C’era una volta la diplomazia. Quella vera. Quella fatta di frasi calibrate, sguardi sottili e strette di mano capaci di evitare guerre. O almeno di rimandarle. Non sempre funzionava. E, comunque, non era mai una passeggiata di salute. Sotto l’apparente gentilezza si tiravano colpi micidiali. L’ex Presidente francese Pompidou raccontava che la diplomazia era come un incontro di pugilato con il tintinnio dei bicchieri di champagne al posto del gong. E Stalin spiegava che una diplomazia sincera non esiste: “È come cercare l’acqua asciutta”.
Ma c’era una grande eleganza. E rispetto. E il linguaggio adeguato alle situazioni. Un linguaggio sempre misurato, attento, una calibrata scelta delle parole che avevano un significato preciso. Quando un incontro andava male si diceva che era stato “franco”. Tradotto voleva dire che se ne erano dette di tutti colori. Non erano santi ma si rispettavano. E prendevano la diplomazia molto sul serio perché sapevano bene che la continuazione di un fallimento diplomatico era molto spesso una guerra. Era un concetto molto chiaro a Napoleone che di guerre se ne intendeva. E diceva: “Quando la diplomazia tace, i cannoni parlano”.
Oggi? Oggi si fa spesso diplomazia a colpi di tweet, si minaccia con comunicati stampa, e si tenta di costruire la pace con parole che sembrano uscite da una riunione di condominio. Chiariamo: parliamo di diplomazia in maniera larga, del dialogo politico tra Paesi e tra istituzioni. Di come usano le parole i grandi leader di oggi. Anche i diplomatici di un tempo sono spariti. A volte, se non spesso, negoziati e trattative sono affidate a inviati speciali che vengono dalla politica o dal mondo dell’economia. Diciamo che c’è una certa dose di improvvisazione e che la vecchia scuola della diplomazia è sempre più un lontano ricordo, quella diplomazia che sapeva cambiare le carte in tavole con le parole. Insomma, non stiamo parlando dei diplomatici di carriera, che ancora potrebbero cavarsela bene, ma di chi li sostituisce in un lavoro antico che dovrebbe essere fatto di sensibilità, conoscenza, pazienza, educazione e serietà. Winston Churchill diceva che la diplomazia è “l’arte di dire a qualcuno di andare all’inferno in modo tale che ti chieda le indicazioni”.
Ed è cambiato il linguaggio. A tutti i livelli della società. E anche nel linguaggio della guerra e della diplomazia si vedono i danni. Le parole stanno male. Hanno la febbre, sono stanche. Alcune si sono addirittura arruolate: propaganda, escalation, deterrenza. Altre invece si sono estinte: dialogo, compromesso, tregua. La diplomazia, quella vera, sembra in ferie da un bel po’. E nessuno sa se ha preso il biglietto di ritorno. Quante tregue sono state dichiarate in Ucraina e a Gaza? E quante sono state rispettate? Le parole si confondono, vengono usate male. Pace, tregua, cessate il fuoco sono tre situazioni molto differenti tra loro. Ma perché siamo arrivati a questo punto?
Perché abbiamo smesso di ascoltare. Abbiamo scambiato la complessità per debolezza, la pazienza per perdita di tempo, e il confronto per tradimento. I leader parlano per slogan, i media (quelli di scarsa qualità) semplificano in maniera sbagliata per sopravvivere, e i cittadini – disillusi – si rifugiano nel silenzio o nell’urlo. Così, mentre la diplomazia si congela, la parola si surriscalda. Ed esplode.
Abbiamo perso la fiducia nel dialogo perché ci sembrava lento. Perché era difficile. Perché non faceva rumore. Ma la fretta ha un costo. E oggi lo paghiamo in instabilità, conflitti dimenticati e promesse evaporate. I tempi della democrazia sono lenti, è vero, ma non è stato ancora inventato un sistema migliore per la convivenza tra gli uomini. Ma correre e “caricare” le parole come fossero pistole è un errore molto grave. “La violenza è il linguaggio di chi ha finito gli argomenti”, dice Angela Merkel.
In questo libro non troverete ricette magiche, né un manuale di geopolitica per esperti. Inoltre, in questo libro non prendiamo nessuna posizione politica, ma abbiamo cercato di riferire i fatti nella maniera più oggettiva possibile, concentrandoci sui mutamenti epocali del linguaggio. Troverete invece una bussola per orientarvi nel caos comunicativo della diplomazia moderna, della pseudo-diplomazia, soprattutto quella urlata e spesso vuota. Perché capire come parliamo di pace e guerra è il primo passo per smettere, finalmente, di alimentare il rumore.
Quello che accomuna tutti gli eventi che si sviluppano a macchia d’olio sui vari scenari internazionali – che si parli di guerra, crisi umanitaria o clima – è il fatto che le parole sembrano sempre fuori tempo. E quando arrivano sono spesso fucilate, insulti personali, espressioni sprezzanti.
È evidente che il cambiamento del linguaggio deriva anche dal cambiamento degli strumenti che usiamo. Le nuove tecnologie hanno un impatto devastante da questo punto di vista. Ed è chiaro che il linguaggio troppo semplificato, distorto, impreciso è la base su cui costruire fake news e disinformazione.
La diplomazia moderna ha un problema: si preoccupa di come appare, non di cosa ottiene. Sembra un reality show: tutti recitano la parte del “dialogo” ma nessuno cambia il copione. Non è una regola che vale per tutti. Da qualche parte – nella vecchia Europa per esempio – qualcuno prova ancora a resistere. Ma i grandi attori di oggi – Trump, Putin e Xi – viaggiano su altri parametri. Eppure, i problemi non mancano e una comunicazione attenta e precisa sarebbe fondamentale per i cittadini del mondo che sempre più guardano al domani con preoccupazione e, a volte, con angoscia.
Tra le guerre e le crisi globali, ciò che non possiamo dimenticare è che il futuro dei giovani e il peso della povertà restano i veri barometri della nostra civiltà: se non sapremo dare risposte inclusive e condivise, il linguaggio della pace rimarrà un’eco spenta e la diplomazia un esercizio sterile.
Questo libro vuole essere un’anticamera della pace, uno spazio di attesa e di coscienza, dove poter dare un contributo per imparare di nuovo ad abitare le parole giuste, quelle capaci di aprire strade e non di chiuderle, di costruire ponti e non di alzare muri. Perché senza un nuovo alfabeto di pace, il mondo continuerà a parlare la lingua della sua distruzione. Al di là delle guerre – quelle vere e quelle commerciali – in che modo parliamo oggi dei grandi problemi di domani (l’intelligenza artificiale, l’energia, l’ambiente, le nuove migrazioni, i cambiamenti climatici)?
A questo punto registriamo cosa sta accadendo, mettetevi comodi e occhio alle parole: a volte sono più taglienti dei coltelli e più pericolose dei missili. Diceva Tullio De Mauro: “La distruzione del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione”.
