Li seguiamo finché nuotano, corrono, fanno gol, indossano medaglie e alzano coppe. Ma poi, del lavoro che fanno gli ex atleti dopo aver detto addio all’agonismo sappiamo poco o nulla. Parliamo di ragazzi di poco più di trent’anni che devono reinventarsi e capire come va il mondo, all’improvviso, dopo anni trascorsi in piscina, in un campo di calcio o pallavolo.
Pochi, pochissimi, in Italia riescono a frequentare l’università mentre si allenano anche due o tre volte al giorno. Non siamo mica negli Stati Uniti, dove i college riconoscono la figura dello studente-atleta.
Matteo Rivolta, tre volte oro ai mondiali in vasca corta, è uno dei pochi che è riuscito a laurearsi mentre gareggiava per mezzo mondo collezionando medaglie. Un anno mezzo dopo un addio difficile al nuoto, ora lavora in Leadabeelity, azienda specializzata in programmi di coaching dedicati ai manager. E collabora con il Master in Sport Business Management della 24ORE Business School, portando la sua testimonianza agli studenti che puntano a trovare un’occupazione nell’industria dello sport.
Le metafore sportive motivazionali applicate al lavoro o alla vita ormai si sprecano. Matteo Rivolta, che è un pragmatico, non è un grande fan. «È difficile traslare le dinamiche sportive in azienda», dice. «Gli ambienti competitivi dello sport sono irreplicabili. Si possono individuare certe attitudini e un certo mindset degli sportivi, ma poi bisogna riuscire a metterle a terra».
Da quando, nel febbraio 2024, ha detto ufficialmente addio al nuoto, non ha più messo piede in piscina. Ha nuotato qualche volta, sì, ma solo al mare. «Non puoi dare le dimissioni da atleta, non smetti mai di esserlo», dice. «Per questo non nuoto più in piscina e non guardo più neanche le gare, perché continuo a vivermele da atleta».
Uno dei grandi misteri del nuoto è come sia possibile che qualcuno possa scegliere il più faticoso degli stili, la farfalla (delfino in Italia), come proprio tratto distintivo. E qui Matteo si lascia andare all’immaginazione. «È un processo inverso, è più lo stile che sceglie te», spiega lui. «Gli stili tu li provi tutti e poi vedi quello in cui sei più portato. La farfalla mi veniva bene, mi sentivo a mio agio. Sì, è faticoso, ma usando entrambe le braccia è come se ricordasse un po’ il volo, no? È attraente ed evocativo».
Poi, a 32 anni, comunica la decisione di dire addio al nuoto. «Ma non è che ho spento l’interruttore da un giorno all’altro», dice. L’ultima gara «vera» la fa ai mondiali di Melbourne di dicembre 2022 (dopo aver vinto il primo oro mondiale a trent’anni nel 2021 ad Abu Dhabi). Ma l’ufficialità arriva più di un anno dopo. In mezzo, un periodaccio con gravi infortuni e problemi di salute, e diverse “sfighe”, come quando agli europei in Romania del 2023 si lesiona il tendine del bicipite per la caduta di un device a bordo vasca in partenza.
«Sapevo benissimo cosa stavo mollando, ma non sapevo minimamente cosa sarei andato a fare», dice. «Ho avuto una carriera da nuotatore molto altalenante e ho pensato di smettere diverse volte. I miei genitori hanno fatto una carriera nel mondo aziendale e ho sempre saputo che il mio futuro non sarebbe stato nel nuoto».
Dopo la scuola, Rivolta si iscrive all’università. Studiare mentre ti alleni almeno due volte al giorno è un’impresa. Soprattutto in Italia, che non ha un sistema formativo che aiuta a conciliare sport e formazione. Alcuni finiscono per iscriversi nelle università americane, allenandosi Oltreoceano. Molti altri rinunciano agli studi.
