Il mercato dell’odioL’economia della sensibilità, e la Repubblica fondata sulle letterine dell’avvocato

Il risentimento è il nuovo welfare dei frustrati, ideato e brevettato dalla sinistra, così affezionata al sanzionare le parole da aver concepito la legge Zan. Eppure c’è chi sostiene che sia la destra a fare soldi con gli hater

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Il secondo paragrafo di questo articolo non è inedito. Mi accingo infatti a ricopiarvi alcune righe qui già pubblicate quattro mesi fa. Sono righe che dicono cose che sanno tutti (io scrivo solo cose che sanno tutti, non traffico in notizie: le trovo volgarissime).

«Esistono studi legali specializzati, con software fatti apposta per profilare Vongola75 e trovare le tracce ch’ella inevitabilmente lascerà illudendosi d’essere anonima e ricostruire chi sia e dove lavori e chiederle danni quando diffama qualcuno. I giornalisti sportivi, che a ogni rigore non riconosciuto vengono insolentiti in lungo e in largo dalle curve vere, quelle dei tifosi che non si danno toni da intellettuali geopolitici, con questo metodo si fanno un secondo stipendio».

Non è solo che lo sappiano tutti: è che questo nuovo giochino l’ha voluto la sinistra. «La scelta sulla scheda elettorale è tra amore e odio», dice il candidato laburista nella nuova stagione di “Slow horses”, e la sinistra italiana più o meno l’ha messa giù nello stesso modo, peggiorando quel favoloso slogan berlusconiano che era «siete il paese che non vuole bene».

Hanno fatto alla popolazione, fessa per statuto, un lavaggio del cervello di anni, le parole feriscono quanto i fatti, odiare ti costa, nessuno deve permettersi di insultarti e se t’insultano è normale tu ci soffra tantissimo. Non poteva che finire così: dopo quello delle auto elettriche, la sinistra si è inventata il mercato dell’odio. E ora se ne pente altrettanto.

La più clamorosa beffa che il diavolo si sia inventato è stata illudere la plebe che l’internet fosse il mezzo che l’avrebbe fatta discutere alla pari con coloro che una volta avrebbe visto sì e no in televisione. Se a questo aggiungiamo la scarsa contezza che la popolazione generale ha di come funzionino il codice penale e quello civile, ecco là che il disastro è in agguato.

Come tutti, ricevo continuamente lettere da avvocati, e fanno molto ridere. La procedura è: Tizia si sente offesa perché le ho dato della cretina sull’internet, chiama amica che fa l’avvocato in provincia di Crotone ma si appoggia a un indirizzo del centro di Milano per suonare più autorevole, l’amica mi scrive che io ho inficiato la brillante carriera di Tizia perché ora tutti vedranno che ho scritto sull’internet che è una cretina, ma possiamo risolvere se ci dai duemila euro. (Vi vedo che mi date della razzista, ma vi faccio presente che, in questo aneddoto, non sono io quella che si fa fare una carta intestata che la faccia sembrare meno terrona).

Ora, il mondo è fatto di classi sociali, e non conoscerle è più grave che non conoscere il codice penale. Se mi degnassi di rispondere a Tizia o di farle rispondere dal mio avvocato, cosa che ovviamente non perdo tempo a fare, lo farei per dirle d’imparare quale sia il suo posto nella catena alimentare, e che deve fare causa solo a gente più in basso di lei: abbastanza più in basso da spaventarsi.

L’umanità media noi la vediamo sui social e – è sempre quel trucco del diavolo – ci convinciamo che sia come noi, ma non lo è: l’umanità media scrive su Facebook al gruppo aiutoavvocato, uno dei miei preferiti, parlando dell’eredità dai genitori in termini che rendono chiaro che ha imparato il verbo «diseredare» dai film americani e non solo non sa come funzioni la legittima ma non sa proprio cosa sia. L’umanità media cinquant’anni fa avrebbe raccolto pomodori, ora ha una qualche laurea, e – così come pensa che quella laurea significhi qualcosa e non si capacita di non trovare un lavoro retribuito – pensa anche che la carta intestata d’uno studio legale significhi qualcosa.

Aveva capito tutto la scrittrice di riferimento della sinistra culturale, tra le prime paladine delle deliranti campagne sul peso delle parole. Aveva dato mandato a uno studio legale di scrivere letterine intimidatorie a qualunque Vongola75 che la insolentisse sui social e, avendo capito benissimo che pubblico moralista si era allevata, si guardava bene dal raccontare pubblicamente di queste lettere, sapendo che i suoi lettori si sarebbero aspettati che i soldi così ottenuti li desse in beneficenza, mentre lei trovava sollazzevole usarli per comprarsi accessori firmati. Questa borsetta? Sono i duemila euro di uno che m’ha scritto «brutta cretina».

Perché c’è un’altra questione, ed è che la diffamazione è regolamentata completamente a casaccio. La ragione per cui io mi concedo il lusso di non rispondere a Tizia è che so che Tizia non armerà una causa: una causa civile ha dei costi, una penale quasi sempre si arena. Ma, se ti trovi davanti qualcuno con mezzi economici e culturali, è un altro discorso. Come dicevo: una questione di classi sociali, come tutte, come sempre.

