Silenzia il dissensoIn Ecuador il governo viola i diritti umani di chi protesta

Dalle Ande all’Amazzonia, il governo autoritario di Daniel Noboa sta reprimendo con violenza le manifestazioni insorte contro il rincaro del diesel

LaPresse

Martedì 14 ottobre, oltre tre settimane dall’inizio del blocco nazionale (paro nacional) in Ecuador, indetto contro il governo di destra e autoritario di Daniel Noboa, i militari aprono il fuoco contro i civili. Sparano dalla breve distanza nella città andina di Otavalo. Fra i colpiti c’è José Alberto Guamán, che muore in ospedale la mattina successiva. Con lui e Rosa Elena Paqui, sessant’anni, uccisa da un arresto cardiaco causato probabilmente dai gas lacrimogeni, salgono a tre i morti dall’inizio delle manifestazioni. La Alianza de Derechos Humanos riporta 144 feriti e 118 arrestati. Varie persone gravemente ferite sono indigene, giacché sono in larga le popolazioni originarie ad essere scese in strada; le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco anche sul giornalista Atuk Wayra, ferito alla spalla e al braccio destro mentre lavorava.

Le proteste in Ecuador sono esplose lo scorso 22 settembre in risposta alla decisione del governo di togliere il sussidio al diesel, facendo sì che il prezzo del carburante aumentasse di un dollaro (da 1,8 dollari al gallone a 2,8 dollari al gallone). Anche nel 2019 e nel 2022 la popolazione era insorta per la stessa ragione e anche allora a scendere in strada e bloccare le strade erano principalmente membri delle comunità indigene. 

Quest’anno il centro delle proteste è stato sin dall’inizio Otavalo, nella provincia di Imbabura, a un centinaio di chilometri dalla capitale Quito. Il sussidio sul diesel ha un impatto molto importante sulla vita delle persone, dal momento che tiene sotto controllo il prezzo del combustibile che viene impiegato per il trasporto pubblico (usato dal settantacinque per cento della popolazione ecuadoriana) per il trasporto di prodotti di prima necessità. La Conaie, la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, ha respinto la misura: «L’eliminazione del sussidio sul gasolio avrà ripercussioni su milioni di famiglie, sulla produzione contadina e sui trasporti comunitari, rendendo più costoso il paniere di beni di prima necessità e rendendo ulteriormente precaria la vita dei settori popolari. La Conaie fa valere il diritto alla resistenza in difesa dei popoli e delle nazionalità, e dei cittadini in generale». 

La cancellazione del sussidio sul diesel è parte dei piani del governo per ridurre il deficit pubblico, anche in risposta ai negoziati col Fondo monetario internazionale; l’ex presidente della Conaie Leonidas Iza ha parlato di «subordinazione del Paese durante i governi di Moreno, Lasso e Noboa all’agenda degli Stati Uniti in America Latina». Parte di questa traiettoria sono stati anche gli ultimi consistenti tagli ai ministeri e alla spesa pubblica.

Di conseguenza, il paro nacional è stato convocato il 18 settembre dalla Conaie, inizialmente in opposizione al Decreto 126 che elimina il sussidio al diesel, alle politiche del governo, alla crisi sanitaria e dell’istruzione e all’abbandono da parte dello Stato, nonché in rifiuto del modello estrattivista; successivamente, hanno protestato anche contro l’aumento dell’Iva e le estrazioni minerarie.

AP/Lapresse

Il Paese affronta un periodo di crisi, con elevata criminalità, un periodo di frequenti blackout l’anno passato, un sistema sanitario inadeguato e una pesante contaminazione ambientale che impatta soprattutto le comunità indigene e rurali. Davanti alle proteste, il governo ha scelto di scatenare una repressione brutale da parte delle forze dell’ordine. 

