Boomer vs zoomerLa proiezione delle ansie adulte costruisce il mito dei giovani fragili

In “La fuga immobile”, Walter Siti si sofferma sugli attriti e le complicità che si generano fra genitori e figli nati tra il 1995 e il 2010, la cosiddetta Gen Z. Fra le principali peculiarità di queste nuove relazioni familiari, l’inversione del rapporto di potere adulto-adolescente

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Figli viziati e genitori deboli: il rapporto di potere, e anche pedagogico, sembra quasi che si sia rovesciato – sono i figli adolescenti quelli che ne sanno di più, almeno su virtualità e tecnologia, e sono loro i più aggiornati sul piano dei diritti, di quel che è corretto dire o pensare. “Non ti vergogni, nonno, a dire che Agnezka cià il culone?” “Papà, il problema non è la mia minigonna, non hai il coraggio di ammetterlo ma non vuoi che esco con Bashir perché è nero.” “Mamma, lo sai che io non mangio cadaveri.” E la famiglia a scusarsi, o a reagire malamente ma poi a sentirsi in colpa per averlo fatto.

Quindi i fragili sono gli adulti, che imparano a cucinare il tofu e si rimproverano se le loro difficoltà di coppia hanno reso i figli precocemente introversi (“non mi avete trasmesso la maschera del sorriso”). A fare gli autoritari si sentono inadeguati, perfino un po’ ridicoli, ma non sanno rinunciare al piacere di considerarsi indispensabili peri figli (“l’indispensabilità” scrive Daniele Novara “è una vertigine a cui si prende gusto”). Il raggio d’azione sociale, per la maggior parte degli adulti, si è drasticamente ristretto, i figli sono la loro pratica politica; se il figlio è unico, significa che in canna hanno quel colpo solo – soltanto in lui (o in lei) possono realizzare ciò che han sempre sognato: anche, se è il caso, contro la scuola. Si delinea, inconsapevole e tacito, un ‘patto d’ansia’ tra le generazioni: proteggiamoci a vicenda, io ti do la sicurezza e tu mi garantisci che non sono inutile.

[…] La iGen è una generazione di voyeurs dei pericoli altrui. Ma questo, al tempo delle guerre combattute per procura, accade anche agli adulti; se agire pagando di persona è il marchio della maturità, essere inibiti nell’azione fa regredire all’infanzia. Tutti ad aspettare che il Potere (cioè il papà autocrate) indichi la direzione: da seguire con entusiasmo almeno simulato o da contraddire con un’opposizione tiepida e vagamente autoerotica. Se i ragazzi iperprotetti non sono più lasciati liberi di farsi male, i genitori iperprotettivi vedono il male ovunque e non osano muoversi. Tutelare il loro figlio (unico!) è la sola azione che possano permettersi, ma è un’azione intransitiva in cui il maggiore teme di veder fallire il minore perché lui stesso non sa uscire da uno stato di minorità. Il ‘safetysm’, l’ideologia della sicurezza, diventa un valore sacro e idolatrico perché nel contesto vigente non c’è nulla per cui valga la pena di essere feriti.

La cronaca ci imbottisce gli occhi di fatti, per accecarci. La tanto sbandierata fragilità dei giovani non sarà anche (forse soprattutto) una proiezione degli adulti che li usano come una testa di turco del luna park, contro cui gettare le sfere di pezza della propria impotenza? In ultima analisi, chi è una persona fragile? È chi crolla al primo urto, certo, ma anche chi per paura degli urti non scende in strada; chi arriva agli appuntamenti all’ultimo minuto perché non sapeva decidersi sull’abito da indossare e chi parte da casa mezz’ora prima perché non si sa mai; chi imperversa urlando contro il traffico e chi desidera essere urtato mortalmente una volta per tutte, per farla finita.

Ansia, perplessità, nevrosi, depressione, ipocondria, timidezza si possono generalizzare e addirittura assumere come distintive di una generazione? Più o meno dagli anni Settanta del secolo scorso, come ho già detto, nell’ambito del disagio interiore il disturbo di maggior successo è diventatala depressione, prendendo il posto della nevrosi che aveva dominato quasi tutto il Novecento. I nati nella prima metà degli anni Ottanta (sociologicamente detti millennial) erano la “generazione Prozac”, dal nome di un diffuso antidepressivo a base di fluoxetina. Mentre per il nevrotico il proprio corpo è un campo di battaglia, per il depresso è uno spazio neutro e sfibrato, da dimenticare al buio; la nevrosi è rimozione di qualcosa che preme per uscire, la depressione è una tragedia dell’insufficienza, l’effetto di un deficit energetico – è una “fenditura interna in cui gli elementi non risultano né in conflitto né in rapporto tra loro”.

Storicamente, la nevrosi è stata la rabbia del Sessantotto contro i padri castratori e repressivi, la depressione invece è figlia dell’abbondanza nell’epoca dell’“edonismo reaganiano” (copyright Roberto D’Agostino) – liberi di autogestirsi e senza più un orizzonte collettivo di lotta, i ragazzi degli anni Ottanta sentivano che tutto era possibile ma nulla obbligatorio; il loro mantra fu, massificando un titolo famoso di Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dell’essere. Estinzione clinica dei dilemmi, apatia (di cui l’impulsività è il rovescio speculare); crepuscolo della nevrosi, non più strizzacervelli o riunioni di autocoscienza ma ‘cosmetici dell’umore’ – come sarà stato, in queste condizioni, diventare genitori?

Nonni nevrotici, dunque, e genitori depressi – ma i diciottenni di ora? Con una mamma per amica che però è anche alla ricerca del proprio empowerment e insieme succube del patriarcato nonché vittima da vendicare, un padre dimissionario che vuole al contrario liberarsi di un potere ingombrante ed è pentito non sa neppur lui di che cosa, i professori a scuola malpagati, frustrati e con le pezze al culo, inattendibili e tutto meno che invidiabili. Con un panorama intorno che “non è guerra ma non è nemmeno completamente pace”, come ha detto il segretario generale della NATO, Mark Rutte; la sensazione che qualcosa di veramente grave possa accadere prima che loro facciano in tempo a diventare grandi; e prospettive marziane da cyborg in pectore.

Il “pianeta B” che Greta Thunberg negava, invece esiste e possiamo andarci. Più che una generazione ansiosa è forse una generazione che si è messa in aspettativa – strade troppo aperte su cui si minaccia di calare saracinesche; un elmetto o una tuta spaziale magari da indossare, chissà quando. Si capisce perché il vero safe space ora possa essere la famiglia, meglio se disfunzionale e attutita dalle insicurezze reciproche, dove rinchiudersi per non sentire la cacofonia delle opinioni e il bisbiglio tentatore della speranza. (Nei casi migliori: nei peggiori, lo spazio considerato sicuro è quello della propria stanza o di un appartamento affittato in segreto, dove ascoltare il bisbiglio dei venditori di microvalute o di un disperato come te che ti fornisce qualche dritta sul modo più efficace di suicidarsi senza dolore).

 

Tratto da La fuga immobile. Lo strano caso della Generazione Z, di Walter Siti, Silvio Berlusconi editore, 168 pagine, 17,10€

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