I parametri di diffamazione stabiliti da sentenze della Cassazione sono lunari. È diffamatoria la faccina da pagliaccio, per dire. È diffamatorio «bimbominkia», che se esistesse una sensatezza nelle sentenze dovrebbe essere considerato autodiffamatorio: mi dice della povertà del tuo lessico, mica delle qualità del tuo interlocutore.

Qualche settimana fa mi è capitato un favoloso pomeriggio in cui uno, un farmacista di provincia a me ignoto, ha scritto su Twitter (o come si chiama ora) non ricordo neppure quale puttanata. Gliel’ho fatto notare, e lui ha iniziato a dare in escandescenze. Dopo un po’ ho dovuto purtroppo abbandonare il mio passatempo preferito (dare dei cretini ai cretini); mentre non c’ero, è successa una cosa stupenda.

Un tizio a me ignoto ha ben pensato di dire al farmacista che io parlavo coi nomignoli dell’internet solo per avere materiale per articoli (non una menzogna, invero: evidentemente il tizio è mio lettore – anche non regolare, basta una volta ogni tanto per saperlo).

Il farmacista si è agitato moltissimo, e ha iniziato a dire che avrebbe passato tutto all’avvocato, che guai a me se osavo citarlo in un articolo senza il suo permesso, che ora si divertiva. Ora, già il fatto che uno creda ci voglia il permesso di qualcuno per parlare di quel qualcuno dice molto non solo di quel che gli abitanti di questo secolo non sanno del codice penale ma proprio di ciò che non sanno della vita, e di quanto male ha fatto la doppia spunta azzurra e l’illusione del controllo alle menti più fragili.

Ma il dettaglio stupendo è che, mentr’era certissimo ch’io avessi mandato questo ignoto a minacciarlo, e annunciava cause e altre amenità, la cosa più cortese che il farmacista diceva di me era che avevo bisogno d’un trattamento sanitario obbligatorio e di psicofarmaci assortiti. Il che, se io fossi una di quelle che ti fanno scrivere dagli studi legali, a quest’ora mi varrebbe alcune migliaia di euro, considerata anche l’aggravante del mestiere, che si suppone gli dia contezza della terminologia che sta usando.

(Non pensiate ch’io non faccia mandare lettere dagli avvocati per etica; non lo faccio perché tengo al funzionamento dell’ecosistema: se all’abitante medio di questo secolo levi quel welfare che sono i social, quello accoltella qualcuno per strada).

Quindi, poiché ci vuol davvero poco perché un commento social sia considerato diffamatorio, ci vuole anche davvero poco per spaventare chi ha una vita di così silenziosa disperazione da dilettarsi nel lasciare commenti alla gente famosa.

Tempo fa parlavamo, con un presentatore televisivo moderatamente di sinistra, dei tremila euro che uno di quegli studi legali che citavo a giugno gli aveva fatto avere da un tapino che sui social gli aveva scritto, nientemeno, «scemo». Ci chiedevamo come potesse l’avvocato del Brocco81 del caso avergli consigliato di pagare: ti condannano per «scemo»? Evidentemente può accadere, se come il presentatore hai un nome e un cognome, e non ti spaventa anticipare un migliaio di euro per una causa civile, e poi aspettare anni per avere soddisfazione.

(Questa questione del nome e del cognome, del danno reputazionale per esserci il quale dev’esserci una reputazione, è anch’essa non chiarissima alle Vongola75 alle quali passo le giornate a dare delle sceme, e che con più frequenza del farmacista mi minacciano causa per aver diffamato gente senza nome. Suggerirei ore di diritto alla scuola dell’obbligo, ma già non hanno tempo d’insegnare le addizioni).

In un’altra zona rispetto a quella in cui risiede il presentatore, con altre possibilità sociali ed economiche, c’è il cittadino medio: quello che pensa ci voglia il permesso dell’interessato per citarlo in un articolo, ma che sull’internet io possa dirti che vai ricoverata coattivamente; quello che un avvocato in genere neppure ce l’ha. Scrive ai gruppi come aiutoavvocato, o alle influencer, per sapere se le lettere vadano ignorate.

E gli avvocati sono a volte terrorizzati dall’incognita della causa. Un famosissimo giornalista di sinistra ha fatto scrivere la sua brava letterina a una persona che conosco, che gli aveva rivolto su un social aggettivi neppure particolarmente offensivi, chiedendole ventimila euro. L’avvocato della mia conoscenza ha suggerito di transare: lasciare un commento friccicarello è alla fine costato diecimila euro, più le spese legali, più la clausola di riservatezza.

Clausola di riservatezza che impedisce alla mia conoscenza di fare la domanda che ora farò io. Poiché queste storie le sappiamo tutti, e poiché la sinistra è così affezionata al sanzionare le parole da aver concepito persino la legge Zan, e poiché tutti riceviamo lettere da avvocati di giornalisti di sinistra, presentatori di sinistra, influencer di sinistra, mitomani di sinistra che ti fanno scrivere dall’avvocato per articoli in cui neppure sono citati ma in cui si riconoscono, ecco, data questa premessa, e pur capendo io quale deliziosa tentazione sia lo schema «Cattivi sono sempre e solo gli altri», com’è possibile che l’altroieri un quotidiano italiano titolasse “Erano tutti Kirk – Dal free speech alla cassa – L’odio rosso adesso vale oro: la destra fa i soldi con gli hater”?

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