Il Direttore, il mio Direttore, mi fa avere tramite diavoleria elettronica questa strusciata, questo lembo verticale, quasi lo scontrino di una qualche consumazione (e in un certo senso lo è). Mi ha fatto felice. Nell’ultimo raccontino che mi sono sbrodolato addosso scrivevo di Lei, di Lia. Scrivevo che ci siamo: L’Ia è la summa, il covone, l’ammasso totale della sapienza, delle competenze, delle conoscenze dell’umanità.
Non puoi chiedere quante zampe abbia una mosca che lei ti dà tutta sé stessa, tutta la moscheria, compresa la capitale della Russia (ho visto la mappa stradale, somiglia a quella di Roma ma con parecchi raccordi anulari in più, piccoli e sempre più grandi, concentrici, come i cerchi nell’acqua, che si espandono; si capiscono parecchie cose dalle mappe). Ti dà anche la tse-tse e il chicco di caffè nell’anisetta, e la mosca al naso e quella bianca e quella cocchiera e quella all’amo, e il neo finto, e gli atleti che pesano intorno ai cinquanta chili, e il pizzetto di barba sotto il labbro, e la mosca cieca e altre mosche ancora, nugoli di informazioni ronzanti, pedanti come l’infanzia. Le mosche.
Ecco, appunto, vorrei evitare (qui già parlo d’altro oppure no), il ricordo infantile, ma la fastidiosa insistenza infantile è più forte di me. Forse ero, però, già adolescente. Devo liberarmi di questo ricordo che sempre viene a farsi un giro nella mia mente fischiettando insolente quando devo trovare un titolo. Era un racconto. Il racconto era contenuto in una antologia scolastica.
Il racconto (lo riassumo): qualcuno ha scritto qualcosa ma non riesce a trovare il titolo, allora chiede a qualcun altro un consiglio, un suggerimento, e questo gli fa: “Ci sono mosche nel tuo racconto, ci sono ragnatele?”. No, gli risponde lo scrittore senza titolo. “E allora: Né mosche né ragnatele, è questo il titolo”. E fu il titolo, era anche il titolo del racconto. (Perché ricordo certe cose?) Il racconto è autentico, non è una mia invenzione (credo di averlo già citato da qualche parte; nel momento in cui lo credo, dubito; per questo credo che la cosa sia accaduta: perché dubito che lo sia; la vita a volte, in certi momenti, giorni, periodi, si riduce, mi riduce a questo).
Invece nel mio raccontino precedente, sbrodolato sul mio bavaglino qui su questo giornale, dicevo che tutto il pastone delle conoscenze umane, tutte le perle sono versate nel truogolo dentro il quale l’intelligenza artificiale allestisce la zuppona per i pasti dell’umanità che grufola, ossia che fa ricerche. La scuola prepara l’umanità a questo, a fare la ricerca, che infatti è così scolastica sempre (quell’odore di grembiule e legno di matita, latte e segatura).
Ecco: scolastica. Pare un mondo di rimandati, il mondo. Tutti a fare le ripetizioni del sapere. Tutti imboccati a stelline di cosmica vastità, a anellini non più mancanti ma tutti inanellati a tutto, di quadrucci della situazione eccetera. Solo io mi sbrodolo.
Restringendo la distillazione di tutto il cucuzzaro alla sola letteratura mi pare che il succo sia questo: che la scrittura è un atto soprattutto servile. Scrivono tutte bene, anche tutti (mi pare che debba essere precisato: anche tutti, sì, classe mista), niente da dire sulle belle calligrafie (anche belli, sì certo). Edificanti scritture, ci mancherebbe, piacevoli, a fin di bene e piene di bontà (mi vengono in mente certe rubriche giudiziosamente ruffiane, mezzane; è giusto: la mezzana e il mezzano sono il messaggio). Scritture piene di prese di posizione nei piani più alti nella classifica delle prese di posizione. Simpatiche scritture con il consenso già incorporato che si scioglie come i formaggi mosci nei panzarotti, e cola cola cola; scritture già gonfie, farcite di popolarità ai tempi del popolo che è diventato pubblico, così che la popolarità è diventata pubblicità, così che ogni roba scritta è la propria promozione a largo spettro, a vasto raggio, a tutto campo.
(Dicevo che) questa onniscienza artificiale, quindi molto umana, che fa di tutti i testi un fascio, produce poi distillazioni di natura servile, perché sommamente servile è la scrittura, questo dicevo nella puntata precedente.
