Nota per Sachs e FormigliEcco come la società civile ucraina a Maidan si è liberata dell’oppressore russo

Pubblichiamo un estratto di “Perché l’Ucraina combatte”, il libro di Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura su comunicazione di guerra, libertà, Europa e democrazia

AP/Lapresse

È solitamente la Rivoluzione della dignità ad essere indicata come momento di svolta dello sviluppo di diversi aspetti della realtà ucraina, tra i quali la sua società civile. Tuttavia, molto si muove anche tra la Rivoluzione Arancione del 2004 – quando proteste in tutto il paese contro i brogli che consentono al filorusso Janukovič di vincere le elezioni presidenziali di pochi punti portano a nuove elezioni e alla vittoria dell’altro candidato, filoccidentale, Viktor Juščenko – e Euromaidan. Entrambi sono momenti cruciali nel processo di costruzione del nuovo stato ucraino indipendente e del suo processo di democratizzazione; entrambi vedono il protagonismo della società civile. Il successo di Euromaidan, anche per le sue conseguenze di lungo periodo, molto deve tanto al fermento del decennio precedente, quanto alle lezioni apprese da quella esperienza. Gli avvenimenti del 2004 creano un contesto di libertà per la società civile, anche se pesanti regolamentazioni pongono ostacoli per la sua organizzazione. Gli anni di Janukovič, eletto presidente nel 2010, questa volta regolarmente, aprono la strada a frequenti e anche violente repressioni di meeting e proteste o, attraverso l’aiuto delle corti, al loro divieto. Tanto che l’Ukrainian Helsinki Human Rights Association all’epoca riportava come le condizioni per lo sviluppo della società civile si fossero repentinamente deteriorate. Tuttavia, è negli anni della presidenza di Janukovič che le organizzazioni della società civile riescono ad ottenere un più soddisfacente quadro regolativo per la loro esistenza e le loro attività. Inoltre, con un paradosso in realtà solo apparente, all’attitudine repressiva del leader filorusso – che però non impedisce l’attività quotidiana delle varie organizzazioni – corrisponde, come reazione, un rafforzamento della società civile ucraina soprattutto nella forma di nuove reti e advocacy coalition. Le une e le altre si riveleranno di grande utilità durante e dopo la Rivoluzione della dignità. Ad esempio, subito dopo l’elezione di Janukovič, viene creato un network di giornalisti, attivisti della società civile, membri di organizzazioni non governative, battezzato Stop Censorship, che si dà come obiettivo il sostegno alla libertà dei media e la denuncia delle sue violazioni. L’anno dopo viene lanciato il movimento anticorruzione Chesno (corretto, trasparente), ancora oggi operativo.

Gli anni tra le due rivoluzioni vedono anche il sostegno attivo, nella forma di finanziamenti e promozione dello sviluppo delle competenze e delle capacità operative, di diverse organizzazioni statunitensi votate al sostegno della democrazia a livello internazionale, così come delle istituzioni dell’Unione Europea e di suoi paesi membri. Il Piano di Azione UE-Ucraina del 2005, esito degli avvenimenti dell’anno prima, e la successiva Agenda di associazione UE-Ucraina del 2009 svolsero un ruolo importante non tanto per l’azione coeva delle autorità politiche, che perlopiù li ignorarono, quanto per la società civile, per la quale divennero punti di orientamento, nonché per la burocrazia di medio livello.

Infine, è bene ricordare lo sviluppo in quel decennio di una crescente fiducia nella capacità di azione dell’eterogeneo mondo della società civile. È vero che i sondaggi degli anni precedenti la Rivoluzione della dignità rivelavano, a diversi anni di distanza, ormai, dalla Rivoluzione arancione, una minore propensione a partecipare attivamente ad azioni di protesta; tuttavia, il passo indietro di Janukovič con il rifiuto di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea mostra che in certe situazioni esiste una parte del Paese pronta a rimobilitarsi.

