CrederciIl silenzio del teatro, e la risposta del pubblico

C’è sempre un momento in cui una stravaganza non è più stravagante e inizia la sua parabola discendente fino al fallimento. Quello è il tempo per l’ingresso di una forma espressiva di nuova apparenza

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– Tu ci credi che io non l’ho letto?
– Cosa?
– Non lo so, non l’ho letto, come faccio a saperlo?

Una coppia comica avviava il numero così, e continuava improvvisando. La scenetta poteva durare dai sei minuti ai tredici, anche ventisette, una volta.

– Tu ci credi che io non l’ho detto?
– Cosa?
– Non lo so, non l’ho detto, come faccio a saperlo?

Un’altra volta durò trentadue minuti, e fu la volta in cui avrebbe potuto durare di più.

– Tu ci credi che io non l’ho fatto?
– Cosa?
– Non lo so, non l’ho fatto, come faccio a saperlo?

Infatti durò di più, anche molto di più, un’altra volta ancora, forse l’ultima.

Ma ci fu l’ultimissima volta (è possibile esprimersi così?). Sì, l’ultima volta fu superata in maniera superlativa dalla volta in cui entrarono in scena e:

– Tu ci credi che io non lo so?
– Sì, ci credo, perché nemmeno io lo so.
– Cosa?
– Non lo so, come faccio a saperlo?

(Dopo le quattro battute, silenzio. Per sempre.)

La didascalia tra parentesi occupò il teatro senza strepito, senza alcun rumore. Pareva che i due se ne fossero andati pur restando dov’erano. Entrarono nella parte del silenzio? Un silenzio incurante, solitario, disinteressato a tutto.

Quelle quattro battute furono sentite quella sera da una platea che appunto si sentì sentirle, si sentì oscillare su un ramo in un bosco di battute sospese, si sentì cullata in un nido di consentita irresponsabilità (“basta discorsi, chiacchiere, dialogo, basta costrutto”, senza essere pronunciata, questa battuta, questo moscone, ronzava nell’aria). Silenzio e fogliame sul palco e in platea, e una irragionevole stretta al cuore, questo agrume pieno di lacrime, pieno di succo lacrimale (non aspetta altro che di essere colto, il cuore, e di essere strizzato un po’).

Una voglia di pianto, ma solo la voglia. I due comici si guardavano, resistevano a piangere per davvero (è di un nervo del sorriso irridente quel guizzo sulla superficie delle labbra?). Per finta si può, ma non per davvero. In platea resistevano a piangere per finta perché – che cosa incredibile – la finzione del piangere è tutta nella volontà di farlo (di solito c’è più finzione in platea che sulla scena). Che tristezza godibile. Un velo di lacrime, come un sipario orizzontale, calava sull’erotica scena del pianto. Un fragile, nebbioso e vitreo sipario che, se si fosse rotto in qualche punto, si sarebbe aperto come le palpebre e avrebbe sperperato gocciolanti perle saline.

Lo sfinimento del dire, lo sfinimento di fare spettacolo, lo sfinimento di assistere allo spettacolo. Ah finalmente lo sfinimento.

È forse un velo protettivo quel velo orizzontale di lacrime che cala su tutto? È forse con le lacrime che ci ripariamo dal velo polveroso del tempo?

– L’hai mai sopportata questa gente seduta? (Nessuno dei due comici pronuncia questa battuta, quindi non conosciamo la risposta.)

Ci vuole un bel carattere e anche una bella personalità per reggere a lungo il silenzio quando sarebbe molto meno impegnativo parlare. Ho azzardato quei due termini: carattere, personalità. Li lascio lì come un lancio di dadi ormai effettuato. Non so che facce siano uscite, non ho mai capito bene cosa definiscano, queste due parole cartilaginee di elastica consistenza (passabili se lessate e poi spruzzate di limone; mi raccomando il sale, dal corno).

Insomma, reggere il silenzio come se fosse una volta stellata. C’è da superare quel momento: la sbottata del ridere.