E (dicevo che) la mia frase è extra vagante per sfuggire alla presa, fa le finte per non farsi afferrare da chi è bene che non l’afferri. Il guizzo l’ho imparato dalle alici che sfuggono alla menaide, la rete che cattura moltitudini. Qui sempre mi chiedo: catturato l’enorme banco, dove vanno le alicette solitarie in fuga? A non farsi friggere, a non farsi ficcare nei barattoli massivi. Vanno a fare (fare: questo verbo che fa impazzire l’adolescenza), vanno, forse, a fare qualcosa. E non la fai, qualcosa, se non sfuggi al corteo dimostrativo, edificante, compiaciuto, se non svicoli. Fosse pure a fare soltanto l’amore (hai detto soltanto? Ho letto bene? Cosa mi fai, il corsivo, il tipetto nella corrente, il manifestante? Sei scemo? Ti sei dimenticato, hai dimenticato te, hai dimenticato lei?).
E quando avrete trovato il respiro calmo, madidi, molli, appagati, placati, lei ti dirà (ti disse): “Non puoi amare il tuo prossimo che, semplicemente, è inamabile. Non amarlo, non è più il tempo di ‘come te stesso’, come te stesso ci sei solo tu, tu sei bandito. Sia chiaro: lo sei perché vuoi esserlo. Sei così squisitamente inafferrabile. Indecifrabile. Che poi non lo sei, sei solo strafottente di tutto, e questo non è preso bene. Tieniti stretto l’epiteto, ritieniti fuori, te lo meriti, non accettare premi. Tu finanzi una rivolta, capisci? Buttandola in canzone e puttanate simili, tu finanzi la tua rivolta. Ti permetti l’unica forma di libertà possibile, quella di andartene, di dare le spalle. La causa migliore: quella della quale nessuno sa. Sei una lenza, tesoro mio, e il tuo amo non innescato brilla, lo fai apposta per non allamare. Tu non allami, vero? Tu non allami nessuno (anche nessuna va detto?). Puoi permettertelo, fai bene.” Lei era, s’è capito, era… Ma perché dovrei dirlo? Tradirla adesso? State freschi, io non faccio nomi, nemmeno il mio.
Troppa carne al fuoco? E sì, troppa carne sbattente e infoiata, carne con carne. Gira e rigira fu una rivolta anche quella.
Volevo parlare o riparlare di questo? (No, basta, chiuso, non se ne parla più.) No, non volevo.
Torniamo in cima, torniamo al mio Direttore. Mi invia questa striscia di pallido suolo lunare, questa specie di scontrino srotolato (sì, lo so – ho fatto anch’io i miei tre anni di elementari – si chiama screenshot, un’immagine colpita in pieno e abbattuta al volo, cioè salvata; stranezze). Eccolo qua, lo scontrino. (Adesso mi diverto con gli omissis.) È citata una mia frase che la portentosa intelligenza dovrebbe ricercare. La frase è la seguente: (omissis). Era in un testicolo (piccolo testo che produce spermatozoi e frasette; omissis anche per il testicolo, non facciamo gli esibizionisti). Il risultato della ricerca è dettagliato sulla piccola striscia di pallida luna di carta informatica: quella frase non esiste, nessun riscontro, al massimo è un errore di battitura, nessun risultato legato alla frase. E, qui sta il meglio (Lia, potremmo amarci su lenzuola nuove), nulla lega quella mia frase a nulla, un nulla inteso come contesti, testi, versi, robe di canzoncine, persone. Avendo, tiene a dire l’Intelligenza, ricercato e verificato presso tutte le fonti attendibili. E consigliando (l’ho già detto che credo di amarla, Lia?) di cercare da qualche altra parte, insomma di lasciare perdere, di lasciare andare le frasi che non si trovano, sparite, andate via da sole (le frasi che non vogliono essere afferrate, commoventi mie alicette, alicette mie). Mai facendo il mio nome (è già gelosa di me, lei, Lia), come a me piace non sia fatto, anzi come esigo.
Magnifica cosa: quella mia frase è mia e soltanto mia. So adesso dove corrono fremendo e luccicando le alicette sfuggite e scampate. Tornano a me, soltanto a me, e senza alcuna musica addosso, nemmeno la musica del mare, rinunciano anche a quella per non avere addosso nessuna rogna musicale.
