Intervista a Fill PillIl connubio vincente tra divulgazione ambientale e stand-up comedy

Unendo formazione scientifica, ironia e satira, Filippo Piluso ha occupato uno spazio ibrido finora (quasi) inesplorato nel mondo della comunicazione ambientale. Il 13 ottobre inizia il suo nuovo spettacolo, “Divulgazione coatta ambientale”

Courtesy of The Comedy Club

Aprire Instagram e imbattersi per la prima volta in un video di Filippo Piluso, in arte Fill Pill, è piacevolmente destabilizzante. A primo impatto noti il classico «coatto» che, armato di tuta e accento romano spinto, parla di transizione energetica. Ti aspetti quindi di assistere a una di quelle imitazioni dei negazionisti climatici che cavalcano le peggiori fake news. Invece il «coatto» dei social te la spiega, e anche bene, usando dati, termini scientifici e fonti autorevoli (rigorosamente elencate nel copy dei video). 

Il mix tra divulgazione e comicità – un equilibrio complesso da mantenere – di Fill Pill si basa su un interessante messaggio di democraticità delle soluzioni per fermare l’avanzata del cambiamento climatico: se ce l’ha fatta il «coatto», puoi riuscirci anche tu. Essendo molto bravo a imitare i dialetti italiani (e non solo), Piluso ha inventato diversi personaggi che, con un’ironia sagace e a tratti spietata, provano a rendere accessibili concetti sempre più inseriti nella nostra quotidianità. Da lunedì 13 ottobre, con la data d’apertura a Roma, Fill Pill porterà la sua “Divulgazione coatta ambientale” (il nome dello spettacolo, prodotto da The Comedy Club e Future Proof Society) sui palchi di tutta Italia, per poi ripartire dal 2026 con “Brufenocene”. 

Hai iniziato a fare divulgazione e stand-up comedy in un periodo di grande attenzione verso il clima e l’ambiente. Oggi, anche per ragioni geopolitiche, sono temi sempre meno presenti nell’agenda mediatica e politica. Stai notando un calo dell’attenzione anche nel tuo pubblico?
Io parlo a una bolla, e questo a volte non mi permette di vedere lucidamente lo scenario nel suo complesso. Prendere il mio pubblico, generalmente già informato e attento, come campione sarebbe statisticamente irrilevante, perché non sta subendo più di tanto gli sconvolgimenti geopolitici che hanno ridimensionato il ruolo del clima nel dibattito. Insomma, nella mia platea non ho visto stravolgimenti, così come non li vedo parlando direttamente con le persone, nella vita di tutti i giorni. È un cambiamento che noto genericamente all’interno dei media, nel dibattito, nelle agende politiche. 

Tu nel frattempo continui a parlare (anche) di clima, indipendentemente dai trending topic.
Sono temi che fanno parte della mia vita da sempre. Ho fatto Giurisprudenza con una specializzazione in Diritto internazionale ambientale, con un focus marino. Poi ho lavorato in ambiti a metà tra la biologia marina e la giurisprudenza come project manager e ricercatore, ho fatto un master in Sostenibilità della gestione delle risorse energetiche e ho lavorato un altro anno e mezzo in reparti dedicati alla sostenibilità. Infine ho lasciato tutto per fare l’artista e divulgatore a tempo pieno. Nella mia vita c’è anche la musica e la stand-up comedy in cui parlo di tutt’altro. Mi muovo in vari settori senza essere ancorato a una sola cosa, e questo mi aiuta. 

Ha senso parlare di “stand-up climatica”?
In passato abbiamo fatto delle serate con Riccardo Crivez, Giovanni Mori, Andrea Saleri. Poi Barbascura su questo è stato un apripista, combinando il suo PhD con il linguaggio della satira. Fuori dall’ambito stand-up, il primissimo in Italia è stato Giobbe Covatta con lo spettacolo “Sei gradi”. Non credo però sia giusto che si formi un filone, perché essere monotematici nella comicità è tosta, il rischio è quello di diventare pedanti. Ci sono diversi comici che, per inclinazioni personali, hanno un’attenzione più forte verso i temi ambientali e riescono a declinarli bene negli spettacoli, ma il filone “scientific comedy” direi che non esiste.

