
Siamo cresciuti con l’idea che la felicità fosse un diritto naturale. Lo proclamava la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, lo hanno ribadito film più o meno banali, manuali di self help e pubblicità di auto sempre più costose. La modernità ha promesso emancipazione, autorealizzazione, autonomia: a ciascuno gli strumenti per diventare sé stesso. Ma quella promessa non si è mai avverata. La società contemporanea ha prodotto più laureati, più competenze, più aspettative di quante ne possa assorbire. I posti disponibili sono pochi, i delusi (e gli illusi) molti di più.
Siamo intrappolati nell’era della delusione: un’epoca in cui non basta lavorare, bisogna realizzarsi; non basta vivere, bisogna distinguersi. Chi non ci riesce, scivola nell’anonimato. Il desiderio smisurato si scontra con i limiti del reale. La vita è diventata così un pendolo tra Elon Musk e Fantozzi, e sempre più persone vedono sopra di sé una nuvoletta che non va più via.
A rendere la condizione ancora più insidiosa c’è la questione ecologica. Non solo non possiamo mantenere le promesse della felicità, ma sappiamo che l’attuale modello di sviluppo ci sta spingendo verso un disastro ambientale. La modernità aveva costruito il suo patto sociale sulla crescita infinita; il nostro tempo ci costringe a parlare di decrescita e sacrifici. E imparare a convivere con l’idea che il futuro non sarà necessariamente migliore del passato.
Dieci anni fa, con “Teoria della classe disagiata”, Raffaele Alberto Ventura ha descritto la condizione di una classe sociale sovraistruita e sottoccupata, i competenti senza portafoglio, educati ai lussi dello spirito ma senza la possibilità di viverli. Oggi, con un nuovo saggio “La conquista dell’infelicità” (Einaudi), spiega come quella promessa infranta si sia allargata a dismisura, trasformando il disagio in una condizione universale. «Dal titolo del libro propongo due significati diversi», spiega a Linkiesta Ventura. «Il primo è un rovesciamento della promessa di conquista della felicità. La modernità ha promesso a ciascuno gli strumenti per raggiungere non solo il benessere materiale, ma anche realizzazione, emancipazione, autonomia. Questa promessa però non si realizza mai davvero: resta una contraddizione strutturale tra promesse, risorse e aspettative. È come se, invece di essere destinati alla felicità, fossimo destinati all’infelicità».
E il secondo significato?
L’idea che, se l’infelicità è il destino quasi inevitabile della nostra società, allora forse l’unico modo di conviverci è considerarla una conquista. Accettare una certa misura di infelicità, accettare lo scarto tra aspettative e realtà, può diventare una forma di saggezza, una ricetta per alleviare l’insoddisfazione
Questa condizione riguarda soprattutto i millennial o è un destino comune a tutte le generazioni contemporanee?
Oscillo tra un’interpretazione generazionale e una più strutturale. È un problema della modernità: la libertà e la competizione offrono opportunità ma producono anche delusione. L’esperienza di disagio è connessa alla condizione dell’uomo moderno. Detto questo, ogni epoca ha le sue peculiarità. Già Balzac raccontava giovani pieni di aspettative e poveri di possibilità reali. Ma il problema è diventato endemico per i millennial: hanno avuto più risorse e più illusioni di opportunità, salvo poi scontrarsi con un “collo di bottiglia” sempre più stretto, soprattutto dopo le crisi dalla fine degli anni Novanta fino al 2008. Il tema però riguarda tutti.
Per esempio?
Anche chi oggi ha sessanta o settanta anni potrebbe raccontare di aver sognato una vita diversa. E riguarda anche la Generazione X, quella di Fight Club, e la Generazione Z, che vive dinamiche simili. È una condizione che appartiene non solo all’uomo moderno e libero, ma forse, in fondo, all’essere umano in generale. Paradossalmente i boomer oggi sono spesso più disposti a “vedere il mondo bruciare con sé”: rifiutano i vaccini, minimizzano la crisi ecologica, si comportano come se il futuro non li riguardasse. Ho dedicato loro un libro (La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale, ndr) perché mostrano una dinamica politica rilevante: sono soggetti che pesano molto nelle urne e nei cambiamenti politici.
I millennial hanno ancora la possibilità di incidere, oppure il loro potenziale rivoluzionario si è esaurito? O forse non è mai iniziato.
