Gioventù trumpianaRazzismo, omofobia, misoginia e altri messaggi dei Giovani Repubblicani

Politico ha pubblicato le chat del gruppo Telegram dei Young Republicans, gli attivisti tra i diciotto e i quarant’anni impegnati con il Grand Old Party. Traboccano di frasi antisemite, e di ogni forma di insulto aggressivo. Il vero volto dei Maga, quando non sanno di essere ascoltati

LaPresse

«I love Hitler». «Chiunque voti No finisce nella camera a gas», e a seguire: «Possiamo sistemare le docce?». «State guardando anche voi la partita di Nba?», risposta: «Se volessi vedere scimmie che giocano a basket andrei allo zoo». E poi c’è l’amico che frequentava «una donna indiana molto obesa» che no, «non era indiana, solo non si lavava spesso». Questi sono soltanto alcuni dei messaggi presenti nella chat di Telegram Restore YR War Room – tradotto: “Restauro della stanza della guerra” dei Young Republicans, i Giovani Repubblicani – che Politico ha recentemente portato alla luce in una fuga di dati.

Quando non sa di essere ascoltata, la gioventù trumpiana presenta il suo vero volto, abbandonandosi a continue frasi razziste, antisemite, omofobe, misogine e abiliste. Insulti di questo tipo compaiono più di duecentocinquanta volte (e in più combinazioni), nella chat delle nuove leve repubblicane. Il periodo vagliato da Politico copre più di sette mesi, e vede coinvolti i leader di movimenti conservatori di più Stati: New York, Kansas, Arizona e Vermont.

In questo concerto d’odio il frontman è William Hendrix, vicepresidente di Giovani Repubblicani del Kansas, macchiatosi di insulti razziali in più occasioni. Al suo fianco, Bobby Walker (vicepresidente Young Republicans dello Stato di New York), che ha apostrofato con «epico» un messaggio in cui si sosteneva che gli ispanici avessero stuprato tutte le donne americane. Con loro c’è Peter Giunta, un gradino sopra, presidente YR di New York, che se n’è uscito con frasi come «se il pilota di un aereo è una lei ed è di dieci sfumature più scura di un siciliano, vattene», o «creerò alcuni dei più grandi metodi di tortura» per chiunque non lo votasse. Infine, nomen omen, Joe Maligno, che propone di sistemare le docce delle camere a gas.

A tutto questo si aggiungono battute sulla comunità afroamericana definita come «watermelon people», il popolo delle angurie, accostati poi a scimmie; si fanno complimenti al gruppo dei Teen Age Republican per il loro «support [for] slavery and all that shit», il loro “sostegno alla schiavitù e tutta quella roba lì”; si accennano infine riferimenti alla simbologia del suprematismo bianco (il numero 1488, spiegato qui) e si dà addosso agli immigrati (ispanici e cinesi in primis).

Per quanto alcuni messaggi fossero scritti con spirito goliardico, si sa che in ogni scherzo c’è un fondo di verità. Certe frasi razziste, misogine o omofobe erano serie. E infatti proprio Walker scrive: «Se mai ci sarà una fuga di dati da questa chat, siamo fritti per davvero».

L’hate speech conservatore, questa retorica violenta, risentita e aggressiva che caratterizza le chat private dei Giovani Repubblicani, tuttavia, non nasce nel vuoto. Le frasi incendiarie di Donald Trump, così come quelle di Charlie Kirk, hanno fatto scuola.

L’uscita offensiva sulla pilota di carnagione scura, qualunque fosse la sua etnia di appartenenza, è infatti ripresa interamente da una boutade di pessimo gusto proprio di Kirk: «Se vedo un pilota scuro, mi dico: “Oh cacchio, speriamo che sia qualificato”». Mentre Trump ha recentemente pubblicato sul suo profilo X dei video creati con l’intelligenza artificiale in cui il capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries appare con lunghi baffi neri e sombrero, accompagnato da una musica messicana in sottofondo. Come presa per i fondelli, è chiaro, ma che si basa sulla stereotipizzazione offensiva dei messicani, la cui cultura e i cui simboli vengono ridotti a ridicolaggine.

Come se non bastasse, in uno di questi recenti video compare anche il leader di minoranza al Senato Chuck Schumer, a cui viene fatto dire con voce contraffatta e labiale generato con intelligenza artificiale che i democratici comprerebbero voti delle minoranze in cambio di «assistenza sanitaria gratuita». In sottofondo, sempre le note folk da mariachi di Jarabe Tapatío, la nota danza del cappello messicana.

Questa retorica violenta e razzista si è manifestata in molteplici occasioni, anche – e forse soprattutto – durante la campagna elettorale del 2024. E non solo per bocca di Trump: durante uno dei suoi comizi, il comico Tony Hinchcliffe ha definito Puerto Rico «un’isola di spazzatura galleggiante», per poi affermare che le persone latinoamericane «adorano fare bambini», facendo battute sul sesso dei latinos. Per non dimenticare poi i cripto-saluti romani fatti sia da Elon Musk che da Steve Bannon, entrambi in contesti pubblici: il primo al discorso celebrativo post-inaugurazione di Donald Trump al Capital One Arena, il secondo alla Cpac (Conservative Political Action Conference) dopo aver gridato «Fight! Fight! Fight!».

E se nella chat dei Giovani Repubblicani compare «I love Hitler», nulla di nuovo sotto il cielo, nella sempre più impazzita società americana. Già Kanye West, ora Ye, il noto rapper statunitense, aveva più volte inneggiato al nazismo, scrivendo apertamente sui social «I am Nazi», per poi inserire nel proprio merchandising magliette bianche con una svastica nera sul petto. L’8 maggio 2025, infine, ha pubblicato un brano intitolato Heil Hitler, la cui conclusione è un campione tratto da un discorso di Adolf Hitler del 1935. Bannato da diverse piattaforme di streaming, il brano non è solo il delirio artistico di un vecchio supporter di Trump, ma indice della piega che il partito repubblicano ha iniziato a prendere nell’ultimo periodo. Si salvi chi può.

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