
Del discorso di sedici minuti del 24 settembre pronunciato dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni all’Assemblea annuale delle Nazioni Unite a New York, dopo il comizio di cinquantacinque minuti di Donald Trump del 23 settembre, conviene sottolineare la sua visione del mondo e dell’Europa, in cui viene smentita l’idea di un’apparente equidistanza fra atlantismo ed europeismo, con una conferma della sua visione trumpiana del mondo e della soluzione delle gravi sfide in corso, a cominciare dalle guerre in Ucraina e Gaza.
In primo luogo, e contrariamente ad altri leader mondiali come i presidenti brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, indonesiano Prabowo Subianto e colombiano Gustavo Petro, Giorgia Meloni non ha espresso nessuna concreta idea o proposta italiana sul dibattito relativo alla riforma delle strutture e dei programmi delle Nazioni Unite, al centro del rapporto del segretario generale António Guterres «Shifting Paradigms: united to deliver», che si fonda sui tre pilastri del ruolo delle Nazioni Unite: pace e sicurezza, sviluppo sostenibile e diritti fondamentali.
Il rapporto sarà discusso il prossimo 15 ottobre e vorremmo conoscere qual è la posizione delle istituzioni europee (Commissione e Alto rappresentante, Consiglio e Parlamento europeo) su questo rapporto.
Giorgia Meloni avrebbe potuto richiamare gli elementi essenziali del Patto delle Nazioni Unite per il futuro, approvato nel settembre 2024 grazie in particolare all’impegno di molti Paesi di quello che si chiamava il Sud globale, in cui sono emerse significative divisioni e distinzioni rispetto alle volontà imperialiste della Russia di Vladimir Putin e dei suoi satelliti, sottolineandone gli aspetti innovativi ma anche le debolezze e i silenzi.
Al contrario, Giorgia Meloni ha fatto propria la retorica demolitoria e anti-multilateralista di Donald Trump contro le Nazioni Unite, ripetendo gli slogan sugli eccessi di burocrazia, sui costi e sulle duplicazioni, e ignorando aspetti essenziali che riguardano l’urgenza di rendere il sistema dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata ottanta anni fa, più coerente e più efficace in un mondo radicalmente mutato, a cominciare dal numero degli Stati che oggi compongono l’Assemblea generale e i rapporti fra l’Occidente e il resto del mondo.
A dieci anni dalla firma degli accordi sugli obiettivi dello sviluppo sostenibile e dell’enciclica Laudato si’ – che si ispirava alla difesa della natura di Francesco d’Assisi, citato a sproposito dalla presidente del Consiglio –, in vista della ormai imminente scadenza dell’Agenda 2030, Giorgia Meloni si è totalmente appiattita sulla campagna di Donald Trump contro gli impegni nella lotta al cambiamento climatico, con la sua grottesca esaltazione della bontà del carbone (America’s Beautiful Clean Coal Industry).
Giorgia Meloni ha ripetuto pedissequamente le bugie di chi si schiera contro la cosiddetta «ideologia ambientalista», che contrasta con le evidenze scientifiche ed economiche, tutte concordi sulla necessità e l’urgenza di accelerare il raggiungimento di quegli obiettivi.
La linea trumpiana di Giorgia Meloni in materia ambientale è particolarmente grave per tre ragioni legate: – alla preparazione dell’imminente e trentesima Conferenza delle Parti dell’Unfccc a Belém, in Brasile, che rischia di tradursi ancora una volta in una drammatica paralisi, – alla definizione della posizione dell’Unione europea, che è stata in passato un buon esempio a livello internazionale, a cominciare dagli accordi di Kyoto e di Parigi, – e alle politiche del governo italiano, che sono ormai appiattite sull’idea sciagurata della cosiddetta neutralità tecnologica.
In secondo luogo, Giorgia Meloni ha approfittato dell’aggressione verbale di Donald Trump all’Unione europea sulle politiche migratorie, per lanciare un’inedita richiesta italiana di annullare le convenzioni internazionali sulla protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo (Convenzione di Ginevra) e sui salvataggi in mare (Convenzione di Amburgo).
Esse devono essere aggiornate e rafforzate rispetto ai tempi della loro adozione, per rispondere all’aumento dei movimenti di popolazioni causate dalle guerre, dai disastri ambientali e dall’espropriazione delle terre, insieme all’invecchiamento e al calo demografico dei Paesi sviluppati, e non certo per proteggere «i confini delle Nazioni».
In questo quadro, sarebbe necessario rilanciare e dare piena applicazione al Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, firmato a Marrakech l’11 dicembre 2018 e approvato dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 18 dicembre dello stesso anno, con la significativa assenza degli Stati Uniti della prima presidenza Donald Trump e della mancata firma di una minoranza di Stati europei, e cioè di Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e anche dell’Italia, che si è continuamente chiamata fuori nonostante i mutamenti di alleanze e di governi.
La posizione espressa da Giorgia Meloni davanti all’Assemblea annuale delle Nazioni Unite è molto grave perché ha l’obiettivo di contribuire alla demolizione dei valori e degli impegni delle Nazioni Unite a difesa dei diritti fondamentali, unendosi alla politica disumana di Donald Trump. Ma anche perché aggrava gli orientamenti emersi nell’Unione europea in materia di politiche migratorie, in vista dell’entrata in vigore, nel giugno 2026, del pacchetto di atti normativi compresi nel nuovo Patto migratorio approvato dal Consiglio dell’Unione e dal Parlamento europeo nel dicembre 2023 e alla proposta di modifica della direttiva sui rimpatri. E poi perché ha sfruttato la tribuna delle Nazioni Unite per aggredire verbalmente la cosiddetta «interpretazione ideologica e unidirezionale» dei giudici italiani ed europei, e cioè di quella che è stata sguaiatamente definita una «magistratura politicizzata che finisce per calpestare il diritto invece di affermarlo».