Tendono a essere paralizzati. Sono tra i più delusi e al tempo stesso i più illusi: hanno creduto nelle promesse, ma non hanno ancora il capitale né le risorse; anche perché il passaggio generazionale delle eredità non è avvenuto. O almeno solo per pochi. Questo si riflette sul mercato del lavoro: non c’è presa di coscienza collettiva, non c’è sindacalizzazione, prevale piuttosto una forma di egoismo. Ognuno cerca di difendere non tanto il proprio posto di lavoro, ma il proprio posto nella fila per ottenerlo, sperando che prima o poi arrivi il turno. Così la ricerca dell’autorealizzazione diventa un freno alla solidarietà e neutralizza ogni potenziale rivoluzionario.
I millennial non scendono spesso nelle piazze, però di meme per esprimere il loro disagio ne creano e se ne mandano a iosa sui social. Che ruolo hanno davvero, secondo te?
I meme sono diventati un surrogato della coscienza di classe. Funzionano come un segno di riconoscimento: ci trovi dentro riferimenti alla lotta di classe, alla frustrazione dei millennial, persino all’idea che “attenzione, potremmo arrabbiarci e fare la rivoluzione”. Ma resta tutto lì, sul piano simbolico. Manca una causa concreta che mobiliti davvero. Se pensiamo alla Palestina, vediamo come una causa forte possa generare militanza. La condizione millennial, invece, non smuove nessuno: perché, in fondo, ciascuno crede che gli convenga mantenere questo equilibrio individualista. E così il meme sostituisce la lotta di classe, ma senza la forza collettiva che la caratterizzava
Nel saggio descrivi il paradosso di una generazione che arriva perfino a sacrificare il proprio patrimonio pur di inseguire visibilità e riconoscimento. Perché?
È una risposta alla crisi di indistinzione: quando il capitale culturale si inflaziona, si punta tutto sul capitale sociale: la reputazione. I social, gli influencer, i content creator sono l’espressione di questa corsa. Chi non si distingue rischia l’anonimato e la marginalità economica. Storicamente, quando aumenta la domanda di professioni intellettuali e moltissimi acquisiscono le stesse competenze, il capitale culturale perde di distinzione. Allora diventa decisivo il capitale sociale — reputazione, relazioni — per ottenere riconoscimento e retribuzione. Per questo la realizzazione personale diventa ossessiva: bisogna emergere in mezzo a tanti simili.
Qual è secondo te l’impatto dell’intelligenza artificiale in una società già alle prese con aspettative inflazionate e poche possibilità di distinguersi?
L’IA accelera una tendenza già in corso: trasferisce il controllo del sapere da una classe intellettuale a chi possiede i large language model. Questo abbassa drasticamente il valore del lavoro intellettuale. Quando scrissi “Teoria della classe disagiata” osservavo già come strumenti come la macchina fotografica digitale o i blog riducessero il “prezzo del biglietto” per entrare in professioni come il fotografo o il giornalista. L’IA porta quel processo all’estremo: costo d’ingresso quasi zero e concorrenza potenzialmente infinita. Molti giovani però oggi reagiscono dicendo: se il biglietto d’ingresso è a zero, allora il lavoro non è più centrale nella vita.
Se l’intelligenza artificiale è una livella, può ridimensionare l’ossessione dell’autorealizzazione?
Non è detto che aiuti. L’idea di realizzarsi nasce proprio in momenti storici di forte concorrenza intellettuale. Con la Rivoluzione francese e industriale si creò una massa di aspiranti intellettuali soprannumerari: solo chi si distingueva poteva trovare posto. Balzac lo racconta bene. Oggi il capitale culturale resta necessario ma non più distintivo. La vera differenza la fa il capitale sociale: la capacità di convincere chi detiene le risorse a riconoscerti come unico. Per questo la corsa all’autorealizzazione personale, che oggi vediamo nei social media, negli influencer, nei content creator, è la diretta conseguenza di questa crisi di indistinzione. Più siamo simili e intercambiabili dal punto di vista culturale, più cresce l’ossessione di distinguerci socialmente. Chi non riesce a farsi riconoscere come unico rischia l’anonimato e forse la povertà.
Molti guardano alle comunità come possibili antidoti a questa solitudine competitiva. Possono davvero offrire una via d’uscita?
