I gradi della produttivitàL’aria condizionata e il Pil

La possibilità di lavorare al fresco, quando le temperature sono alte, ha un grande impatto sulla crescita. Ma l’Europa è indietro, anche sul freddo, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

Lee Kuan Yew, fondatore del moderno Singapore, sosteneva che i segreti della trasformazione del suo Paese da remota colonia britannica a uno dei centri finanziari più ricchi al mondo fossero due: la tolleranza multietnica e l’aria condizionata.

Nel 1959, quando salì al potere, per prima cosa fece installare i condizionatori d’aria negli uffici governativi, descrivendoli come «una delle invenzioni più significative della storia», fondamentali per lavorare e aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione in un’isola in cui si superano spesso i 40 gradi.

Oggi a Singapore un ufficio o un centro commerciale senza aria condizionata è quasi impensabile. Il 99 per cento dei condomini privati è dotato di un impianto, così come la maggior parte degli appartamenti di edilizia popolare.

I gradi della produttività
Nonostante il contributo preciso dell’aria condizionata al miracolo economico di Singapore sia difficile da quantificare in cifre, non c’è dubbio che la possibilità di lavorare al fresco nei climi caldi abbia un grande impatto sulla crescita, ha scritto il Financial Times.

L’aria condizionata è diventata sempre più un asset strategico per lavorare in sicurezza e far funzionare le economie anche a temperature alte. E il tema, con il riscaldamento globale e le estati roventi, si sta ponendo anche in Europa, dove i condizionatori sono ancora un’eccezione, al contrario degli Stati Uniti.

Nell’Ue i condizionatori si trovano solo nel 20 per cento delle abitazioni, contro il 90 per cento degli Stati Uniti. Il consumo europeo di energia per il raffreddamento è fermo allo 0,6 per cento, contro il 62,5 per cento di quello destinato al riscaldamento.

In totale sarebbero circa 140 milioni gli impianti di aria condizionata installati in Europa, distribuiti per lo più nei Paesi più caldi come Italia, Grecia e Spagna. Nel Nord Europa, la preoccupazione finora è sempre stata quella di riscaldare gli edifici d’inverno e non come raffreddarli d’estate. E la domanda di condizionatori è cresciuta – poco, in realtà – solo negli ultimi anni con l’aumento delle temperature.

Quest’anno, per fare un esempio, Londra sta sperimentando un caldo pari a quello di Portland, in Oregon, ma senza l’infrastruttura di raffreddamento di Portland, dove il 79 per cento delle famiglie ha l’aria condizionata. Non a caso, pure l’Economist ha scritto: «La Gran Bretagna è già un Paese caldo e dovremmo agire di conseguenza».

I motivi si trovano in diversi studi scientifici. Quando le temperature al chiuso superano i 20 gradi centigradi, gli esseri umani iniziano a soffrire. La durata e la qualità del sonno diminuiscono rapidamente oltre i 23 gradi. E anche le prestazioni cognitive subiscono un andamento simile, con punteggi nei test delle scuole superiori che calano nelle giornate più calde. Lo stesso vale per la produttività dei lavoratori, che raggiunge il picco intorno ai 21 gradi e poi peggiora rapidamente con l’aumentare della colonnina di mercurio. Nelle giornate di caldo, la produttività del lavoro può diminuire di circa il 10 per cento. Fino ai casi estremi di mortalità, i cui tassi aumentano vertiginosamente quando le temperature raggiungono i 30 gradi.

Nel 2023, a causa dell’esposizione al calore nei settori agricolo, edile, manifatturiero e dei servizi, sono state perse 512 miliardi di ore di lavoro potenziali. Con un’enorme disparità, tra l’altro, tra chi lavora al chiuso, e può quindi usare l’aria condizionata, e chi invece svolge lavori all’aperto. In questo secondo caso, le ipotesi sono due: o ci si ferma, riducendo la produzione, o si rischiano malori continuando a lavorare.

Tra il 2000 e il 2019, in media 83mila europei hanno perso la vita ogni anno a causa del caldo estremo, contro i 20mila nordamericani.

Tutti questi scenari – scrive il Ft – possono essere evitati o attenuati se gli interni di case, scuole e uffici vengono mantenuti a una temperatura confortevole anche quando il sole picchia forte e fuori si sfiorano i 40 gradi. E sebbene la progettazione e l’isolamento termico degli edifici possano aiutare, quando le temperature sono molto alte solo l’aria condizionata può fare davvero la differenza.

Secondo il Lancet Countdown, oggi l’aria condizionata evita già la morte prematura di duecentomila persone al mondo. Il paradosso è che proprio i Paesi più caldi al mondo sono anche quelli con la più alta concentrazione di popolazione che non può permettersi l’installazione di un impianto di aria condizionata, senza contare la spesa per l’energia elettrica per farli funzionare.

Si parla infatti di cooling poverty: le famiglie ad alto reddito destinano tra lo 0,2 e il 2,5 per cento delle proprie spese all’uso dell’aria condizionata, mentre quelle più povere possono arrivare a spendere fino all’8 per del budget per l’elettricità destinata al raffreddamento e quindi spesso ci rinunciano.

Il dilemma del condizionatore
Il problema è che l’uso diffuso dell’aria condizionata ha un costo energetico enorme e tocca questioni ambientali, che hanno creato due schieramenti opposti, soprattutto in Europa. Con i politici divisi tra favorevoli e contrari, tra chi vuole l’aria condizionata e chi si preoccupa dell’impatto sul pianeta. Il Wall Street Journal ha scritto che «il nuovo tema caldo nella politica europea è l’aria condizionata».

Negli ultimi anni, quando la crisi climatica si è aggravata, è arrivata anche la crisi energetica legata all’invasione russa dell’Ucraina con i costi delle bollette che sono schizzati in alto. E così il tasso di penetrazione dell’aria condizionata in Europa non è migliorato così tanto. È rimasta nella memoria di tutti la domanda dell’allora presidente del Consiglio Mario Draghi: «Preferiamo la pace o l’aria condizionata?».

Come ha scritto Guia Soncini, «politicamente l’aria condizionata può essere impresentabile […] Marine Le Pen settimane fa ha detto che ci vuole l’aria condizionata negli ospedali e nelle scuole, e ancora più che ai tempi di Draghi noi che apprezziamo le meraviglie del mondo ci siamo trovate allineate con partiti che non voteremmo mai».

L’Italia è il Paese europeo che usa più energia per l’aria condizionata, consumando un terzo di tutta l’elettricità utilizzata nei 27 stati membri dell’Ue. «Non stupisce che Paesi come Italia o Grecia oggi debbano usare sempre più aria condizionata: è diventata un bene essenziale, non più di lusso», spiega Enrica De Cian, professoressa in Economia Ambientale alla Ca’ Foscari di Venezia. Ma aggiunge: «Con la crisi del clima che avanza è anche un bene che ha bisogno di un approccio sistemico».

I governi europei «devono considerare la necessità di un adeguato raffreddamento con la stessa serietà del riscaldamento», scrive il Financial Times, sostenendo che una soluzione sarà quella di alimentare sempre più i condizionatori con energie rinnovabili.

La Bce ha calcolato che il cambiamento climatico potrebbe pesare sul Pil dell’Eurozona come la grande crisi finanziaria. Ci salveranno i condizionatori quindi? Forse. Il problema è che gli investimenti dirottati verso i sistemi di adattamento al caldo aiutano sì a proteggersi dagli eventi climatici estremi, ma riducono pure gli investimenti in nuove tecnologie che potrebbero a loro volta migliorare la produttività. L’Europa è in ritardo, anche sul freddo.

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