Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/25 – “Tempi Impazziti”, ordinabile qui.
Ogni giorno, da tre anni e mezzo, le cronache dal fronte ucraino ci ricordano che in Europa è in corso una guerra di invasione. Con l’offensiva contro l’Ucraina, Vladimir Putin non sta solo reclamando il territorio di uno Stato sovrano che considera suo, sta sfidando l’Europa e l’Occidente per imporre la sua visione del mondo: vuole dimostrare che il suo regime è più efficiente, più forte e più stabile delle democrazie, limitate da pesi e contrappesi istituzionali. È un atteggiamento che può appartenere solo al tiranno di una grande potenza revisionista, con una visione distorta del mondo e della storia. A dirla tutta, limitandoci all’Ucraina, aveva iniziato già con l’invasione della Crimea del 2014: quell’atto ostile era un messaggio di avvertimento alle democrazie liberali, solo che per molto tempo abbiamo fatto finta di non vedere.
Putin è il principale fattore di instabilità e di caos globale, non l’unico. L’intenzione di sovvertire l’ordine mondiale è la cifra anche di un’altra grande potenza autocratica con ambizioni egemoniche. La Cina ha a disposizione grandi risorse economiche, un esercito numeroso e un’idea di Stato che ritiene più solida di qualsiasi versione esistente della democrazia. Proprio come Putin in Ucraina (e in Georgia), anche il cinese Xi Jinping ha rivendicazioni territoriali per la sua Cina: vorrebbe mettere le mani su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e se non si è ancora avventurato in un conflitto come quello ucraino è perché la sua politica estera ha ancora diversi gradi di escalation prima di arrivare al punto di non ritorno.
Per dimensioni, forza militare e ambizioni, Cina e Russia non possono avere doppioni. Ma le autocrazie hanno diversi volti e i metodi più fantasiosi per scardinare l’ordine mondiale. La dittatura degli Ayatollah in Iran, ad esempio, non ha le stesse prospettive di Mosca e Pechino. Il disegno di Ali Khamenei, la guida suprema di Teheran, ha come fine ultimo l’egemonia regionale, il dominio sul Grande Medio Oriente. Così il regime sciita ha costruito i suoi interessi lungo direttrici non distanti dai suoi centri di comando: in tutta la regione muove i fili di organizzazioni terroristiche – come Hamas, Hezbollah e gli Houthi – diventate braccio armato e distaccato di una dittatura feroce con i suoi avversari all’estero e i suoi oppositori in patria (lo spiega bene l’articolo di Gianni Vernetti che trovate in questo numero de Linkiesta Magazine). Ali Khamenei La Guida suprema dell’Iran è l’autocrate più longevo oggi al potere. Ha preso il posto di Ruhollah Khomeini nel 1989 (prima era presidente della Repubblica).
Autocrazie ancora più piccole possono condurre le loro politiche impazzite con meno risorse e meno potere politico. È l’esempio di Alexander Lukashenko, in carica da più di trent’anni in Belarus e vassallo asservito a Vladimir Putin. Lukashenko fa della geografia un agente di caos: approfitta del confine condiviso con la Polonia, che è il confine dell’Unione europea, per la sua personale guerra ibrida all’Europa. Il suo esercito ammassa lì frotte di migranti, donne e bambini afghani, siriani, yemeniti e iracheni arrivati a Minsk dietro vuote promesse d’ingresso nell’Unione. Una strumentalizzazione brutale del dramma umano vissuto da chi fugge dalla propria terra. E a proposito di Unione europea, l’autocrazia mascherata dell’Ungheria – colpevole di ripetute violazioni dello Stato di diritto da quando è al governo Viktor Orbán – da anni getta sabbia negli ingranaggi comunitari. Orbán vuole minare dall’interno le istituzioni europee, usa il potere di veto per inceppare i processi democratici di Bruxelles, e fa il gioco della Russia quando si tratta di imporre sanzioni a Mosca o aiutare l’Ucraina.
