Buchi nel cvSolo la metà degli italiani ha una carriera senza interruzioni

Da un’analisi di LiveCareer, viene fuori che il 32 per cento dei curriculum presenta pause, più o meno volute, di almeno un anno. Nella metà dei casi, gli stop sono solo di un mese o anche inferiori. Nel Paese del posto fisso, la carriera non è più una linea retta continua, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

Un buco nel curriculum. Un salto temporale tra un’esperienza lavorativa e un’altra. È positivo o negativo? È un «difetto» da nascondere o un elemento da valorizzare nei colloqui?

Per capire come cambia il mercato del lavoro (e anche il nostro rapporto con la dimensione lavorativa), guardare i cv è una grande fonte di informazioni. E guardando tra le righe, si scopre che i periodi di inattività – volontari o no – non solo sono sempre più comuni, ma ormai riguardano circa un terzo dei lavoratori italiani.

Nel Paese in cui si sognava il posto fisso a vita, oggi ci si prende una pausa (più o meno lunga) e si cambia lavoro (magari con un periodo di buco in mezzo) molto più spesso che in passato. E questo «vuoto» non viene per forza visto in maniera negativa.

LiveCareer – piattaforma specializzata nel supporto alla creazione dei curriculum – ha analizzato oltre 7 milioni di cv italiani generati negli ultimi cinque anni. E i risultati mostrano come i percorsi professionali non sono più una linea retta continua. Anzi.

Cosa dicono i dati
Dall’analisi dei cv, viene fuori che nel 2025 solo la metà dei lavoratori italiani presenta un curriculum senza interruzioni. La percentuale è in costante calo rispetto agli anni precedenti: 51 per cento nel 2022, 61 per cento nel 2020.

Il 32 per cento dei cv presenta un’interruzione di almeno un anno: anche questo è un dato in crescita rispetto al 22 per cento del 2020.

Nella metà dei cv con interruzioni, i gap sono brevi, di un mese o anche inferiori. Mentre il 39 per cento indica un’interruzione più lunga, di sei mesi o più.

Quindi?
Anche se non sappiamo con certezza a cosa sia dovuta ogni interruzione e soprattutto se si tratta di pause volontarie o no, i dati possono darci delle informazioni interessanti.

Secondo LiveCareer, questi numeri sono il «segno che i percorsi professionali tradizionali e lineari stanno lasciando spazio a carriere sempre più articolate e discontinue».

Il fatto che quasi un terzo dei cv abbia buchi di almeno dodici mesi può essere indice del fatto che in Italia la disoccupazione di lunga durata continua a essere un problema e che per alcuni trovare un nuovo lavoro resta ancora un’impresa ardua, soprattutto se necessitano di riqualificazione professionale.

Gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro nel secondo trimestre 2025 lo confermano: nonostante siano in calo, i disoccupati da più di dodici mesi sono ancora il 52 per cento del totale dei disoccupati, per un totale di 884mila persone. In più, le donne hanno in media il 55,2 per cento di maggiori probabilità di interrompere la propria carriera per periodi lunghi, soprattutto a causa di responsabilità familiari che finiscono per pesare su di loro.

C’è quindi chi perde il lavoro perché licenziato e fatica a trovarne uno. Chi si dimette per ragioni familiari e poi non riesce con facilità a reimmettersi sul mercato.

Ma può esserci anche chi decide di prendersi una pausa più o meno lunga dal lavoro per un periodo di studio o per viaggiare. Soprattutto tra i più giovani della Gen Z, si parla tanto di microretirement, una pausa o un anno sabbatico lontano dal lavoro senza dover aspettare la pensione.

Ma l’aumento delle pause brevi, magari per il passaggio da un lavoro a un altro, suggerisce pure – secondo LiveCareer – la presenza di «un mercato del lavoro sempre più dinamico, dove frequenti cambi di impiego e lavoro flessibile stanno ridisegnando i percorsi professionali», con «il superamento della norma che imponeva un’occupazione ininterrotta». Anche per guadagnare di più, il cosiddetto job hopping – il cambio frequente di lavoro – è sempre più comune.

 

Siamo umani
Ma non è tutto rosa e fiori. C’è chi su LinkedIn sta raccontando la propria vita da licenziata alla ricerca di un altro lavoro, mentre le righe vuote nel cv aumentano di giorno in giorno, tra application rimaste senza risposta e corsi di formazione conclusi per acquisire nuove competenze.

Come abbiamo raccontato nella edizione della newsletter “Se LinkedIn fosse la vita reale”, un licenziamento, la perdita del lavoro e un buco nella carriera sono più comuni di quello che pensiamo, nonostante (soprattutto in Italia) tendiamo a nasconderlo nella vita sociale e anche nei cv. Solo nel primo trimestre 2025, l’Inps conta più di 127mila licenziamenti di natura economica e oltre 50mila disciplinari.

Alcune volte le interruzioni sono subite, altre volte scelte. Anche se le dimissioni in Italia, con un mercato del lavoro poco dinamico, non sono così frequenti come in altri Paesi.

«I periodi di pausa nella carriera sono ormai una realtà consolidata nel mondo del lavoro di oggi», dice Jasmine Escalera, esperta di carriera per LiveCareer. «I datori di lavoro dovrebbero superare i vecchi pregiudizi. Queste pause spesso riflettono crescita personale, acquisizione di nuove competenze o cambi di vita necessari, non una mancanza di ambizione o capacità».

Da LiveCareer, danno anche qualche consiglio a lavoratori e imprese. Per i candidati, diventa fondamentale saper raccontare i periodi di inattività in modo strategico: «Questi gap non sono più un difetto da nascondere, ma possono diventare la prova di resilienza, crescita personale o acquisizione di nuove competenze professionali». Per le imprese, il consiglio numero uno è quello di rivedere le pratiche di selezione. A partire da quei filtri che ancora oggi penalizzano i buchi nei cv. Anche perché ormai solo la metà dei candidati ha un percorso professionale ininterrotto.

 

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