Accadde in quel passato teatrale (la coppia non era propriamente comica, eravamo lei e io, ragazzi agli inizi, mettevamo in scena i nostri appuntamenti, come è sempre in teatro, lo capimmo una volta per tutte), accadde a quel tempo, avvenne davvero che tenemmo il silenzio, guardandoci negli occhi, poi anche disperdendo lo sguardo sulle punte delle scarpe o in un angolo della sala in ombra, lontano, su un bottone, su una cucitura, poi ancora negli occhi, sulle ciglia aspettando che sbattessero silenziose (il silenzio del battito di ciglia, chi l’ha mai considerato?). Tenemmo il silenzio che, per chi non lo sapesse (non lo sai se non lo tieni) è di natura equina non domata. Non si vede ma strattona le briglie in cordame come una nave le cime. La bravura sta lì, nel non dare a vedere il tuo imbarazzo a ogni strappo. È di indole selvaggia, il silenzio (nessuno lo sa). Tra due persone che si fronteggiano mute scalpita e scalcia, provoca rumori, versi, singhiozzi, vuole essere rotto, vuole andare in frantumi rumorosi o, come il cavallo, cambiare andatura, e così via. Noi lo tenemmo e si ammansì. A questo punto sarebbe stato imbarazzante parlare.

Erano i tempi delle avanguardie, questo epiteto sperperato, sì al plurale, le avanguardie, che, una volta trascorse, sono molto meno eccezionali di una qualsiasi normalità. Però valgono la pena (la pena?). Poi, si sa, l’avanguardia è sempre avanguardia di un fallimento, fallimento che arriva al momento giusto, puntuale, perfino come un benessere, e menomale, non puoi tenere (come il silenzio e il cavallo?) viva a lungo una turgida eccitazione.

Ma l’avanguardia, che precede la truppa, almeno consente che una forma espressiva di nuova apparenza, di apparenza, quindi, ancora di nulla (è sempre nel nulla che l’avanguardia si inoltra, spesso addirittura si conficca, coraggiosamente, anzi spavaldamente) possa aver luogo, modo e corso, come fosse un passeggio festivo pomeridiano, anche col gelatino (magari leccato dalla colonna vertebrale, questa lingua portante). E via così.

È così, infatti, che una stravaganza non è più stravagante, non se ne va, estrosa, per fatti suoi, ma diventa stanziale. Per dire: in platea il silenzio prese corpo, divenne corposo, assunse, insomma, il corpo del pubblico, signore e signori. E il pubblico volle con insistenza praticare e provare il silenzio, sentirlo, se così si può dire, sulla propria pelle e sull’altrui, vuoi nota vuoi ignota.

Sì, certo, il pubblico a teatro sta zitto ma è vero anche che il pubblico a teatro non interpreta altro che sé stesso. Qui interpretava una grande figura, il silenzio, il proprio silenzio e il silenzio di chi era lì, il nudo silenzio. La platea si riempì di corpi silenziosi, consapevoli di essere corpi, non so se mi spiego. Furono chiuse tutte le porte – con le mandate, intendo – come fosse un processo a porte chiuse, lo era: un processo come successione di eventi connessi tra loro, probabilmente un processo primario. Tutto qua.

Sospiri, languori, gemiti, abbandoni, deliqui, scrocchi d’ossa, schiocchi di labbra, pacche, insomma un teatro ottocentesco quasi, anche settecentesco.

Infatti giunse il momento degli addii, la vera fine, il vero sipario, quello che cala all’esterno, fuori del teatro, come la pioggia certe volte (perché ricordiamo la pioggia all’uscita di questi luoghi?). Addio alla vita vissuta una sola sera e mai più certamente, addio a ignote e ignoti che avrebbero mescolato al massimo il loro applauso, il battito delle mani e non il dito e tutte le braccia e il resto appresso. Addio al caso che è così esatto nel far combaciare tutto con tutto, senza stare a dettagliare, addio a non sai cosa e nemmeno come, forse nemmeno quando né dove, né perché.

Aperte le porte, l’uscita fu appunto da non si sa che, da cosa che non fu realmente, forse, ma fu solo per sempre, perdutamente.

– Tu ci credi?
– Sì.

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