
Ieri Sharm el-Sheikh è stata teatro di un momento simbolico di portata storica per le relazioni tra Israele e Palestina. I leader di ventotto Paesi e tre organizzazioni internazionali si sono riuniti per firmare il documento che traccia il futuro della Striscia di Gaza, in quella che secondo l’agenda ufficiale era la cerimonia centrale di vertice durato quasi tutto il giorno. Donald Trump, arrivato in ritardo e ben conscio del tappeto rosso che sarebbe stato srotolato al suo arrivo, è stato il primo a firmare davanti alle telecamere, precedendo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e i rappresentanti di Qatar e Turchia.Il testo del documento firmato rimane in gran parte un enigma: nessuno conosce nei dettagli le sue clausole. «Ci darà molte regole, regolamenti e altre cose, è molto completo», ha detto Trump, aggiungendo con enfasi: «ci sono voluti tremila anni per arrivare a questo momento. E reggerà, reggerà».
Al vertice c’erano però assenze a dir poco significative: né Israele né Hamas hanno preso parte attiva all’incontro. Il governo israeliano ha citato motivi religiosi per l’assenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, pur avendo in precedenza manifestato l’intenzione di partecipare. Hamas, invece, non aveva rappresentanti al summit.
Tra i partecipanti, oltre a Trump e al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, erano presenti la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, e numerosi leader o ministri degli Esteri di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita e Pakistan. All’incontro hanno partecipato anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.
La firma di ieri rappresenta l’avvio formale della cosiddetta «fase due» del piano di Pace presentato da Trump: una fase che, secondo il presidente degli Stati Uniti e i suoi sostenitori, dovrebbe chiarire governance, sicurezza e ricostruzione di Gaza, sulla scorta di una «fase uno» già avviata nei giorni precedenti. In quella prima parte, che era stata ratificata lo scorso 9 ottobre, si stabilivano il cessate il fuoco, il ritiro parziale dell’esercito israeliano e lo scambio di ostaggi-prigionieri.
Prima del vertice, durante un bilaterale, Trump ha elogiato al-Sisi, lo ha definito «un leader potente che mantiene il controllo della criminalità» e ha elogiato il ruolo dell’Egitto nella mediazione dell’accordo di Gaza. Come di consueto, il suo intervento è stato caratterizzato da enfasi e digressioni, con elogi a Israele, riferimenti ai successi personali e critiche ai predecessori democratici, in particolare Joe Biden Jr. e Barack Obama. Prima dell’inizio del vertice c’è stato un siparietto a favore di telecamera con il segretario di Stato Marco Rubio. «È uno dei giorni più importanti per la pace mondiale degli ultimi cinquant’anni, non sto esagerando», ha detto Rubio. Allora Trump ha replicato ironicamente: «Solo 50?». «Forse cento», ha aggiunto Rubio.
Il summit di ieri è stato soprattutto una cerimonia di legittimazione internazionale del piano di Trump, volto a garantire che nessuna delle parti principali si ritiri dal processo di pace. I nodi da sciogliere nei prossimi giorni restano numerosi, a partire dal disarmo di Hamas e dalle condizioni di sicurezza della Striscia di Gaza. I rappresentanti di Hamas non hanno partecipato al vertice.