Oggi mi pare appena ieri. Cosa stavo dicendo? Sì, i miei compagni di scuola.
Ma è mai possibile? Sono diventati tutti reggitori (si può dire reggitori?) di pezzi di mondo (il mondo è in pezzi?). Da un momento all’altro, come misirizzi (si può dire misirizzi o è troppo antico?) eccoli balzare su uscendo fuori dai banchi.
Fino a poco fa gli addetti ai governi sembravano gente cresciuta. Tutt’un botto sono i miei compagni di banco. Cioè, voglio dire, li guardo in televisione e li riconosco: sono quei bambolòidi che giocavano tra loro coi tappi ciclistici, coi borgioni, coi soldatini, quando nei cortili facemmo insieme quel tratto che dall’infanzia porta all’adolescenza.
Guarda come si guardano, guarda le loro pose che vanno dal malizioso furbesco al giocoso strisciante all’infingardo simulatore. Guarda come giocano, come si divertono a vedere sfilare i loro giocattoli, il loro armamentario, le rampe con sopra i loro piselli d’acciaio. (Quand’è che capiremo che è tutto finto? Facciamo che, facciamo che ero, facciamo che eri, facciamo che eccetera.)
Li vedo spesso. Quando li chiamano alle interrogazioni. Dove avvengono le interrogazioni? In televisione, nel televisore, che è di dominio pubblico, anche mio. Si presentano alla cattedra promozionale tutti belli ordinati, tutti belli vestiti, quasi tutti. Tutti golosi di promozione.
La gente non cresce più, né esce più da quell’età scolastica, ha l’età della scuola elementare.
Appena ieri è oggi. A un certo punto l’umanità è tornata nei banchi, è tornata ai tempi della scuola, i miei contemporanei non sono altro che una scolaresca, classi maschili soprattutto.
L’Americano (questi ingenui soprannomi scolastici, i nomignoli di quei tempi): i suoi capelli sono alimentati da un iroso gas interiore, si vede dal colore della fiamma, la stessa incandescenza di quelle retine nelle stufe a gas velenoso, non dissimili dalle retine per capelli (di notte egli porta la retina per i capelli da stufa, è sicuro). Ecco spiegato l’aspetto di pennacchio simile a quello in testa ai camini delle raffinerie che utilizzano questo sistema di sfiato a torcia. È un camino spilungone alla fin fine il mio amichetto di scuola. La perenne combustione del suo pennacchio in testa: è così che vengono distrutte le intemperanze in eccesso, gli esilaranti spropositi, le smargiassate esuberanti; è così che si limitano momentaneamente danni maggiori ossia lo scoppio del tizio, l’esplosione vera e propria del pupazzo troppo gonfiato, con danni nei dintorni più o meno ampi; e non è detto che.
Il Russo (sempre questi candidi soprannomi immaturi), quel suo capino da tartarughina. Si vede che è stato respinto, sia a scuola sia negli amorazzi, e più lo respingevano più si induriva, nell’animo intendo, ecco il bel risultato.
Non ha di ghiaccio gli occhi, ha di ghiaccio le orecchie. Gli entra una cosa in un orecchio, gli esce in Siberia dall’altro. È l’ascolto siberiano, si chiama così. Il ragazzetto affascina soprattutto uomini mistificatori, desiderosi di essere messi sotto l’erotico torchio di un interrogatorio come si deve, inquisitorio, spietato, finale, per trarne il godimento di dire tutto, finalmente una delazione con tutti i sentimenti: la denuncia di sé, delle proprie ignoranti disinvolte screanzate porche oscillazioni da una convenienza all’altra.
Giocano coi pupazzetti militari, con una manata li riducono a uomini a terra. Infantilismo, tutto infantilismo. Dall’infanzia non se ne esce. Sì, certo, le tutt’altre ragioni, i tutt’altri motivi, come no, le cose che luccicano, le cose rare, certo, industria e commercio, tutte storie: tutti materiali per i saputi che sanno tutto, e tutto è contenuto nelle scatole da gioco per i sapientini, con le domande davanti e le risposte dietro. Chiedo: si nota che portano i calzoni corti o lo vedo solo io?
In generale: si nota che l’umanità è infanzia spaesata?
Dico: si nota che il sopruso di potere è sopruso d’infanzia? Anche il sopruso di umanità, alle volte. Infanzia, è tutta infanzia, e l’infanzia li salva dall’essere maledetti e fulminati ogni cinque minuti. Chi? Un po’ tutti. Ma sì, è propagandistico a largo spettro quello che dico, e allora? Anche l’umanità è a largo spettro.
No, non l’ho dimenticato. C’è anche quell’altro, quell’altro bell’esemplare, che con gli altri due va forte ultimamente.
Eccolo qua, pare avere una barbetta arcigna su quel visetto da uccellino notturno comune. Il suo soprannome? Non vorrei dirlo. L’Antipatico, l’ho detto, era questo il suo soprannome schietto. In classe non manca mai un tipo così, scontroso, poco socievole, suscettibile, ombroso, più inclinato che incline. Antipatico alla classe intera, l’antipatia è una per tutte e tutti. I soprannomi sono come scritti su fogli volanti che entrano in un turbine di vento e, gira gira, si appiccicano come maschere dei sentimenti altrui sulla faccia di chi li ha provocati, e non si staccano più. È così. L’antipatico è antipatico agli occhi, allo specchio dell’anima, non è robetta. Il suo antagonista lo sa, infatti ultimamente fa il simpatico, lo fa nella camminata, nel sorriso, nei due acini d’uva dolciastri sotto lo spirito del suo sguardo (l’ho già detto: fa sdilinquire tutti i maschi disponibili – più che disposti, quindi – a fare tutto perché soggiogati, anche se fingono che è per convenienza e opportunismo).
Un po’ tutti fanno i simpatici. Anche quello soprannominato il Cinese, forse il più bambolòide di tutti, le sue labbra sono una rosa sorridente, è il più misirizzi, mi pare: le oscillazioni non le subisce, le finge, e le provoca in chi lo vede oscillare.
Insomma, i miei compagni di banco, di classe (alla fine capisci che la classe è unica, una sola, è quella scolastica).
Ce n’è un altro con la barbetta, e fa l’indiano. Ah, barbette posticce su visetti imberbi.
L’antipatico resta antipatico, non riesce a fare il simpatico, è il suo problema. Credete che l’antipatia non c’entri o non abbia peso in qualsiasi sia la storia? Ha peso e crea difficoltà. Chi lo dice e chi lo sa? Voi stessi, lo sapete benissimo. L’antipatia crea ipocriti in chi non riconosce di provarla (e non solo di provarla ma di metterla in scena come figura assai invadente sul proprio palcoscenico interiore). È più forte di ogni buona intenzione. L’antipatia crea distorsioni, contorsioni nell’animo e nei cuori; li rende tortuosi. Che fatica, eh? Ah, perfida e fessa infanzia nella quale i pezzi della torta mondiale sono immersi.
E allora non rompete troppe finestre sul mondo e troppi specchi dell’anima co’ ‘sti palloni. State un po’ accorti. (Anche i coglioni, direi, vedete di non romperli troppo a lungo, li avete già rotti abbastanza. Giocate a Monopoli, che è il prossimo gioco.)
Buonanotte, ragazzi, fate i compìti.