A seguire: dibattitoCome si misurano gli effetti di uno sciopero

Scontro politico, centralità dei sindacati di base e irrilevanza della Cgil: questo è quello che ci ha mostrato la mobilitazione del 22 settembre. Altra cosa, però, è misurare con i dati il reale impatto delle proteste, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Dopo i cortei del 22 settembre per Gaza, l’Usb – Unione sindacale di base – ha annunciato che potrebbe esserci un altro sciopero generale «senza preavviso». La Cgil ha fatto sapere che, se la Global Sumud Flotilla subirà nuovi attacchi, anche loro sono «pronti a proclamare con la necessaria tempestività lo sciopero generale». Matteo Salvini li ha definiti «irresponsabili». Giorgia Meloni ha detto che ce l’hanno tutti con il governo e ha denunciato con forza gli scontri alla Stazione Centrale di Milano. Fine del riassunto.

Ora, se lo sciopero generale del 22 settembre contro il massacro nella Striscia di Gaza ha avuto un effetto, non è stato tanto quello di bloccare «tutto» – come recitava lo slogan – quanto quello di accendere il dibattito politico, mostrando pure importanti novità sul fronte sindacale.

Oltre al botta e risposta tra destra e sinistra nato soprattutto attorno ai disordini di Milano e all’operato della Flotilla, si è molto discusso anche di come la mobilitazione abbia reso evidente un nuovo inedito protagonismo dei sindacati di base e contemporaneamente la marginalità di quelli confederali, in particolare della Cgil di Maurizio Landini. Che aveva preferito scioperare due giorni prima, il 19 settembre, ottenendo certamente meno partecipazione e prendendosi poi pure i fischi a Montecitorio.

Maurizio Landini ora «farà di tutto per rientrare», ma «la piazza non la controlla», ha scritto Mario Lavia. E mentre la Cisl sembra ormai irrimediabilmente vicina al governo, la mobilitazione di massa al grido «Blocchiamo tutto!» – come ha sottolineato Dario Di Vico – è stata proclamata da tre sindacalisti per lo più sconosciuti: Daniela Mencarelli, Cinzia Della Porta e Guido Lutrario.

In Italia si è giustamente parlato del valore di una mobilitazione come non se ne vedevano da tempo, servita sicuramente a riunire una comunità e riconoscersi attorno a questione importante. Uno «sciopero politico» – come spiega Labour Weekly – ben diverso dallo sciopero vero e proprio, che storicamente nasce come protesta per ottenere condizioni di lavoro migliori, salari più alti o per denunciare soprusi nelle aziende.

Ma al di là della portata politica e sindacale, tanti fanno notare che in realtà – a eccezione degli scontri in Stazione centrale a Milano – lo sciopero del 22 settembre non ha creato quella paralisi del Paese che ci si aspettava e non ha avuto un impatto forte sul funzionamento di servizi pubblici o aziende.

Quindi come si fa a capire qual è l’impatto reale di uno sciopero?

La prima risposta può essere: dalle adesioni. Se tanti lavoratori scioperano, rinunciando a una giornata di stipendio, scuole, treni, ospedali o anche le imprese private quel giorno possono avere problemi di funzionamento, perderanno soldi e rallenteranno la produzione. In piazza abbiamo visto anche tanti studenti: quante aule si saranno svuotate il 22 settembre?

Quello che serve sono quindi i dati sulle adesioni dei lavoratori. Al momento, ne abbiamo solo alcuni, ovvero quelli del settore pubblico:

E, a guardarli, i numeri delle adesioni nella pubblica amministrazione sembrano un po’ bassini. La media è sotto al 6 per cento. E al di là dei sessantasei lavoratori della Presidenza del Consiglio in sciopero (chissà cosa ne pensa Meloni), colpisce quell’1,52 per cento nella sanità. Molto poco. In tutti i comparti, in ogni caso, il personale assente per altri motivi il 22 settembre era di gran lunga superiore a quello assente per sciopero.

Eppure le piazze erano piene, molti treni sono stati cancellati, alcune strade sono state bloccate. E a questi numeri poi mancano le adesioni di chi lavora nel comparto privato, oltre che i lavoratori autonomi e i professionisti.

Come si fa a dire quindi con i numeri se uno sciopero è stato un successo o no?

