
Le leggende non si verificano, né altri di quei verbi orrendi (debunking, mamma mia) di questo secolo con la smania della verità; le leggende si ripetono sottovoce, con un’ammirazione proporzionale alla loro inverosimiglianza (una leggenda dev’essere leggendaria, mica plausibile), finché l’oggetto della leggenda è immortale ma vivo.
Ora che Giorgio Armani è immortale ma non più vivo, posso riferire la mia preferita tra le leggende che lo riguardavano. Era quella secondo la quale, quando provava quelle sue giacche per donne esili a indossatrici senza forme, sbuffava quando il bavero veniva sviato da una prima di seno, la misura minima, il niente, epperò: «Le donne hanno sempre quel difetto sul davanti».
Ai giornalisti forestieri, ogni tanto Armani diceva anche cose che svelavano quel suo caratterino: «Certo!», rispondeva entusiasta a un giornalista del Times che dieci anni fa gli chiedeva se fosse vero che incitava spesso i collaboratori a «tirar fuori le palle» (chissà quanta della conversazione era smarrita nella traduzione: il mio dettaglio preferito, del signor Armani, era che non avesse mai voluto imparare una parola d’inglese).
In quell’intervista il giornalista scriveva che si dicesse lo stilista parlasse di sé stesso, in terza persona, come «il signor Armani», e poco più avanti in effetti lo citava mentre diceva che i suoi collaboratori avevano «paura del signor Armani». Il comunicato con cui l’azienda ha annunciato la sua morte si riferisce a lui dicendo «Il Signor Armani, come è sempre stato chiamato con rispetto e ammirazione da dipendenti e collaboratori», quindi direi che almeno questa la rubrichiamo come non leggenda, anche se in un vecchio documentario diceva «Mi piace quando mi chiamano “maestro”» (e riusciva a parlare di sé sia in seconda sia in terza persona: «Mi sono detto: tu lo fai perché vuoi essere Armani il giorno dopo, cerca di essere meno Armani, ma è molto difficile dimenticarsi di essere Armani, perché sei obbligato a pensarci»).
La mia seconda leggenda preferita, su Giorgio Armani, è d’una ventina d’anni fa. Mi raccontarono che, nella sua casa di Pantelleria, erano state invitate per qualche giorno quelle favolose analfabete che sono le giornaliste di moda, quelle che vanno prima della sfilata a farsi spiegare dallo stilista come sia la sfilata, cosa scriverne: non tanto per piaggeria, quanto per autentica incapacità di descrivere quel che vedono con parole loro.
Nel dammuso, Armani aveva fatto una domanda retorica: qual è stata quest’anno la vostra sfilata preferita? Tutte avevano risposto «ma la tua, Giorgio». Una sola, evidentemente una provocatrice, aveva detto che certo, Giorgio, la tua bellissima, però mi è piaciuta anche quella di – nome di rivale. La signora la sera stessa era stata riaccompagnata in aeroporto.
La terza leggenda su Armani credo sia anche la più infondata. È quella secondo la quale, a metà degli anni Ottanta, smise di fare pubblicità sui giornali d’un intero gruppo editoriale per punire un settimanale che aveva pubblicato un trafiletto sulla morte di Sergio Galeotti, suo socio in affari e compagno nella vita, morto di Aids.
Mi sono convinta che fosse infondata l’anno scorso, quando ha detto ad Aldo Cazzullo d’aver recuperato dall’incendio della casa di Pantelleria un anello, «me l’ha regalato Leo, e lo dovevo salvare», per procedere poi a raccontare che lui e Leo Dell’Orco convivevano da anni. Mi sono convinta quel giorno che, banalmente, nessuno gli avesse mai fatto la domanda, tutti terrorizzati e-se-poi-ci-leva-la-pubblicità. Peggio: potrebbe relegarci in seconda fila alle sfilate. (Il Corriere, che pure era stato l’unico a fargli dire che aveva una relazione con un uomo, a farsene dire il nome, a pubblicare la foto della coppia, con questa notizia mica ci fece il titolo).
In “Giorgio Armani: A man for all seasons”, un documentario di venticinque anni fa in cui fa più sfuriate di quante ne faccia Valentino in “L’ultimo imperatore” e dice «cazzo» più volte d’un rapper, Re Giorgio (come lo chiamavano le giornaliste compiacenti per le quali «signor Armani» e «maestro» non bastavano) dice dei suoi collaboratori che «anche se sono duro, io li amo, e voglio essere amato da loro».
