A volte rimangonoLe critiche di Prodi e il loop spazio-temporale del Pd

Le dure parole del padre dell’Ulivo sono troppo recenti per essere convincenti. Considerato che la linea dei democratici non cambia dal 2019, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(Unsplash)

Le recenti critiche di Romano Prodi al Partito democratico, giudicato incapace di costruire un’alternativa credibile alla destra e accusato addirittura di avere «voltato le spalle al paese», ribadite ieri nel programma di Massimo Giannini su Nove («Mi sembra che nessuno abbia voglia di vincere le elezioni»), sono solo la versione più aspra di concetti che il padre dell’Ulivo ripete da tempo, ma sono comunque troppo recenti, e troppo generiche, per convincermi del tutto. Il problema che ha davanti il Pd è sempre lo stesso e andrebbe collocato nel più ampio contesto delle scelte compiute sin dalle primarie del 2019, quelle vinte da Nicola Zingaretti. Sono passati infatti quasi sette anni, due legislature, due congressi e ben tre segretari da quando il gruppo dirigente del Pd ha scelto la strada dell’alleanza a ogni costo con il Movimento 5 stelle, insieme causa e conseguenza dell’abiura di quanto lo stesso Pd (e il novanta per cento di quel medesimo gruppo dirigente) aveva detto, fatto o anche solo pensato durante la stagione di Matteo Renzi.

Con le ultime sconfitte nelle Marche e in Calabria, infatti, è l’intera strategia inaugurata dal Pd nel 2019 che mostra, ancora una volta, tutti i suoi limiti. Tanto che si fa prima a dire dove ha funzionato, in Sardegna e in Umbria (dove peraltro il centrosinistra avrebbe vinto comunque, ma voglio essere generoso), che a fare l’elenco di tutte le elezioni perdute, comprese le ultime politiche in cui Enrico Letta, con il suo gruppo dirigente, dopo essersi incomprensibilmente incaponito sulla stessa identica linea che aveva portato Zingaretti alle dimissioni, ha dovuto arrendersi all’impossibilità della propria strategia, finendo per correre con una minicoalizione priva sia dei cinquestelle sia dei centristi, per giunta dopo avere giocato di sponda proprio con Meloni (che ancora ringrazia) sulla legge elettorale e lo schema maggioritario-bipolare. Il vero capolavoro di quel gruppo dirigente è stato però riuscire a rovesciare pure quella sconfitta su Renzi e i renziani, come se il congresso del 2019 lo avessero vinto loro, e non fossero invece usciti persino dal partito. Ma soprattutto nel presentare Elly Schlein – che proprio Letta aveva riportato nel Pd, assieme ai bersaniani di Articolo Uno, e schierato in prima linea nella battaglia elettorale – come la carta del rinnovamento, anzi della rivoluzione (rivoluzione guidata, come sempre, da Dario Franceschini).

Il vero problema, che si continua a rimuovere, non è però il lungo elenco delle sconfitte elettorali, ma il ben più lungo e pesante elenco dei cedimenti politici, culturali e persino costituzionali, di merito e di principio, che hanno accompagnato questo lento scivolamento del Partito democratico nelle braccia del populismo antipolitico. Una linea che ancora oggi finisce per spuntare tutti i suoi argomenti contro lo stesso populismo meloniano. Come ad esempio, per dirne solo una, il disastro prodotto sui conti pubblici con il super bonus, e la conseguente insostenibile ipocrisia di tutte le polemiche sui tagli alla sanità o a ogni altro settore. Il problema insomma non sono le alleanze, che si possono fare o disfare in funzione della propria linea politica e delle occasioni. Il problema, al contrario, è proprio la linea politica, che in un partito degno di questo nome non dovrebbe mai ridursi a una semplice funzione delle alleanze, o di presunte occasioni, per di più assai mal calcolate.

Post Scriptum. Salvo il riferimento a Prodi nelle primissime righe, qualche taglio, la correzione di un paio di refusi e l’aggiornamento dei riferimenti temporali, questo articolo è stato copiato e incollato tale e quale dalla newsletter di un anno fa, in cui commentavo la sconfitta del centrosinistra alle regionali della Liguria (controllate voi stessi qui). Se durante la lettura avete avuto anche solo un vago sospetto della truffa, potete scrivere a [email protected] per insultarmi, cancellare l’abbonamento e chiedere un risarcimento (ricordo ai più avidi tra voi che l’abbonamento alla Linea è gratuito e trattasi dunque di risarcimento morale, simbolico, insomma a chiacchiere). Se invece non vi siete accorti di nulla, potete scrivere a [email protected] per complimentarvi con me per la mia sagacia, considerando anche il tempo e la fatica che ho risparmiato, ma soprattutto per testimoniare l’assoluta refrattarietà del Pd alle lezioni della realtà, e la trasformazione del suo dibattito interno, ma forse anche dell’intera politica italiana, in un eterno giorno della Marmotta.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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