I tre giorni dell’internetLe vongole smascherate da Cecilia Sala, e la gente che si percepisce agente della Cia

La giornalista ha fatto il tweet da fine del mondo, svelando l’identità di chi la insulta sui social nascondendosi dietro i nomignoli (illudendosi di essere anonimo)

Lapresse

E così, sempre perché nel mondo non sta succedendo niente di importante, e non sta affatto tornando d’attualità quella canzone di Sting che diceva che «in Europe and America there’s a growing feeling of hysteria» che ci faceva compagnia quando la minaccia nucleare era più consueta della Citrosodina, sempre perché abbiamo attenzione da buttare, oggi ci occuperemo della Sip.

La Sip era la società telefonica nei beati anni del monopolio, quelli in cui il telefono stava in casa e si usava per telefonare. Ogni anno, la Sip recapitava nelle case di tutti noi un oggetto che, a seconda del nostro essere un agente della Cia o un romanziere, potevamo reputare pericolosissimo o preziosissimo.

Si chiamava «elenco telefonico»: in casa mia ce n’è ancora uno perché, se ogni tanto scrivi opere di finzione e ti servono nomi di personaggi, esso è impagabile.

Certo, se eri un agente della Cia era un problema, perché sull’elenco telefonico c’era il tuo indirizzo di casa. Ma, se ricordo bene “I tre giorni del Condor”, quel film orrendo con quel Redford in verità piuttosto figo, gli agenti segreti non è che dicano ai loro vicini di casa che fanno gli agenti segreti, e non usano il loro nome vero sul lavoro.

Poi è arrivato questo secolo di mitomani, in cui la gente sta su Twitter (o come si chiama ora) con un nomignolo, perché altrimenti non-può-esprimersi-liberamente. Fa l’agente segreto? Di solito fa l’agente assicurativo, al massimo, o lo studente fuori corso, o l’impiegato comunale, o il professore universitario, o il parrucchiere. Lo fa a Teheran, dove se esprimi un’opinione magari ti mettono in galera? Macché, lo fa nel pasciuto occidente, in cui usare un nomignolo serve nel migliore dei casi a dire «brutta cessa» a Maria Rossi nell’illusione (segnatevi questa parola: illusione) che Maria Rossi non possa guglare le tue foto e risponderti «ma ti sei visto?»; nel peggiore, a diffamare Maria Rossi nell’illusione (sempre lei) ch’ella desista dalla voglia di identificarti e farti passare cinque brutti minuti. Solo che Maria Rossi non si chiama Maria Rossi: si chiama Cecilia Sala.

Prima di parlare di Cecilia Sala, la cui capacità di mandare in cortocircuito i social m’incanta sempre, vorrei parlare degli ospedali. Negli ospedali, lo sa chiunque ci sia stato, se hai un appuntamento non ti chiamano per cognome. «È per la privacy». È il turno di Guia Esse. Scusi, abbia pazienza, quante Guia pensa ci siano? «È per la privacy».

Di recente sono stata ricoverata e ho scoperto che, oltre alla paranoia della privacy, c’è anche quella dello scambio di persona. Ti controllano cento volte il braccialetto col nome, ti chiedono cento volte di dichiarare le tue generalità a medici e infermieri. Per carità: meglio così che trovarsi asportato un organo sano perché hanno sbagliato persona. Però a un certo punto da quell’ospedale mi hanno dimessa.

Mentre mi attardavo a raccogliere le mie carabattole, nell’altro letto della mia stanza stavano ricoverando la nuova paziente. Che immagino fosse stata, come tutte, chiamata alle visite nei corridoi come Annamaria Tì, perché il cognome si sa che è un dato sensibile e insomma la privacy. Ma al ricovero, per accertarsi che lei fosse proprio lei, e senz’attendere ch’io uscissi dalla stanza, le hanno fatto scandire non solo il cognome ma il numero di telefono, l’indirizzo, la data di nascita, tutti gli interventi precedenti.

La signora era, come quasi tutti, l’abitante d’un secolo che è paranoico della privacy e contemporaneamente non è minimamente interessato all’avere una vita privata. Ha scandito i fatti suoi all’infermiera, e subito dopo si è messa a videochiamare raccontando altri fatti suoi, e quindi me ne sono andata senza poterle chiedere se quell’addominoplastica l’avesse fatta perché era dimagrita o perché aveva partorito. Ma tanto ho il suo numero di telefono, e neanche mi è servita la Sip (Annamariattì, non si preoccupi: non sono in grado di tenere a mente un’informazione più di due secondi, il suo numero non me lo ricordo – l’addominoplastica però sì, e anche che si è messa a trattare tipo suq con un call center che la chiamava per farle cambiare fornitore di energia elettrica: sarei voluta rimanere ricoverata un altro po’).

Ho alcuni amici in comune con Cecilia Sala, e anche se non la conosco ogni tanto ci chiamiamo e ci diciamo: ma perché fa così? Perché pensa che sui social si possa dibattere del mondo? Perché non capisce che sono tutti scemi e tifosi di qualche curva? È uno spettacolo incantevole vederla far incazzare a quarti d’ora alterni i propal e i proisr, i milanisti e gli interisti, i vegani e i carnivori. Chiunque venga presa a male parole dai tifosi di tutte le tifoserie ha il mio rispetto intellettuale. Però non dovrebbe mettersi a discuterci come fossero normodotati.