La mobilitazione del 2013-2014 è impressionante e presenta alcune significative differenze con quella del 2004. Innanzitutto, l’ondata di protesta origina dalla società, con un ruolo cruciale dei giornalisti, non dall’opposizione politica – che viene marginalizzata –, al contrario di quanto accadde con la Rivoluzione arancione. La stessa società civile si mostra anche pronta a sostenere organizzativamente e dal punto di vista logistico e materiale una protesta che durerà mesi. La quale, inoltre, assume dimensione mai viste in Ucraina, coinvolgendo diverse parti del Paese, compresa la parte orientale, il Donbas [Su qusto ultimo punto si veda Katerina Zarembo, Il Donbas è Ucraina, Linkiesta, 2022]. Oltre alla crescita esponenziale delle azioni di protesta, più che raddoppia, tra il dicembre 2013 e il febbraio 2014, la percentuale di quanti appartengono a movimenti civici (si passa dal sei al quattordici per cento). Ciò, nonostante la maggior parte dei partecipanti alle proteste non appartenesse a organizzazioni, movimenti o partiti [Solonenko, I. (2015). Ukrainian civil society from the Orange revolution to Euromaidan: Striving for a new social contract. OSCE yearbook 2014, 219-236]

(…)

La Civic diplomacy ucraina
Anche rispondendo alla debolezza delle istituzioni pubbliche di un sistema politico ancora in transizione verso una piena democrazia, la società civile ucraina ha svolto un ruolo nella comunicazione e rappresentazione del suo recente passato e del suo presente, agli occhi degli stessi ucraini, ma anche del pubblico internazionale, soprattutto quello occidentale. Sono gli stessi eventi che hanno contribuito a forgiarla, a partire (…) dalla sua reattività ai tentativi di soffocarla e orientare il futuro del Paese verso il vicino russo. Euromaidan svolge a questo proposito un ruolo ‘necessario’: è in quel contesto che una società civile comunque preesistente, ma che, ad esempio, in passato non era stata in grado di premere in modo efficace per la realizzazione di quelle riforme essenziali per il percorso verso la ‘europeizzazione’, elabora una molteplicità di forme di collaborazione e azione. È a Maidan, ha scritto Kuleba nel suo The War for Reality, che si pongono le fondamenta della successiva comunicazione ucraina, è li che si forgiano diverse delle organizzazioni della società civile che nel giro di poco tempo, con l’aggressione russa nel Donbas, svolgeranno una funzione vitale:

Mentre tutti nel governo stavano raccogliendo le forze, i volontari si sono assunti il compito di salvare il Paese. In un modo o nell’altro, sono stati ispirati dal Maidan, che li ha anche uniti: L’Ukraine Crisis Media Center, EuromaidanPress, Informational Resistance, StopFake, StratCom Ukraine e InformNapalm. L’elenco può continuare con i nomi di giornalisti e blogger. (…) All’inizio dell’aggressione russa, i volontari delle comunicazioni hanno guadagnato tempo per lo Stato, consentendogli di mobilitarsi e avviare il processo di creazione di una comunicazione statale insieme a questi volontari [Kuleba, D. (2023), The War for reality. How to win in the world of fakes, truths and communities, Kyiv, #книголав].

Dal 2014, dunque, si sviluppa un settore molto attivo della società civile che si impegna in primo luogo a contrastare la propaganda e la disinformazione russe, rivolte non solo verso occidente, ma che prendono di mira direttamente anche i cittadini ucraini [Helmus, T. C., e Holynska, K. (2024), Ukrainian Resistance to Russian Disinformation, Research Report, RAND, https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA2771-1.html]. Tra le realtà più note e significative vi sono: l’Ukraine Crisis Media Center, fondato nel marzo 2014, come punto di raccolta di informazioni per le proteste contro il regime di Janukovyc; StopFake, fondato alla fine del 2013 con l’obiettivo di smascherare le narrazioni russe trasmesse sui canali televisivi ucraini controllati da oligarchi allineati con la Russia, e che diventa ben presto istituzione leader nel fact-checking, conosciuta anche a livello internazionale; Detector Media, che sorto all’inizio degli anni Duemila con lo scopo di analizzare i media e valutare gli standard giornalistici, nel 2014 muta la propria missione occupandosi di scoprire i contenuti di disinformazione russa trasmessi su TV, radio e social media. L’Ukrainian Crisis Media center, come ha ricordato Dmytro Kuleba, svolgerà un ruolo nella costruzione del sistema statale di comunicazione, un compito particolarmente delicato a fronte della aggressione nella parte orientale del Paese [Kuleba, 2023, cit.].