Il 23 settembre, al cominciare dei blocchi stradali scatenati nel Centro-Nord del Paese, dodici persone (di cui dieci della nazionalità indigena Kichwa) sono state arrestate a Otavalo, accusate di terrorismo e poi condotte nelle prigioni di Portoviejo ed Esmeraldas, note per essere al centro di episodi di violenza. Il 28 di settembre, a Cotacachi, il leader indigeno Efraín Fuerez è morto per mano delle forze dell’ordine: colpito da un’arma da fuoco e trascinato dai compagni al bordo della strada, è stato accerchiato da quattro militari, che hanno iniziato a colpirlo nonostante fosse moribondo, come testimoniato da un video. Fuerez è morto in ospedale poche ore dopo.

E ancora, il 12 ottobre – giorno della “scoperta dell’America”, ribattezzato in chiave critica come “Giornata della Resistenza indigena” – alcuni membri delle forze armate hanno tagliato i capelli a due giovani del popolo originario Kichwa di Cotacachi. «I capelli lunghi sono simbolo di identità, spiritualità e resistenza per i nostri popoli. Tagliarli a forza è un atto di razzismo, intimidazione e violenza che cerca di sottomettere e cancellare la dignità dei popoli mobilizzatisi», ha scritto la Conaie sulle proprie reti. 

Sebbene il nucleo delle proteste sia rimasto concentrato nel Centro-Nord, sulle Ande, dopo la morte di Fuerez altre regioni si sono unite al paro nacional. Fra queste anche le province dell’Amazzonia ecuadoriana: qui i cittadini denunciano la totale assenza dello Stato, mancanza di sicurezza, strutture sanitarie, educazione e viabilità. Basti pensare che la principale via che conduce da Lago Agrio (capoluogo della provincia di Sucumbíos) a Quito è inagibile da mesi a causa di una frana: centinaia di pazienti oncologici devono viaggiare almeno nove o dieci ore per raggiungere strutture sanitarie adeguate. 

La zona soffre anche la forte contaminazione causata da decenni di estrazione petrolifera e mineraria, che hanno contaminato il suolo, l’aria e l’acqua dei fiumi da cui le comunità indigene e rurali traggono il proprio sostentamento, per lavarsi, per lavare i vestiti, per bere e mangiare. Anche nelle regioni amazzoniche la repressione delle forze dell’ordine è stata brutale. 

Il primo ottobre è stato arrestato Germán Pachacama, che era appena arrivato sul posto della manifestazione, e il giorno dopo è stato arrestato Gregorio Aguinda, membro della comunità indigena Kichwa, e accusato di terrorismo. La criminalizzazione della protesta è volta a silenziare il dissenso, e non si ferma agli arresti: molte associazioni e organizzazioni che lottano per i diritti umani hanno visto i propri conti bancari chiusi, e in varie regioni è stato dichiarato lo stato di emergenza: il governo ha sospeso alcuni diritti costituzionali come la libertà di riunione. 

«La repressione delle proteste, gli attacchi alla Corte costituzionale e il persistere di una strategia di sicurezza militarizzata, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, collocano l’Ecuador nell’elenco dei Paesi della regione che stanno registrando un preoccupante aumento delle pratiche autoritarie», aveva detto Ana Piquer, direttrice di Amnesty International per le Americhe. Tutto questo avviene a poche settimane dal referendum che si terrà il prossimo 16 novembre. Saranno sottoposti a votazione l’installazione di basi militari straniere in Ecuador, l’eliminazione del finanziamento dei partiti politici nel Paese, la riduzione del numero dei membri dell’Assemblea, la convocazione di un’Assemblea costituente per elaborare una nuova Costituzione. 

Dall’esito del referendum dipende la stabilità del governo Noboa, che rischia di perdere ulteriore consenso in caso di sconfitta. In caso di vittoria, invece, si teme un inasprimento dell’autoritarismo che ha già preso piede. Il 13 di ottobre nella provincia di Imbabura sono state arrestate altre persone che esercitavano il legittimo diritto alla protesta, mentre un “convoglio umanitario” formato da centinaia di veicoli militari e della polizia marciava verso la provincia con l’obiettivo di aprire le vie. La repressione continua e si intensifica, ma continuano a nascere nuovi focolai di proteste: anche la resistenza della società civile continua.

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