Blue mother La depressione post partum esiste, e può essere curata

La Commissione europea ha autorizzato l’immissione in commercio del primo farmaco utile nel trattamento della patologia clinica che affligge il sedici per cento delle donne in Italia

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Una madre è l’evento sociale, cui tutti possono far riferimento grazie a un linguaggio che ne qualifica le principali virtù. Cura, amore incondizionato e dedizione. Nel momento in cui la gravidanza assume una forma, sul corpo di una donna ha inizio un altro grande fenomeno che porta con sé un’orchestra di domande declinate al vezzeggiativo. È una grammatica lineare quella della gestazione che si esprime al meglio in pubblico. Dentro al copione emotivo non c’è spazio per parole che suggeriscono un’altra immagine ed è anzi nell’incavo lasciato dal silenzio che nasce e spesso resta nascosta la depressione post partum (Dpp). Una condizione patologica che però sembra aver recentemente trovato una prima risposta anche in Europa con l’immissione in commercio del primo farmaco per il suo trattamento

La ginecologa Beatrice Taroni sottolinea: «Fino a oggi la depressione post partum è stata trattata con farmaci che prevedevano la somministrazione ospedaliera, ecco perché era molto difficile che una donna che avesse appena partorito si avvicinasse a questo tipo di percorso. Lo zuranolone – essendo una compressa – facilita la cura e consente di raggiungere un miglioramento delle condizioni psichiche già dopo i primi quindici giorni». 

L’approvazione della Commissione europea dello zuranolone a settembre 2025 è una svolta storica per la psicologa e psicoterapeuta Viola Rinelli. Si tratta (pure) di un’opportunità per gli operatori sanitari che potranno contare su uno strumento terapeutico in più, integrabile con i percorsi psicologici e psicosociali già attivi. Continua Rinelli: «Il farmaco disponibile previa prescrizione ha dimostrato un effetto clinico significativo confrontato con le tempistiche dei trattamenti antidepressivi standard». 

Secondo la Fondazione Onda, i disturbi depressivi nel periodo perinatale riguardano fino a circa il sedici per cento delle neomadri in Italia, ma restano ampiamente sotto diagnosticati. L’Osservatorio sottolinea che molte donne continuano a svolgere tutte le funzioni di cura – allattare, alzarsi la notte, accudire il neonato – e proprio per questo la loro sofferenza passa sotto traccia, viene scambiata per stanchezza o normale assestamento. È un dato che incrina l’immagine della maternità e impone di considerare la Dpp non come un fallimento individuale ma come urgenza della salute pubblica che riguarda decine di migliaia di donne ogni anno nel Paese. 

Sottolinea Rinelli che il dato è spesso sottostimato ma la depressione post partum è una condizione clinica complessa che può avere ripercussioni profonde nella vita della madre e del bambino. Può insorgere in gravidanza e/o entro le quattro settimane dal parto, ma può presentarsi in qualsiasi momento nel primo anno di vita del bambino. Tende a svilupparsi gradualmente – continua – e se non trattata, può ripresentarsi in gravidanze future o sortire effetti sul bambino e sulla famiglia. Troppo spesso una chiara sintomatologia è scambiata con un normale assestamento della donna a causa di stigma sociale, vergogna e senso di inadeguatezza. La neomamma tende a nascondere i propri sentimenti per paura di essere giudicata incapace o di compromettere il suo legame con il neonato. Altre volte spiega la psicoterapeuta la depressione post partum è confusa con il baby blues, ossia: «Un vissuto di malinconia che si manifesta tra la terza e la quinta giornata, in occasione del rientro a casa. Interessa il settanta per cento delle puerpere e si riconosce dall’abbassamento del tono dell’umore, comparsa di ansia, tristezza, irritabilità, facilità al pianto e agitazione immotivata nei confronti del neonato. A differenza della depressione, si tratta di un disturbo transitorio che tende a risolversi spontaneamente entro due e tre settimane». 

Lo stigma nel riconoscere la depressione post partum non riguarda solo l’Italia. È un fenomeno globale che esiste in culture e Paesi diversi, anche se può manifestarsi in modi differenti a seconda delle norme sociali e delle aspettative culturali legate alla maternità. Il punto – chiarisce Rinelli – è che la donna non sia mai colpevolizzata ma affiancata nella richiesta di aiuto perché il bisogno riguarda la coppia e non solo la donna. Diverso è il caso delle madri single. La condivisione anche all’interno di una comunità terapeutica potrebbe rivelarsi proficua specie nei casi più gravi dove risulta necessario un percorso di cura con marcato controllo e vigilanza. 

Attraverso il Network Italiano sulla Salute Mentale Perinatale – rete di strutture pubbliche coordinata dall’Iss (Istituto superiore di sanità) – sono stati coinvolti venti centri in otto Regioni tra novembre 2021 e novembre 2022. A circa cinquemila donne, in gravidanza e nel dopo parto, è stato proposto uno screening standardizzato per ansia e depressione, con strumenti clinici validati e identici per tutte. Quasi una donna su quattro ha mostrato un punteggio compatibile con rischio depressivo significativo; nel periodo post partum la quota resta vicina al venti per cento. Oltretutto la sorveglianza ostetrica ItOss dell’Iss – il sistema che monitora le morti materne in Italia – ha documentato che tra il 2011 e il 2019 il suicidio è stato la prima causa di morte materna entro un anno dal parto. In molti di questi casi c’erano già segnali di sofferenza psichica, ma non erano stati registrati o non avevano portato a una presa in carico specialistica. È un dato da emergenza sanitaria, non da incidente individuale.

È anche sulla base di questi numeri che, nel giugno 2025, l’Iss ha aggiornato la linea guida nazionale sulla gravidanza fisiologica – il documento di riferimento per il percorso nascita nel Servizio sanitario nazionale – inserendo per la prima volta la salute mentale perinatale tra le priorità assistenziali, insieme alla violenza domestica e ai fattori sociali complessi come isolamento, precarietà economica, migrazione recente e barriere linguistiche. Le nuove raccomandazioni chiedono di offrire lo screening specifico per ansia e depressione a tutte le donne, durante ogni bilancio di salute in gravidanza e fino a dodici mesi dopo il parto, e di costruire reti integrate tra ostetricia, consultori, pediatria territoriale, salute mentale e servizi sociali. 

Tutto questo rende chiaro perché l’arrivo dello zuranolone in Europa non è solo una notizia di farmacologia ma un cambio di cornice. Per la prima volta le istituzioni accettano che la depressione post partum è una condizione frequente, grave e urgente, e che merita un trattamento rapido e specifico. Così la sofferenza delle madri nel post partum smette di essere nominata solo nel privato e diventa oggetto di una decisione pubblica.

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