Il problema strutturale della realizzazione attraverso il confronto con gli altri lo aveva già individuato Rousseau: gli uomini civilizzati saranno eternamente infelici perché costretti a misurarsi gli uni con gli altri. Le comunità tradizionali attenuavano questa dinamica: invece di mettere tutti in concorrenza con tutti, creavano spazi più circoscritti di riconoscimento. Oggi emergono versioni nuove: comunità intersezionali, religiose, associative o persino più leggere (come un club di scacchi). Il pluralismo è interessante: puoi appartenere a più comunità, muoverti tra esse e trovare riconoscimento in spazi diversi. Ma conosciamo anche i limiti.
Quali?
La comunità può diventare opprimente, come raccontavano Freud e Ibsen. E la promessa fallita e pericolosa del Novecento è stata quella dei fascismi, che immaginavano la società intera come un’unica comunità. Una comunità troppo vasta, in cui non ci si conosce davvero. Le comunità postmoderne sono più realistiche, ma devono saper interagire tra loro: altrimenti rischiano di generare conflitti politici, come ho scritto nel 2019 in “La guerra di tutti” (Minimum Fax).
Se in questa società i posti per distinguersi sono troppo pochi, una delle soluzioni storiche è stata sempre quella di cercare altri lidi. Chi non può restare nell’indistinto, prova a colonizzare altrove.
Gli italiani lo fanno già: hanno una forte presenza sul mercato del lavoro internazionale, soprattutto nel terziario e nel mondo universitario. È il risultato di un mismatch strutturale: il sistema universitario produce relativamente troppi laureati in alcune discipline, come quelle umanistiche, che non trovano sbocchi in Italia. Quel disallineamento diventa un vantaggio competitivo all’estero: professionalità che qui non hanno spazio si collocano altrove. Penso al mondo accademico: in alcuni Paesi ricchi non è più così ambito, e quindi gli italiani riescono a inserirsi. È una “magra consolazione”: più un segno di disfunzione che di vitalità. In sostanza: produciamo più offerta di lavoro qualificato di quanta domanda interna ci sia. E la domanda non si può creare a tavolino: non puoi pretendere che l’Italia abbia la stessa necessità di fisici teorici degli Stati Uniti. Ci sono variabili strutturali, geografiche, culturali, industriali, che limitano la modernizzazione del Paese.
Forse capire il problema è già parte della soluzione, ma non tutta. Rimane una speranza?
Nel libro concludo che la cosa più logica sarebbe accettare la necessità di decrescere, di limitare i nostri consumi. La questione ecologica è centrale. Se deve emergere qualcosa di nuovo, che sia un’innovazione tecnologica, una rivoluzione culturale, persino una nuova religione, questo storicamente nasce sempre anche dallo spreco. Lo spreco è stato fondamentale per creare innovazione. La classe disagiata, questo enorme prodotto di spreco umano, ha sicuramente in sé delle risorse. Al tempo stesso, però, temo che sia narcotizzata dal proprio eccesso di coscienza.
Quanto potrà durare questo grande sonno?
La stasi è ciò che il populismo contemporaneo critica, e in parte a ragione. Trump, la Brexit, i movimenti no-vax sono una risposta al fatto che siamo prigionieri dei nostri stessi paradigmi, delle nostre certezze, che però funzionano sempre meno. La sociologia delle rivoluzioni ricorda che le grandi trasformazioni non vengono dagli outsider puri, ma da quel segmento di élite marginalizzata che si ribella contro se stessa. La vera capacità di produrre innovazione e disruption nasce spesso lì. Questa generazione possiede risorse per affrontare l’infelicità, ma rischia di non avere uno sguardo lucido sul mondo: ignora contraddizioni, si illude di soluzioni facili. È consolatorio, sì, ma non risolutivo.
Una volta finito di leggere il tuo saggio si rimane in un equilibrio sottile tra pessimismo e ottimismo. Quale di questi due sentimenti prevale di più per te?
Mi definisco un “ottimista del pessimismo”. Molti ottimismi contemporanei sono autoillusioni o strumenti retorici. Ci sono problemi enormi che non risolveremo facilmente; una volta che il dentifricio è uscito dal tubetto, non si può più rimetterlo dentro. Questo induce al pessimismo riguardo alle società occidentali. Però dentro quel pessimismo c’è margine di ottimismo: abbiamo strumenti culturali e comunitari che, se ripensati, possono aiutarci. Conoscere i limiti delle soluzioni passate ci permette di tentare risposte postmoderne, plurali e forse meno illusorie.