Mentre prepara una sfilata, sbuffa, scontento della postura dei modelli che devono uscire in passerella coi suoi abiti, col traduttore a fianco che veicola i suoi «cazzo» agli indossatori anglofoni: «Sono stati catechizzati da qualche mio collega». Ma Armani non aveva colleghi, e non solo perché le leggende sono per definizione uniche e non pari grado in qualche corporazione.
Degli stilisti il cui nome è noto in due secoli, è noto anche a chi non s’interessa alla moda, è noto anche a chi sbuffa quando gli si parla di vestiti, di quei quattro nomi che non si possono non conoscere se non si è in coma vigile – Armani e Valentino, Chanel e Saint-Laurent – Armani è l’unico che ha continuato fino a ieri a essere lo stilista di Armani, il proprietario di Armani, il plenipotenziario delle sue giacche per donne senza tette, dei suoi non colori, delle sue sfilate tutte uguali e quindi inderogabilmente amate dalla clientela (la ripetizione è il segreto d’ogni successo).
A Martin Scorsese, nel cortometraggio del 1990 “Made in Milan”, Armani diceva «penso sempre di aggiungere qualche cosa, togliere qualche cosa: soprattutto togliere qualche cosa. Una grande attenzione al rigore e al non esibizionismo», ed è impossibile, guardandolo dosare i non colori, non pensare ad Alfred Hitchcock e alla sua idea di fascino sottile e minimalista, quella che gli faceva dire «la povera Marilyn aveva il sesso scritto in faccia».
Quaranta e più anni fa, Natalia Aspesi scriveva che Armani non aveva il «richiamo mistico» degli stilisti che fin da bambini volevano fare i vestiti alle bambole, che il suo fortunato incontro era stato «non con la società del vestire ma con la società dell’informazione, della pubblicità del vestire». Venti e più anni fa, Annalena Benini scrisse sul Foglio un ritratto d’una giornalista di sinistra, del quale ricordo solo che la raccontava vestita sempre «in colorarmani»: sono venticinque anni che mi consuma l’invidia dell’intuizione, ha fatto prima Armani a morire che io a farmela passare.
La quarta leggenda, alimentata da lui stesso che la raccontava con un certo compiacimento, era quella di Gianni Versace che gli diceva «io vesto le troie, tu le suore». Però una delle più affezionate ad Armani tra le famose è la non esattamente asessuata e non formosa Sophia Loren: non può essere solo perché, se vivi abbastanza a lungo, non avrai colleghi ma non puoi non avere affetti tra le poche leggende che, come te, sono sopravvissute al secolo della guerra fredda e delle spalline imbottite, sono passate attraverso ogni ribaltamento del mondo rimanendo uguali a loro stesse.
Quando volevano fargli dire una cattiveria, gli intervistatori chiedevano al signor Armani di Miuccia Prada, tutto quel che lui non sarebbe mai stato, a cominciare da: mai uguale a sé stessa. «La moda concettuale non ti fa più bella, è una forma di snobismo per quelli che non amano la moda».
In realtà è il contrario, la moda non ha a che fare con le cose donanti, che ti stanno bene, che ti fanno più sottile: questo è un punto di vista da dilettanti di quelli che criticano i vestiti della Meloni, e Armani la sapeva parecchio più lunga di così. I concetti hanno a che fare con la moda almeno quanto i vestiti, forse di più.
Però certo, la maggior parte delle donne – anche le belle, anche le famose, soprattutto quelle famose per essere belle – vogliono innanzitutto un vestito donante, e infatti quella sfilata che è il tappeto rosso delle serate di gala l’ha praticamente inventata lui: vestiva le celebrità prima che esistessero gli stylist, prima che le foto di com’erano vestite le celebrità ci venissero a noia, prima che lo facessero tutti. L’intervista che gli ha fatto la settimana scorsa il Financial Times, per i cinquant’anni dell’azienda, era piena di famose che lo ringraziavano d’averle fatte belle. Nel format foto-col-morto, la prima che m’è apparsa su Instagram in morte di Armani era di Julia Roberts.
La me dodicenne, ma pure quella quindicenne, vestiva praticamente solo Emporio Armani. La me ventenne vestiva Dolce e Gabbana. La me dai venticinque in poi ha dato tutti i suoi risparmi a Prada (qualcosa anche ad Alber Elbaz e ad Alexander McQueen, ma meno). È perché hanno smesso di bastarmi i vestiti e ha cominciato a piacermi la moda? Anche, ma non solo. Soprattutto, è che la leggenda era vera: ho smesso di vestire Armani quando m’è cresciuto quel difetto sul davanti.