A differenza di questi regimi autoritari, altre autocrazie provano a ripulire la loro immagine con approcci molto differenti. Da qualche anno le monarchie del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar – propongono un dialogo di comodo all’Occidente per farsi accettare dalla comunità internazionale. Sono Paesi ricchi, con limitata influenza politica, intenti a scalare la diplomazia globale comprando benevolenza, facendo greenwashing, sportwashing e altre operazioni cosmetiche per nascondere le atrocità compiute ai danni dei propri cittadini. Discorso simile per le autocrazie più morbide, quelle che vengono chiamate democrazie illiberali, quindi Turchia, Singapore, Filippine, India. Queste hanno punti di contatto con il vecchio Occidente, delle sfumature di democrazia, quanto basta per rassicurare il mondo libero spaventato dall’espansionismo delle peggiori dittature.
La principale minaccia all’ordine mondiale è allora quella portata da Vladimir Putin e Xi Jinping, con il fedele alleato nordcoreano Kim Jong-un, l’Ayatollah Khamenei e tutti gli altri. Loro però non sono plenipotenziari in regimi isolati, non stanno al mondo come monadi, ognuno per sé. Le dittature si parlano, sono collegate tra loro pur con mille differenze. Lo ha spiegato meglio di tutti la giornalista e saggista Anne Applebaum nel suo libro “Autocrazie” (Mondadori, 2024): «Diversamente dalle alleanze militari o politiche di altri tempi e altri luoghi, questo gruppo opera come un agglomerato di aziende tenute insieme non dall’ideologia, bensì da una spietata e assoluta determinazione a preservare il proprio potere e la propria personale ricchezza: è l’Autocrazia S.p.A.». Autocrazia S.p.A. non è altro che la versione aggiornata dell’«asse del male», la sfortunata definizione usata dal presidente George W. Bush all’inizio della stagione di guerra al terrorismo.
Il cemento che tiene insieme la cordata di autocrazie è la fame di potere, ricchezza e impunità. Nasce da qui la guerra esistenziale all’area euroatlantica e a quella parte di mondo che vorrebbe costruire libertà, diritti e benessere per i suoi cittadini, e per chiunque sia disposto ad accettare le regole del gioco democratico. «Se giudici e giurie sono indipendenti, possono imporre ai governanti di rendere conto delle loro azioni. Se c’è una stampa genuinamente libera, i giornalisti possono denunciare il furto e la corruzione ad alto livello. Se il sistema politico mette i cittadini nelle condizioni di influenzare il governo, questi ultimi alla fine possono cambiare il regime», scrive Applebaum.
Il vantaggio strutturale delle autocrazie è che non hanno bisogno di un sistema di alleanze come quello occidentale. La loro natura leaderistica non richiede codici né architetture giuridiche, possono limitarsi a soluzioni pratiche estemporanee che consentono di restare nell’ambiguità. È un approccio in parte condiviso anche da Donald Trump, il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti, che ha imposto al suo Paese una pericolosa torsione del sistema democratico.
Dell’Autocrazia S.p.A., Trump ha adottato la mentalità transazionale per cui ogni cosa, dalla diplomazia agli accordi economici, si può risolvere con un do ut des. Per fortuna a Washington ci sono ancora checks&balances di una democrazia liberale, l’unica assicurazione a lungo termine che regga. Dopotutto, vale ancora il vecchio adagio di Winston Churchill per cui la democrazia liberale è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre.
Negli ultimi anni l’asse del male delle autocrazie ha iniziato a scricchiolare. Vladimir Putin pensava di incontrare scarsa resistenza in Ucraina, immaginava una passeggiata di piacere di tre giorni per i suoi tank. Tre anni e mezzo più tardi è ancora impaludato in un conflitto del quale non è sicuro di uscire tutto intero. L’Iran è stato colpito in casa da Israele e Stati Uniti, a riprova delle sue fragilità militari, ha visto indebolirsi i proxy in Libano, a Gaza e in Yemen, e ha assistito inerme alla caduta del regime di Assad in Siria. Perfino la distopia comunista della Corea del Nord è sempre più fiacca, dipendente da Russia e Cina per la sua sopravvivenza. La stessa rivoluzione chavista del Venezuela ora che è passata nelle mani di Nicolás Maduro sembra destinata a sbriciolarsi, incapace di garantire ai suoi cittadini la prosperità promessa dal “Socialismo del XXI secolo”.
È vero, le Autocrazie S.p.A. sono ancora una minaccia per l’ordine globale e sono i più grandi agenti del caos in questi tempi impazziti, ma farebbero bene a guardare in casa loro e munirsi di cure ricostituenti, perché la falce della storia sta andando a prenderli.