Per meglio comprendere l’irrompere di questo fenomeno è bene anche ricordare il carattere militante di parte del giornalismo durante i mesi di Euromaidan. È spesso ricordato come una delle micce di quella lunga e drammatica protesta, il post su Facebook del 21 novembre 2013 del giornalista Mustafa Nayem, che si era costruito una notorietà nei talk show televisivi, ma era anche una firma del prestigioso webmagazine Ukrainska Pravda: «Ci incontriamo alle 22:30 sotto il Monumento all’Indipendenza. Mettetevi vestiti, caldi, portate ombrelli, tè, caffè, buon umore e amici. Un repost sarebbe molto apprezzato!» Il giornalismo militante si fonde quindi con la società civile e si potenzia con l’uso del web e dei social media. Questi ultimi diventano cruciali per testimoniare e fare conoscere le violenze delle forze dell’ordine e individuare i responsabili, ma anche per diffondere materiale di sostegno alle proteste, con il moltiplicarsi dei gruppi di supporto sulle piattaforme social:

«I social media hanno notevolmente potenziato le capacità dei dissidenti ucraini di condurre con successo il movimento Euromaidan contro l’ex presidente Viktor Yanukovych nel 2013-2014. Sono stati utilizzati per infrangere in modo immediato il monopolio del governo sui media di massa, diffondere immagini degli abusi del regime, reclutare e organizzare una forza di autodifesa, rifornire e sostenere migliaia di manifestanti, fornire assistenza medica e legale, diffondere informazioni tattiche sui movimenti interni delle truppe e condurre operazioni informatiche contro il regime» [Elledge, K. (2015), Ukraine: dissident capabilities in the Cyber Age, in «Cyber Propaganda», 4].

Un gruppo di registi, cameramen e sceneggiatori gira dozzine di brevi video e li carica su YouYube con l’hashtag #Babylon’13, il nome di questo collettivo di cineasti che, nato per documentare gli eventi di Euromaidan, ha proseguito sino ad oggi la sua attività per raccontare l’Ucraina e l’Ucraina in guerra:

«BABYLON›13 è un collettivo cinematografico che può esistere solo in una società civile.

Ci siamo riuniti dopo la violenta dispersione degli studenti in Piazza dell’Indipendenza nel novembre 2013. Nel corso degli anni, abbiamo creato più di 400 film, pubblicati sui social network senza attribuzione.

Oggi il nostro collettivo conta oltre un centinaio di attivisti: registi, direttori della fotografia, tecnici del suono, produttori, montatori, traduttori, ecc.

Ognuno di noi ha età, esperienze, stili di lavoro e visioni registiche diversi. Ma siamo uniti da valori condivisi e dal desiderio di cambiare la nostra società attraverso il cinema».

Nascono emittenti online che producono news a basso costo e utilizzano i dispositivi mobili per trasmettere in diretta le immagini di Euromaidan. Questo, come è stato osservato, ha offerto agli ucraini una risorsa immediata per comprendere gli sviluppi degli eventi in tempo reale, senza dover ricorrere a canali controllati o influenzati dal governo. La televisione indipendente online, trasmessa tramite piattaforme come YouTube, UStream e altri siti web, è stata rapidamente resa disponibile da iniziative come Hromadske TV, Espreso TV e Spilno TV (Elledge, cit.). Uno dei progetti più rilevanti a questo proposito è quello di Hromadske.tv, che nel febbraio 2014 raggiunge su YouYube oltre 150.000 iscritti, mentre i suoi video risultano visualizzati più di 21 milioni di volte.

Tutto ciò naturalmente rende impossibile per il governo e il presidente Janukovič nascondere la realtà della protesta e imporre una propria narrazione. Addirittura, condiziona la copertura degli eventi da parte delle diverse reti private in mano agli oligarchi, alcune delle quali, nonostante le pressioni del governo, adottano una copertura tendenzialmente ‘neutrale’ [Szostek, J. (2014), The Media Battles of Ukraine’s EuroMaidan, in «Digital Icons», 11(1), 19].

Molte altre, oltre a quelle ricordate, sono le iniziative mediali che si sviluppano e che partecipano del racconto di una nuova Ucraina che si sgancia dal mondo russo e vuole costruire un proprio futuro indipendente e rivolto verso l’Europa e l’Occidente. Tra queste merita di essere citata la piattaforma online multilingue Ukraine World, gestita da Internews Ukraine, una delle maggiori organizzazioni di media in Ucraina, sorta nel 2014 e rivolta soprattutto a un pubblico straniero:

«Cerchiamo di far comprendere meglio l’Ucraina nel mondo. Il nostro obiettivo è spiegare l’Ucraina, la sua politica, cultura, storia e lotta, al pubblico internazionale. Svolgiamo questo lavoro in inglese, francese, spagnolo, tedesco e italiano. Forniamo analisi regolari sui principali sviluppi in Ucraina, inclusa l’invasione russa dell’Ucraina. Raccontiamo anche le storie delle persone, della loro sofferenza e del loro coraggio».

“Perché l’Ucraina combatte” è un libro di Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura pubblicato da Linkiesta Books. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, o in libreria da inizio giugno.

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