Come scrive Donata Columbro, giornalista esperta di data journalism, nella sua newsletter “Ti spiego il dato”, i numeri ufficiali che vengono forniti in giornate come queste sono molto pochi. C’è la solita differenza tra i numeri diffusi dalla questura e quelli diffusi dagli organizzatori. L’Usb ha parlato di «mezzo milione di persone in tutta Italia», di cui centomila solo a Roma. Ma sono dati da verificare.

Anche sul numero delle piazze, alcuni parlano di settanta, altri di ottanta. Quindi quanti erano in piazza? Chi ce lo dice? E che impatto ha avuto lo sciopero quel giorno? Difficile rispondere.

In Francia, Paese particolarmente incline agli scioperi (non a caso lo slogan italiano «blocchiamo tutto!» arriva da lì), sono stati fatti diversi studi sull’impatto delle mobilitazioni. Gli effetti, dicono, si avvertono in modo più marcato a livello micro, aziendale, dove le astensioni dal lavoro possono comportare perdite nette quando le imprese sono direttamente coinvolte. Cosa che accade soprattutto nei trasporti: nel 2018, ad esempio, quindici giorni di sciopero in Air France sono costati alla compagnia aerea circa 335 milioni di euro.

Anche nel Regno Unito, si discute delle conseguenze economiche degli scioperi organizzati dai lavoratori della metropolitana di Londra. Il Center for Economics and Business Research ha calcolato che molti settori, dai servizi professionali al commercio e all’ospitalità, nei giorni di stop della metropolitana sono interessati dalla riduzione della produttività, perché il personale fatica a raggiungere gli uffici o arriva in ritardo. In più, negozi, ristoranti e luoghi di svago registrano un calo dell’affluenza e una riduzione degli scontrini.

Ma non ci sono sempre ricadute negative sull’economia a causa degli scioperi. Secondo l’economista Jérémy Tanguy, se si fanno al massimo fino a cinque scioperi all’anno, queste mobilitazioni possono anche avere un effetto positivo sulla produttività del lavoro perché consentono di risolvere i conflitti, migliorando così il morale e la collaborazione tra lavoratori e impresa. A differenza dell’assenteismo o di forme come il quiet quitting, l’espressione collettiva dei lavoratori è associata a livelli più elevati di soddisfazione e coinvolgimento. E anche quando cala la crescita economica a causa del blocco temporaneo delle attività, poi la produzione risale dopo qualche tempo per via del miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

E in Italia?

L’obiettivo degli scioperi, di solito, dovrebbe essere quello di dimostrare la contrarietà per certe decisioni politiche, sollecitare rinnovi contrattuali o chiedere l’attuazione di nuove politiche per migliorare la situazione in corso. Sarebbe interessante vedere quali sono state le azioni messe in atto dai governi di turno dopo gli scioperi proclamati negli ultimi anni in Italia, soprattutto in questo periodo, con la legge di bilancio da scrivere.

Il documento più interessante per capire come funzionano gli scioperi in Italia è la relazione del Garante per gli scioperi. Che conta annualmente gli scioperi, proclamati ed effettuati, e li divide anche per settore (i trasporti sono i più conflittuali).

Quello che viene fuori è che da anni ormai si registra il calo delle mobilitazioni. Basti pensare che tra il 2022 e il 2023, nonostante il picco dell’inflazione, i salari immobili e la perdita del potere d’acquisto, si è registrato il minimo storico per ore di sciopero degli ultimi trent’anni nelle aziende con più di cinquecento dipendenti.

E poi ci sono le storture, come l’«eccessiva frequenza del ricorso» allo sciopero generale nazionale. Nel 2024 – si legge – ci sono stati diciassette scioperi generali (sei in più del 2023) spalmati su soli otto giorni. A volte, infatti, gli scioperi generali sono concentrati nella stessa giornata, proclamati da diverse confederazioni sindacali per le motivazioni più disparate, e quasi tutti con percentuali di adesioni molto basse. L’episodio più eclatante è stata la concentrazione di quattro scioperi generali proclamati dalle Confederazioni Cub e Sgb, Cgil e Uil, Cobas, Adl Cobas, Sial Cobas, Clap e Usi solo nella giornata del 29 novembre 2024.

Qualcuno ricorda perché e cosa si è ottenuto?

 

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