
Nel rapporto sulla competitività di un anno fa, Mario Draghi ci aveva ricordato che la Banca centrale europea aveva stimato che il fabbisogno europeo di investimenti era di ottocento miliardi di euro all’anno: per stimolare la crescita; ridurre le dipendenze; e realizzare gli obiettivi delle transizioni gemelle ambientale e digitale, insieme al tema della difesa e della sicurezza.
Un anno dopo, Mario Draghi ci ha lanciato alcuni drammatici avvertimenti, sintetizzati nella denuncia dell’inazione: le sfide legate a questi obiettivi sono diventate più profonde; la crescita europea si è indebolita e, aggiungiamo noi, rischia di diventare una decrescita in alcuni settori di una società che invecchia; sono aumentate le nostre dipendenze; abbiamo regredito nella convergenza ambientale; e, nonostante l’aumento delle spese militari nazionali, la nostra sicurezza comune è lontana dall’essere garantita.
Secondo Mario Draghi, la Bce stima ora che il fabbisogno di investimenti annuali per il periodo 2025–2031 sarebbe pari a milleduecento miliardi di euro, con una quota pubblica del quarantatré per cento, che equivale a un aumento di cinquecentoquaranta miliardi di euro all’anno. Ciò avviene in uno spazio fiscale nazionale limitato, dato che, anche senza questa nuova spesa, il debito pubblico medio nell’Unione europea è destinato ad aumentare di dieci punti percentuali nel prossimo decennio, raggiungendo una quota del novantatré per cento del Pil sulla base di ipotesi ottimistiche di crescita.
Pur sapendo che gli investimenti dovranno essere un mix di fondi pubblici (che, secondo alcuni, dovrebbero riguardare principalmente la difesa) e di risorse private, il fabbisogno di entrate europee sarà certamente più elevato. Sul tema della difesa comune, i Movimenti europei in Italia e in Francia hanno lanciato la proposta di una nuova Comunità europea di difesa, sottoposta a un controllo democratico sulla base di un trattato parallelo a quello di Lisbona, seguendo il metodo del Trattato di Schengen.
L’Unione europea dovrà farsi carico di beni pubblici che non potranno essere garantiti da bilanci nazionali, appesantiti da debito crescente e dall’ostilità delle classi medie all’aumento del carico fiscale, a cui si unisce l’orientamento della maggioranza dei governi a non colpire i cosiddetti «super-ricchi». I governi ignorano le proposte dell’economista francese Gabriel Zucman di ricorrere alla ricchezza nascosta delle nazioni e all’eliminazione dei paradisi fiscali.
Questa situazione rischia di provocare una paralisi decisionale, di cui saranno maggiormente responsabili i governi, che sono gli attori principali del negoziato sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp) dal 2028 in poi, da cui discenderanno i bilanci annuali, il cui ammontare è fissato dal Qfp secondo il Trattato (art. 312.3 Tfue). Ne è responsabile anche la Commissione europea, la cui presidente appare sempre più obbediente agli ordini della maggioranza nel Consiglio europeo.
Se il Parlamento europeo volesse rappresentare gli interessi delle cittadine e dei cittadini europei, esso dovrebbe procedere con un primo atto politico di denuncia dell’inazione finanziaria, o di un’insurrezione parlamentare, in occasione delle conclusioni dei negoziati sul bilancio per l’esercizio 2026. Il punto di partenza per il Parlamento europeo è il documento di lavoro preparato dal relatore della commissione dei bilanci Andrzej Halicki (Ppe, Polonia) sugli orientamenti del Consiglio, che qui alleghiamo per vostra informazione.
L’Assemblea europea ha il potere di accettare, ma anche di respingere, alla maggioranza assoluta dei membri (art. 314.7.c Tfue) che la compongono, il progetto comune negoziato con il Consiglio, che deriva dal progetto preliminare presentato dalla Commissione europea, chiedendo alla stessa Commissione europea di presentare un nuovo progetto di bilancio, dando così avvio ai dodicesimi provvisori, fino a quando non ci sarà un accordo fra il Parlamento e il Consiglio (art. 314.8 Tfue).
Il progetto preliminare di bilancio non è stato modificato dalla Commissione europea, come è peraltro previsto dall’art. 314.2 Tfue: per tener conto dell’aggravarsi delle sfide europee e internazionali; perché esso non è conforme agli impegni relativi all’anno 2026 – annunciati da Ursula von der Leyen nel suo discorso del 10 settembre 2025 sullo stato dell’Unione – relativi ai grandi settori di attività dell’Unione europea; perché il Consiglio non ha agito al fine di garantire il buon funzionamento della procedura di bilancio annuale, a cominciare dai criteri della trasparenza; perché il progetto di bilancio non è fondato sui mezzi necessari per raggiungere gli obiettivi dell’Unione europea e condurre in porto le sue politiche.
Nella prossima sessione plenaria, dal 24 al 27 novembre, il Parlamento europeo discuterà e approverà una risoluzione sul Qfp, presentata dai due co-relatori della commissione dei bilanci Siegfried Muresan (Ppe, Romania) e Carla Tavares (S&D, Portogallo), accompagnata dai pareri delle commissioni tematiche. Il Parlamento europeo dovrebbe fissare con chiarezza le condizioni in base alle quali esso sarà disposto ad approvare il regolamento che fissa il Qfp (art. 312.2 Tfue), tenendo conto degli orientamenti che stanno emergendo nel Consiglio dopo il questionario diffuso il 31 luglio dalla presidenza danese, e in particolare: la sua durata quinquennale (art. 312.1 Tfue).
Ma anche la definizione e la pianificazione di prospettive finanziarie pluriennali che diano la priorità agli obiettivi e alle politiche di cui ha bisogno e urgenza la società europea, in dodici unioni che corrispondono a dodici beni pubblici (salute, energia, intelligenza artificiale, sostenibilità ambientale, prosperità condivisa, nuove generazioni, cultura, scienza e ricerca, sicurezza interna ed esterna, partenariati strategici internazionali, accoglienza e inclusione, promozione industriale e innovazione); il finanziamento integrale con risorse proprie attraverso la tassazione di esternalità negative e la graduale abolizione dei contributi nazionali (art. 311 Tfue).
Nella risoluzione di novembre, il Parlamento europeo dovrebbe annunciare la sua intenzione di promuovere la convocazione di assise interparlamentari entro la fine del 2026, a cui invitare anche delegati delle assemblee regionali dotate di poteri legislativi presenti nei sistemi federali. Il Parlamento europeo dovrebbe annunciare la sua decisione di promuovere delle agorà tematiche, secondo il modello del bilancio partecipativo, per aprire un dibattito e giungere a conclusioni deliberative con gli ambasciatori, selezionati in rappresentanza delle cittadine e dei cittadini europei nella Conferenza sul futuro dell’Europa e nei panel transnazionali, i movimenti rappresentativi della società civile, ivi comprese delegazioni dei paesi candidati all’adesione, il mondo del lavoro e della produzione, i centri di ricerca, le organizzazioni giovanili, il Comitato economico e sociale e il Comitato delle regioni, creando una propria piattaforma digitale di consultazione.
Infine, e nello spirito di questi dibattiti, il Parlamento europeo dovrebbe consultare la Corte di giustizia, la Bce, la Corte dei conti e la Bei, le autorità nazionali di lotta alla corruzione e le reti nazionali che stanno monitorando l’attuazione del Next Generation EU e i piani nazionali di ripresa e di resilienza (Pnrr). Vorrà il Parlamento europeo farsi carico di questa responsabilità storica?