Matteo Rivolta resta in Italia. E mentre nuota ai più alti livelli, prende una laurea triennale in economia aziendale, e poi conclude anche la specialistica in direzione d’impresa e green economy e sostenibilità. «Ovviamente non ho rispettato i tempi canonici», racconta. «Ci ho messo otto anni. Con gli impegni sportivi, non potevo frequentare e da non frequentante avevo anche un carico di studio maggiore di chi andava a lezione. Non c’è niente che ti facilita in Italia se sei agonista, la soluzione la devi trovare da solo. Nel mio caso ho sacrificato lo studio, dando priorità allo sport perché in quel momento sapevo di poter dare qualcosa. Dipende da te. Ma ci sono anche molti ragazzi che rinunciano alla carriera sportiva, pur potendo vincere tanto ancora, perché non riescono a conciliarla con lo studio e perché vogliono costruirsi una carriera fuori per il futuro. Questa cosa in Italia manca, ci sono altri Paesi dove invece la compatibilità tra studio e lavoro è curata in modo ineccepibile». Così finisci per studiare nei ritagli di tempo. «Ed è anche una questione economica. Bisogna anche avere una famiglia alle spalle che ti supporta e paga le tasse universitarie per più tempo».
Dopo l’addio al nuoto, Rivolta si concede un meritato anno sabbatico per riprendersi. E poi arriva il momento della ricostruzione della nuova vita fuori dalla piscina. Ma anche se sei un campione mondiale con una laurea in tasca, sbarcare nel mercato del lavoro a 33 anni senza alcuna esperienza alle spalle non è affatto semplice.
«Entrare nel mondo aziendale è molto complesso, se lo fai nella mia posizione. Io sono entrato nel mondo del lavoro quando avevo circa dieci anni in più rispetto a un neolaureato», racconta. «All’inizio ho sfruttato tutti i contatti che avevo. Non è stato facile però per un uomo di 33 anni, con un’esperienza umana sì importante alle spalle, che in pochi possono replicare, ma nessuna esperienza lavorativa o tecnica. Dove lo posizioni uno così?».
L’addio all’agonismo può essere un momento complicato. «Quando smetti, provi un forte senso di smarrimento», spiega Matteo. «Il mondo dello sport e quello del lavoro sono due mondi completamente diversi. Ecco perché è importante garantirsi comunque una possibilità di aprirsi più porte nel futuro, alimentare le prospettive di crescita mentre si gareggia».
Poi, mentre «seminava contatti», conosce il fondatore di Leadabeelity, «azienda dove costruiamo percorsi personalizzati di benessere, longevity e leadership per i manager d’azienda». Ma non è un’applicazione diretta dello sport al mondo aziendale, precisa. «L’attitudine a darsi degli obiettivi, abbracciando il rischio, con la capacità di cambiare percorsi e mettersi in gioco, fa parte del mindset dell’atleta», spiega Rivolta. «Questa versatilità sul lavoro è importante, ma bisogna anche saperla applicare». Lo stesso vale per la «capacità di gestione del tempo e dell’ansia».
«La gestione dell’ansia da atleta è molto diversa», ammette. «Sul blocchetto hai sempre l’ansia, ma poi la sfoghi in maniera fisica muovendoti. Quando invece devo fare un colloquio o un discorso in pubblico davanti a tante persone è diverso, devo ancora imparare a come gestire quell’ansia. A volte penso a quello che ho fatto prima e un po’ mi calmo».
Se una delle qualità di un nuotatore è anche quella di cimentarsi in gare diverse, Matteo ovviamente ora è aperto a fare nuove esperienze. «Ho viaggiato per mezzo mondo nuotando, ma ho visto quasi sempre solo le piscine», dice. «Ora mi piacerebbe fare un’esperienza lavorativa all’estero. Il mio ideale sarebbe lavorare nel settore sportivo, magari con la federazione nuoto europea o mondiale. Ritornare nel mondo del nuoto sì, però dall’esterno. Ma non facendo l’allenatore, stare a bordo vasca per me ora sarebbe comunque asfissiante. Devo fare ancora pace con l’acqua».
“Forzalavoro” è la newsletter su lavoro ed economia de Linkiesta. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo.
Ogni settimana, proviamo a raccontare cosa accade tra uffici, fabbriche, lavoratori e datori di lavoro, con un’agenda dei principali eventi della settimana.
Per leggere l’intera newsletter, basta iscriversi (gratis) cliccando qui.
Per segnalazioni, integrazioni, critiche e commenti, si può scrivere a [email protected]
