
Forse i volenterosi e coraggiosi cittadini americani che hanno sfilato sulle strade degli Stati Uniti contro la svolta autoritaria impressa da Donald Trump al loro paese dovrebbero aggiungere allo slogan “No kings”, nessun Re, anche “No Zar”, nessuno Zar, dopo l’ennesima prova, svelata ieri dal Financial Times, della completa, totale, genuflessione trumpiana al volere di Vladimir Putin.
Nonostante nelle ultime settimane sembrasse che Trump si fosse stancato di farsi prendere per i fondelli dall’amico del Cremlino, e malgrado avesse più volte minacciato ritorsioni dopo il fallimento delle precedenti svolte pacifiche, ancora una volta Trump si è fatto portatore di tutte le istanze e di tutta la propaganda di Vladimir Putin, intimando Volodymyr Zelensky durante un acceso incontro alla Casa Bianca di cedere a Putin tutto il Donbas, compresa quella parte della regione orientale dell’Ucraina che in tre anni e mezzo di guerra Mosca non è riuscita a conquistare, in cambio della rinuncia a due regioni che gli ucraini non hanno mai ceduto. Insomma, il piano di Trump è quello di imporre all’Ucraina la resa e di regalare a Putin una vittoria che sul campo non c’è nonostante gli americani stiano facendo di tutto per favorirla.
Se l’Ucraina non accettasse, avrebbe detto Trump a Zelensky, la Russia distruggerebbe il paese, come se non lo stesse già facendo tutti i giorni e in particolare da quando Trump ha vinto le elezioni, senza peraltro ottenere nulla. La pace di Putin e Trump, insomma, è la sottomissione di qualche milione di ucraini che combattono e resistono da tre anni alla brutale aggressione russa.
Trump è arrivato a dire a Zelensky che la Russia non sta nemmeno facendo la guerra all’Ucraina, ma che sta soltanto conducendo «un’operazione speciale», come a dire che finora Putin ha combattuto in sordina, con le buone, una frottola smentita dai fatti e dai morti ucraini e russi che ornai non ripetono più nemmeno i propagandisti del Cremlino nei salotti televisivi italiani, ma che adesso è diventata la linea politica della Casa Bianca, nonostante a breve, a gennaio, l’operazione speciale della Russia in Ucraina supererà la durata della Grande Guerra Patriottica (la Seconda Guerra Mondiale) su cui negli anni della Guerra Fredda si è fondato il mito dell’Unione Sovietica.
La domanda è sempre la solita: perché a Trump tremano sempre polsi e ginocchi quando si tratta di Vladimir Putin? Non ci sono prove inconfutabili che Trump sia un asset russo, o che sia ricattato dal Cremlino, ci sono soltanto sospetti fondati su ampie evidenze di affari con oligarchi russi e su rapporti criminali tra l’entourage trumpiano e i russi ai tempi della prima e sorprendente elezione del 2016.
Ma se non c’e la certezza che Putin manovri Trump come un burattino, l’alternativa è che Trump sia completamente scemo, cosa certamente plausibile e che comunque non esclude l’ipotesi che il Cremlino tiri i fili del primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.
Asset russo o meno, imbecille o meno, importa poco visto che Trump fa comunque tutto quello che vuole Putin, e così umilia un popolo che resiste alla barbarie russa, nega i sistemi missilistici che proteggono i civili, ferma o dilaziona le informazioni di intelligence che servono a salvare vite umane, mette le mani sulle risorse minerarie ucraine, divide gli alleati europei, indebolisce la Nato che è stata fondata proprio per difendere l’Europa e contenere l’imperialismo russo, e facilita l’alleanza delle autocrazie contro il mondo libero.
Sfilare sulle strade d’America per dire “No Kings” è un atto di resistenza civica, impedire alla Russia di avanzare in Ucraina è un impegno moralmente necessario, ma bisogna essere consapevoli che, mentre gli americani difendono la democrazia e gli ucraini lottano per la propria indipendenza, lo Zar Vladimir ha conquistato la Casa Bianca.