Poi, sbam, ieri Cecilia Sala apre il suo account e fa il tweet di fine di mondo. Comincia dicendo «Visto che dare dell’agente straniero per conto di Israele o della Repubblica islamica dell’Iran, oltre che diffamatorio, è pericoloso per una persona che viaggia in medio oriente per mestiere». (Naturalmente anche questa volta le daranno sia dell’agente del Mossad sia della cocca degli ayatollah: l’internet, se tu le dici «stai per fare questa cazzata», ci tiene a non smentirti).

Prosegue con un punto molto interessante: «È fastidioso vedere gli account coi nomi buffi […] diffamare persone che a differenza dei due si presentano con nome e cognome – perché impongono agli altri un trattamento che nessuno può riservare loro». Alle righe successive, Cecilia Sala sposta la tenda del mago di Oz.

È un’illusione che il nomignolo sia una copertura sufficiente a renderti invisibile e onnipotente, e quindi Cecilia Sala procede a dire come si chiamano e dove e quando sono nati due tizi che l’hanno insolentita nei giorni scorsi. Diversamente dal picchiatello medio al quale questo gesto ha fatto esplodere il cervello, non mi chiedo come abbia trovato i nomi di questi due carneadi: so che non è difficile.

Esistono studi legali specializzati, con software fatti apposta per profilare Vongola75 e trovare le tracce ch’ella inevitabilmente lascerà illudendosi d’essere anonima e ricostruire chi sia e dove lavori e chiederle danni quando diffama qualcuno. I giornalisti sportivi, che a ogni rigore non riconosciuto vengono insolentiti in lungo e in largo dalle curve vere, quelle dei tifosi che non si danno toni da intellettuali geopolitici, con questo metodo si fanno un secondo stipendio.

Non ho idea (non ho chiesto: cosa volete che m’interessi) se i nomi siano veri, né se Cecilia Sala li abbia trovati in proprio o abbia delegato il lavoro a chi appunto lo fa ogni giorno (al Mossad, dice una parte dei picchiatelli che si indignano), ma lo spettacolo delle reazioni è stato irresistibile.

Selezione minimissima di tweet. «Ma Cecilia Sala che rivela i nomi di due account dimostrando che dietro questi due account ci sono due persone vere che difendono Israele e il suo diritto di esistere, esattamente, dove vuole arrivare? Vuole che queste due persone, probabilmente ebree, subiscano minacce?» (probabilmente ebree).

«Oggi siamo passati alle liste di proscrizione. Non credo che vogliano nascondersi. Ma metterli in cattiva luce, imitando il vero #Mossad, si può fare?» (cancelletto Mossad, metti che va in tendenza. «Cattiva luce» stupenda preoccupazione da zitella d’un film di Pietro Germi).

«Poteva dare mandato all’avvocato di querelarli, invece sceglie la gogna mediatica, la chiamata alle armi della canea… con questo stile, negli anni ’80 le BR sceglievano chi gambizzare o uccidere…» (mi raccomando, prenderla bassa mai: io chiederei di entrare nel programma di protezione testimoni).

«Questa è delazione. È attentato alla sicurezza e alla integrità delle persone citate nel post» (post che, come molti geni del purissimo presente preoccupatissimi delle identità segrete delle Vongole chiamate per nome e cognome, il tizio che scrive sta ripostando, perché niente dice «non voglio che questo dato sensibile giri» come il rilanciarlo).

L’internet, ieri, ha compattamente scoperto una nuova parola: doxing. Siccome c’è la parolina inglese per dire quando sveli l’identità di uno che si percepiva agente della Cia e invece era barista, allora dev’essere una cosa gravissima. È reato, e «se l’ha fatto prendendo di mira un gruppo specifico allora scattano pure le aggravanti razziali», scrive un carneade con più determinazione degli altri al vittimismo identitario.

Nora Ephron era una regista, una scrittrice, una che era diventata famosa con un libro sui dettagli delle sue corna e del suo divorzio. La prima volta che la incontrai, nel 2006, alla fine della nostra colazione si congedò dicendomi quel che diceva a qualunque intervistatrice o ammiratrice o conoscenza estemporanea: chiamami, sono sull’elenco. Una tizia candidata tre volte all’Oscar aveva il numero e l’indirizzo sull’elenco del telefono, e di carneade dell’internet dobbiamo proteggere l’identità.

Le corna e il divorzio con la cui cronaca Nora Ephron divenne famosa (il romanzo, “Heartburn”, è appena stato ripubblicato da Feltrinelli) riguardavano il suo matrimonio con Carl Bernstein, uno dei due giornalisti del Watergate. Nel 2005, l’edizione americana di Vanity Fair svelò l’identità di Gola Profonda, la loro fonte sulle magagne di Nixon. La svelò ai baristi e agli agenti assicurativi e ai medici della mutua, ma chiunque frequentasse gli ambienti giusti lo sapeva da quarant’anni, ed era lieto di dirti come faceva a saperlo: era dal 1972 che non c’era cena alla quale Nora Ephron non annunciasse lietamente pettegola di sapere il vero nome di Gola Profonda. Meno male che non era su Twitter, sennò sai che scandalo.

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