Metamorfosi incompiutaMeloni ha trasformato la sua popolarità in tattica politica, ma senza prospettiva

La presidente del Consiglio si affida a scelte di breve periodo che rafforzano il consenso immediato, evitando le decisioni strutturali, e senza offrire soluzioni capaci di incidere davvero sul futuro del Paese

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Oggi Giorgia Meloni appare agli occhi di molti cittadini – non solo italiani – una leader internazionale credibile. Se è da riconoscere una certa postura istituzionale, è legittimo anche chiedersi come si possano conciliare con ciò le modalità politiche attraverso le quali, negli anni, è stato costruito il consenso che l’ha portata a Palazzo Chigi. 

La strategia attraverso cui ha architettato questo successo andava infatti a demolire i presupposti stessi dell’effettiva politica istituzionalizzata e dunque responsabile, ben conscia dei vincoli esterni e dei limiti di realtà nel momento in cui si governa, con un modello propagandistico per gran parte fondato su demagogia e strumentalizzazioni oclocratiche. Ben distante da ciò che è poi diventata, è affermabile oggi con ragionevole certezza.

Da un lato, il meccanismo si porta dietro sicuramente aspetti positivi, in quanto sottolinea ancora una volta la forza dell’istituzionalizzazione, che è in primis forza dello stato di diritto – che in un certo senso costringe i capi di governo e le forze politiche diventate maggioritarie, anche le più antisistema, a restare ancorate a un architrave di tenuta responsabile, appunto – che non è altro che schema di tenuta complessiva del Paese. Pensiamo a Elly Schlein o addirittura Giuseppe Conte – di lui abbiamo evidenza empirica – che, per capitalizzazione da opposizione, recitano un preciso copione, in particolare sulla politica estera (per la verità, nei casi di specie, piuttosto inefficace, distante e retoricamente arrogante).

Dall’altro, però, riduce la cassetta degli attrezzi e gli strumenti tattici di ricerca del consenso, contemporaneamente ampliando la durata di una partita elettorale in cui, nei fatti, vale tutto e il contrario di tutto. Il valore dell’istituzionalizzazione, impoverito di principi a orientare, finisce per costruire modelli politici su presupposti diversi da quelli che li avevano originati, finendo inevitabilmente per incanalarsi su altre finalità – spesso legate a motivazioni di sopravvivenza politica e autorigenerazione individuale.

Se è acclarato che la democrazia rappresentativa tenda a dimenticare, verrebbe da chiedersi a questo punto quale sia la vera Giorgia Meloni: premier guida sicura, quasi riferimento del timone occidentale, o caterpillar da opposizione capace di attestarsi bestialità su bestialità, pur di conquistare la percezione delle persone. La spregiudicatezza di Meloni sta proprio nella sua capitalizzazione calcolatrice, che genera la propria istituzionalizzazione come prodotto finale, voluta o meno che sia.

In ogni caso, per tutti i leader arriva il momento delle decisioni concrete e definitive, da perseguire fino in fondo. Qui la pasta di Meloni pare cambiare, in modo ormai evidente: si pensi alla proposta-garanzia di sicurezza per Kyjiv, sul modello articolo cinque della Nato. La premier lo avanza, in caso di aggressione, ma allo stesso tempo ribadisce l’indisponibilità a mandare truppe in Ucraina in operazioni di peacekeeping.

Ancora, le titubanze sulla difesa comune sono cosa nota, così come scarsa è la disponibilità ad avviare un ragionamento effettivo sul superamento della regola dell’unanimità, tanto cara, tra gli altri, all’amico Viktor Orbán (il quale continua, esempio massimo, a bloccare il sostegno militare Ue agli ucraini martoriati) che paralizza noi europei, rendendoci irrilevanti.

Ecco, Meloni qui si arresta sempre un po’ prima della scelta vera, evidenziando la sua bassa ambizione, che è figlia di un’assenza di visione e lungimiranza politica di fondo. Così la premier può continuare a limitarsi a portare nel dibattito e a mettere in evidenza solo ciò che la aiuta a raccogliere un sostegno immediato – si veda l’ennesimo teatrino populista sulle pensioni, dove il governo vorrebbe congelare l’adeguamento di tre mesi dell’età pensionabile, da sessantasette anni a sessantasette e tre mesi, collegato alla crescita dell’aspettativa di vita certificata dall’Istat, dimostrando di non cogliere la portata della sfida demografica.

Proprio davanti a queste debolezze dovrebbe entrare in gioco un’offerta politica alternativa degna di questo nome, che la incalzi sul suo sostanziale vivacchiare immobilista – con la forza riconosciuta che ha e un po’ di ambizione (che non ha) potrebbe infatti fare molto di più, se solo volesse interpretare il ruolo di leader veramente europea: un’opposizione che grida questo pare finora non esserci.

Davanti a un esecutivo che non dà risposte su economia e lavoro, composto da modeste classi dirigenti che scelgono di allocare le poche risorse disponibili al passato, piuttosto che disegnare un’idea di Paese per il futuro, chi dovrebbe costruire un’offerta credibile da contrapporre o non ha capacità costruttiva tra famiglie e radici politiche differenti, oppure non riesce a tenere insieme corpi sociali diversi in una piattaforma ampia.

Nessuno si aspetta che nasca una forza che si presenti alle elezioni come acme esaltatore del populismo e che, una volta al potere, faccia tutte le riforme che servono all’Italia, in un harakiri di servizio-dovere che potrà durare, nel migliore dei casi, cinque anni. Però un riformismo che torni a essere investito della fiducia di tanti, oltre velleità liberali o presunte tali, quello sì.

Il riformismo è l’unica sfera politica che interpreta la realtà che cambia e che cerca, o dovrebbe cercare, gli strumenti corretti per gestirla. Semplicemente perché è questo quanto interessa alle persone, nella quotidiana conduzione (o nella ricerca) di esistenze dignitose. Troppo spesso, invece, la trappola dell’appiattimento su tematiche lontane, trattate pure in termini eccessivamente spiccioli o, peggio, ideologici, prende il sopravvento.

Incentrare la propria essenza nelle campagne propal (addirittura senza contemporaneamente riconoscere il valore della resistenza ucraina, per giunta da una prospettiva di centrosinistra) non pare abbastanza – pur essendo ovviamente doveroso il sostegno ai civili palestinesi, se di questo si tratta, insieme alla ricerca di soluzioni percorribili per quell’area del mondo.

A qualsiasi latitudine nazionale esiste un problema di alternativa: nessuno, anche coloro i quali riescono a far nascere una proposta unitaria, è successivamente in grado di far prevalere quel taglio riformista e imprimere quella scossa sui temi reali, che interessano alla gente. Se non c’è questo scatto, la destra continuerà a vincere, nel suo immobilismo contornato da inerzia e mediocrità, perché la controproposta non ha ancora compreso come misurarsi.

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