
Il Meeting di Rimini si è concluso da pochi giorni, quando a Bologna, il 29 agosto, ha avuto inizio la Festa dell’Unità. Quella nazionale partirà a Reggio Emilia martedì 2 settembre. Anche quest’anno – come avviene da tempo – nel dibattito politico il Meeting di Comunione e Liberazione si è appropriato del ruolo che in altri tempi svolgeva il Festival Nazionale dell’Unità: quello di riaprire il confronto politico dopo la pausa estiva a partire dalla manovra di bilancio nell’autunno.
Oggi la Festa dell’Unità si svolge in ambiti più ristretti, perché il Partito democratico non è più in grado di mobilitare quel lavoro volontario che è indispensabile per il buon esito dell’iniziativa e che, invece, rappresenta tuttora il capitale sociale del Meeting. Poi le Feste del Pd si sono trasformate in un evento domestico, riservato agli addetti ai lavori, agli amici degli amici, all’equilibrismo (un vero e proprio manuale Cencelli) tra le diverse aree interne che si parlano addosso.
È pertanto comprensibile che a Rimini si siano ritrovate le più importanti personalità della politica, dell’economia, della società italiana e internazionale e si sia parlato di politica, di lavoro e di welfare, mentre i Festival dell’Unità si sono riconvertiti ai c.d. nuovi diritti (quegli stessi che il Pci di una volta definiva come ‘’lussi borghesi’’). Il caso di Bologna è un evidente segno dei tempi.
Quest’anno, per la prima volta dopo cinquantuno anni, l’iniziativa non si svolge nella consueta sede: il Parco Nord, un’area (ça va sans dire) dedicata al Festival, tanto che, a suo tempo, la giunta di Bologna fu indagata per aver impiegato risorse pubbliche nella predisposizione delle infrastrutture.
Ma tutto finì in una bolla di sapone anche perché dai bolognesi il Festival era considerato un evento comunitario al pari della discesa dal Colle della Guardia della Madonna di San Luca. Oggi, dopo mezzo secolo, il Festival si è spostato al Parco Cevenini (dedicato a un militante molto popolare scomparso), un’area di dimensioni più ridotte e meglio gestibile dai duemilacinquecento volontari che sono stati mobilitati nel corso del mese di apertura.
Ci fu un tempo in cui essere invitati al Festival dell’Unità a Bologna (che non era comunque da meno di quello nazionale, ultimamente distribuito a turno in una città del fortilizio emiliano-romagnolo) era un segno di distinzione per chi svolgeva attività politica in un partito, in un sindacato o in un’altra forma di associazionismo democratico. Era sufficiente partecipare a un dibattito nel pomeriggio, quando i frequentatori erano in numero limitato, per poter contare su un addetto stampa che sintetizzava il tuo intervento per ritrovarlo sulle cronache dell’Unità il giorno dopo.
Allora il quotidiano fondato da Antonio Gramsci aveva una robusta redazione nella sede storica del Pci, in via Barberia, anch’essa dismessa per motivi economici come il Bottegone, ma con una destinazione rispettosa di ciò che aveva rappresentato quel palazzo che divenne sede di una facoltà universitaria, al pari dell’altrettanto famosa Scuola Marabini – una Frattocchie minore dove venivano formati i quadri comunisti – che divenne una sede della facoltà di Medicina. Oggi il Pd trasloca da un appartamento all’altro alla ricerca di locazioni più favorevoli.
Il Festival provinciale chiudeva a settembre un’estate durante la quale si erano svolte tante iniziative comunali e zonali, per la gestione delle quali gli attivisti riservavano un periodo delle loro ferie. Il successo dei Festival dipendeva dall’essere un punto di incontro corale di un vasto arco di forze sociali e politiche anche diverse tra di loro nelle collocazioni rispetto al governo in carica e nei programmi.
In questo modo si mettevano a confronto, davanti alla gente, le idee che avrebbero trovato posto nel dibattito che di lì a poco avrebbe caratterizzato la manovra di bilancio; pertanto poter avere la presenza di un ministro democristiano o socialista (magari era lui a declinare l’invito) era considerato un fatto positivo ai fini della riuscita della iniziativa.
Se leggiamo il programma della Festa di Bologna ci accorgiamo che il Pd non è l’erede legittimo del Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer che governava dall’opposizione e neppure una forza con vocazione maggioritaria; è divenuto un partito chiuso e settario, una monade senza porte né finestre. Il Pd crede «che la democrazia cresca e si rafforzi attraverso il dialogo, anche quando è difficile, però l’importante è il rispetto delle differenze».
Eppure annuncia: «Niente spazio a rappresentanti di partiti di governo a livello nazionale, che non sono stati invitati». Ad Atreju sono andati Matteo Renzi, Enrico Letta, persino Fausto Bertinotti. Ma, visto il livello dei rapporti politici, non c’è da stupirsi se il Pd si accontenta di fare le cose in famiglia e rivolgersi soltanto a tutte le forze che vorrebbe arruolare nel campo largo.
Il Pd è convinto di avere in esclusiva il potere della legittimazione, da usare a discrezione. Tra le partecipazioni c’è un buco molto vistoso. Sono riservati spazi solo per queste associazioni: Anpi, Cgil e Uil. La Cisl – dicono – non sarà presente anche quest’anno (ma è stata invitata?); ci sarà ad personam il suo segretario metropolitano Enrico Bassani per un confronto sul lavoro con Michele Bulgarelli (Cgil) e Marcello Borghetti (Uil).
Questa assenza è davvero singolare. Per il Pd è sufficiente dissentire dagli scioperi generali e dai referendum promossi dalla Cgil per perdere le stimmate del sindacalismo democratico? Ma si chiedono i padroni di casa per quale partito votano i lavoratori iscritti alla Cisl?