Come e quando ti sei approcciato alla stand-up comedy? Già da piccolo, quando hai partecipato allo Zecchino d’Oro, sognavi di fare il comico.
Ho iniziato quasi quattro anni fa. Prima non scrivevo per la stand-up, ma inserivo dei monologhi comici dentro altri monologhi che facevo col mio gruppo musicale o in altre “occasioni da palco”. Il terzo monologo che ho scritto era sulla crisi ambientale, perché le mie competenze e i miei interessi mi hanno spinto ad affrontare quei temi in un contesto diverso.

Senti di aver occupato un vuoto comunicativo?
La comunicazione ambientale ha grandi problemi e richiede una certa preparazione scientifica. Ci sono gli attivisti e ci sono i creator, ma spesso portano avanti messaggi meno divulgativi e hanno un approccio più da attivisti. Il risultato è l’incapacità di restituire certi concetti complessi. Io ho un background umanistico e scientifico che mi ha permesso di acquisire determinate conoscenze. Conoscenze che un creator che si avvicina al tema tramite l’attivismo non ha. O c’è l’attivista che risponde alla “bolla verde”, o c’è il ricercatore che parla di temi scientifici senza un linguaggio – tra virgolette – pop. Io sono una figura ibrida e mi sono messo dentro quella nicchia là, unendo le due cose. 

Qual è la tecnologia della transizione energetica che si presta meglio alle battute?
Non ci ho mai pensato, è una bella domanda. Allargando, tutto ciò che concerne gli animali fa molto ridere, perché li puoi umanizzare per creare delle battute più naturali: l’animale corrisponde a un personaggio X, che è un umano terribile, una persona nefasta. Riuscire a fare battute sulla tecnologia nucleare in Germania o i pannelli solari è più difficile: lì sta a me girarci attorno per trovare degli espedienti che facciano ridere senza parlare direttamente dell’oggetto. 

Com’è stato approcciarsi alla stand-up comedy? È vero che c’è molta precarietà?
Per me è stata una primavera. Ho scoperto che quello era il mio linguaggio. Mettermi in gioco a Milano, in un contesto gioviale, pieno di serate e di opportunità, è stato bellissimo. Io paragono sempre la stand-up al tennis: ci campano solo quelli che arrivano nei primi cento. Sono pochi quelli che riescono a comprare casa solo facendo stand-up, perché è ancora una professione molto elitaria, nonostante tutto l’hype che si è creato dal 2020. In Italia non abbiamo la domanda che c’è negli Stati Uniti o in Inghilterra, perché non abbiamo quell’educazione e veniamo più dalla commedia dell’arte. È difficile che la persona media riesca a nominare più di cinque o sei stand-up comedian in Italia: è sintomatico dell’instabilità della professione, anche se è più in salute rispetto a dieci anni fa. In ogni caso è una scelta artistica che paga solo se sei veramente affamato, se hai la voglia e il talento per arrivare in quella élite. 

Trump ti dà ispirazione comica? 
Oggi la realtà supera talmente tanto la finzione che la satira, a volte, perde potere. Oggi la realtà è essa stessa la battuta, quindi non ci speculo sopra. In questo momento mi sembra quasi più potente fare satira su Elly Schlein che non sa la differenza tra energia e corrente elettrica. Nel mio spettacolo ricorrono delle immagini di Lollobrigida e altri, perché a volte forniscono assist incredibili. Ma a un certo punto che cosa vuoi parodizzare? Siamo di fronte a degli squilibrati ed è evidente a tutti, dunque diventa difficile fare della satira potente. 

In “Divulgazione coatta ambientale” quale sarà l’equilibrio tra comicità e divulgazione?
In generale, il confine sta nel riuscire ad alternare il ritmo. Nel monologo di stand-up ricerchi costantemente la risata, mentre nel monologo divulgativo è più difficile. Da comico soffro quei silenzi, non sono più abituato. La mia esigenza, anche per un mio problema di horror vacui, è cercare di avere un rapporto quasi scientifico tra dati e battute: tre dati e una battuta, tre dati e una battuta, così da diluire l’informazione, come se fosse la Tachipirina che si scioglie gradualmente in acqua. Magari poi mi aiuto con un’immagine in una slide che permette di presentare meglio quel contenuto, in modo più simile a quello che faccio nei video. In definitiva posso dire che cerco un rapporto tre-uno tra dato scientifico e battuta. 

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