacenza, le organizzazioni le tengono, non possono venderle». È un dettaglio cruciale: significa che parte del materiale non viene immesso subito nei circuiti criminali, ma accumulato come riserva strategica, sotto vincolo dei fornitori. Non solo mercato, ma anche stoccaggio controllato, un’ombra che nel corso dei decenni è divenuta una prassi della criminalità organizzata, così come raccontato dalle analisi Europol su armi ed esplosivi, che descrivono come le reti mafiose conservino armi in cache e le movimentino su ordinazione, e le note operative mostrano sequestri di arsenali e pool guns usate a rotazione.

Catania, il laboratorio della guerra sporca
Tra i palazzi sbrecciati e le strade periferiche di Catania, la cronaca restituisce il legame più netto tra la Russia di Putin e le mafie italiane. Nel marzo 2022, a pochi giorni dall’invasione dell’Ucraina, la polizia sequestra nel quartiere San Cristoforo un arsenale riconducibile al gruppo Nizza del clan Santapaola-Ercolano: nove armi, circa novecento munizioni e soprattutto due Kalashnikov AK-47 «di fabbricazione sovietica» in perfetto stato di conservazione. Non vecchi ferri arrugginiti, ma strumenti da combattimento in linea con gli standard della guerra in corso.

«A Catania – continua la nostra fonte – c’è un gran via vai e sono due i posti dove c’è più roba e dove i depositi sono riforniti con pezzi nuovi». I «posti» in realtà sono nascondigli nei quartieri di San Giovanni Galermo e Librino, lembi di periferie che diventano hub di armi russe che arrivano via mare utilizzando le stesse rotte della droga, alle volte da Gioia Tauro e altre volte dal porto di Siracusa. Qui, secondo la nostra fonte, le armi non sono i vetusti AK sovietici, ma fucili per forze speciali, d’assalto e addirittura da cecchino fabbricati tra il 2010 e il 2020. Un altro particolare interessante è relativo all’assenza di numero di matricola sulle armi, secondo la nostra fonte: «Escono dalla fabbrica già così».

Ma di quale fabbrica parliamo? Di un impianto di Stato, il principale della Russia, l’Imperatorskiy Tulsky Oruzheiny Zavod di Tula, fondato da Pietro I nel 1712, la casa madre delle armi di Putin. E se un’arma esce anonima da quella struttura, è solo per volere governativo, come conferma Europol in un’analisi del 2023 che la comparsa sul mercato di armi «nuove, prive di abrasioni di matricola» lascia pensare a «forme di complicità para-statale nell’alimentazione dei traffici illegali». Lo stesso UNODC, nel suo rapporto sul traffico di armi leggere, ha lanciato un avvertimento: «La disponibilità di stock militari nel teatro ucraino rappresenta un rischio concreto di diversione verso i mercati criminali europei, con particolare esposizione dei Paesi dell’Europa meridionale».

Se si intrecciano queste voci, l’interpretazione diventa lineare: alcune armi entrano nei circuiti criminali e vengono usate o rivendute, altre restano nei depositi in giacenza controllata, come se dovessero essere disponibili per esigenze che superano il livello mafioso e lambiscono la dimensione geopolitica.

La flotta fantasma e i porti siciliani
La Russia, come abbiamo raccontato in precedenza su questo giornale, dispone di una flotta fantasma di cargo battenti bandiere di comodo, usata per eludere sanzioni e trasportare petrolio, ma parte di queste navi può fungere anche da vettore per piccoli carichi di armi. «È plausibile che consegne destinate ufficialmente a Paesi terzi vengano parzialmente scaricate in porti secondari del Mediterraneo centrale», si legge nel documento dei servizi estoni. In Sicilia, attracchi sospetti sono stati segnalati tra Augusta e Pozzallo, proprio nelle settimane in cui a Catania si moltiplicavano, tra gli ambienti della criminalità organizzata, nuove analisi di carico. Le armi arrivano in barili di olio, carburante o lubrificante. Questo viene fatto sia per eludere i controlli che per preservare le armi al meglio evitando così l’ossidazione.

Friuli Venezia Giulia, la frontiera orientale
Il fronte opposto è il Friuli Venezia Giulia, storica porta d’ingresso dei traffici dall’Est. Tra Gorizia e Trieste la polizia di frontiera ha più volte intercettato armi ex jugoslave e sovietiche nascoste in camion e auto. Secondo un dossier Transcrime, «il confine nordorientale italiano rappresenta il punto di ingresso privilegiato per piccoli lotti di armi, spesso occultati in doppi fondi di veicoli e destinati a gruppi criminali organizzati».

«Qui – sostiene la nostra fonte – le armi rimangono per poche ore, anche perché da quelle parti ci sono molti militari e l’attenzione è più alta – ma come cavallo di riporto c’è tanta componentistica per droni e altro che viene mandato a est attraverso canali criminali. Io credo che ci sia uno scambio – conclude – credo che ci siano partite di giro perché un chip o qualcosa di simile, a livello tecnico, con le sanzioni è introvabile. Spesso le partite, insomma, non sono solo di armi in cambio di soldi».

Queste storie di armi nascoste, di traffici illeciti, di scambi di favori tra cosche raccontano ancora una volta del legame saldo che sussiste tra il regime russo e la criminalità organizzata transnazionale, un legame che si palesa in tantissimi aspetti dell’economia nascosta del Cremlino.

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