La vita dei romanticiTaylor Swift, Cattelan, e l’arte di togliersi i sassolini dalle scarpe

Nel nuovo disco della diva americana c’è una canzone sui picchiatelli dell’Internet ossessionati da gente che non conoscono. Nello spettacolo teatrale dello showman italiano c’è invece una dichiarazione di guerra a Fabio Fazio

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Quando sono andata a teatro a vedere lo spettacolo di Alessandro Cattelan, “Benvenuti nell’AI”, era tutto il giorno che facevo una cosa mai fatta nella vita: ascoltare Taylor Swift. Era uscito il nuovo disco, “The life of a showgirl”, l’internet compattamente diceva che era una ciofeca, stimati intellettuali italiani che ne sono piccoli fan mi spiegavano che il guaio era il fidanzamento, smetti di soffrire e smetti di saper scrivere, «anche a Montale capitò così», e io però mi ero appassionata moltissimo a una canzone in particolare.

Ma, uscendo dal teatro e mentre cercavo invano un taxi, non era la “Actually romantic” che ascoltavo da tutto il giorno, che canticchiavo. Non era neppure la “Porta Madonna” che Cattelan canta in scena per fornire bestemmie non censurabili a noialtre che combattiamo coi taxi nelle città italiane (è la storia d’un ragazzino che dice agli altri di portare i dischi a una festa, «io porto i Ramones, tu porta Madonna»). Uscendo dal teatro avevo ripescato dalla memoria una canzone di Sanremo, e le cambiavo il testo: «Pensavi solo ai sassolini, sassolini, stramaledetti sassolini, sassolini».

Se in questo paese qualcuno sapesse fare le interviste, chiederebbero ad Alessandro Cattelan com’è andata. Come sia successo che abbia preso qualcosa di cui tutti chiacchieravano sottovoce, l’antipatia tra lui e Fabio Fazio, e abbia deciso di levarsi i sassolini facendoci non solo l’apertura del suo spettacolo, ma anche raccontando dettagli che sono, nell’epoca che divide il mondo in fan e hater, una dichiarazione di guerra.

Quando sono arrivata a teatro venivo anche da una conversazione sui soldi di Taylor Swift, perché una delle interpretazioni che avevo letto, una delle ragioni fornite alla scarsezza del disco era che la signora ha ormai un patrimonio di due miliardi di dollari, che non è una cifra che ti permetta d’esser creativa. È vero? Ha senso? Quanti soldi aveva quando ha scritto l’ultimo disco? Da che cifra in poi non fa nessuna differenza? Quanti aerei privati puoi possedere? Quanto caviale puoi mangiare?

Racconta in scena Alessandro Cattelan che anni fa incontrò Fabio Fazio in Spagna, che erano in acqua e la moglie di Fazio disse «chiedi ad Alessandro se vuole salire da noi a bere qualcosa», che Cattelan si chiese «salire dove, che siamo in mezzo al mare», e poi capì che lo yacht davanti a loro era quello di Fazio. Racconta che non è andato, e che poi gli è arrivato un messaggio da un comune amico, con scritto «Fabio mi ha detto di dirti di non dire a nessuno che vi siete visti e che lui è in barca».

Tutti gli indicativi del paragrafo precedente dovrebbero essere condizionali, perché questa non è solo la versione di Cattelan: è la versione di Cattelan in scena, e chiunque sappia qualcosa di io narrante sa che nessuno che dica «io» in pubblico sta dicendo davvero «io» (in questo caso: sta dicendo davvero «Fazio»).

Non ci vuole un cattedratico di giornalismo per sapere che nessuno chiederà a Fazio se sia successo davvero (e se, da quando lo pagano gli americani e non la Rai, possa permettersi d’essere più rilassato rispetto ai commenti sui suoi emolumenti), né ce ne vuole uno di fazismo per sapere che Fazio non darà una sua versione dei fatti (ma pagherei il noleggio dello yacht per sapere se abbia a casa una bambolina a forma di Cattelan nella quale infilare spilloni).

Però, se io fossi Fabio Fazio, canticchierei tantissimo “Actually romantic”, settima traccia di “The life of a showgirl”, e canzone sul dettaglio sbagliato della quale l’internet s’è concentrata. Pare che l’inizio, «Ti ho sentita chiamarmi Barbie Noiosa quando la coca ti ha dato coraggio», si riferisca a una cantante a me sconosciuta con cui Taylor Swift sarebbe prima stata amica e poi nemica. Mi sono passate davanti noiosissime ricostruzioni di tutti i loro trascorsi, ma mi perdonerete se trascuro una cantante che non ho mai sentito nominare e mi concentro sull’archetipo contenuto nei versi successivi.

«Non pensavo a te da molto tempo, ma continui a mandarmi buffi messaggi d’amore, e lo so che pensi l’effetto sia perfido, ma è adorabile, come un chihuahua giocattolo che mi abbaia da una borsetta: ecco quanto fa male». “Actually romantic” è ovviamente una canzone sui picchiatelli di internet che si ossessionano su gente che non hanno mai visto, mica sulla cantante a me ignota.

Ma è anche il testo perfetto con cui d’ora in poi chiunque potrà liquidare i tentativi di bisticcio di qualcuno facendolo sentire come una Vongola75 qualunque, una cui dire ah sì, ma guarda, mi detesti, mi piacerebbe dirti che ricambio, ma invece non ti penso proprio.

«Quante volte il tuo fidanzato ti ha detto “Ma perché parliamo continuamente di lei?”: è proprio tenerissimo il tempo che perdi con me, pazzesco lo sforzo che fai, decisamente romantico». Taylor avrà pure deciso di togliersi dalle scarpe i sassolini che la infastidivano rispetto a quell’altra cantante, ma già che c’era ha fornito a chi non risponde il modo perfetto per sentirsi superiore a chi insulta: «Nessun uomo mi ha mai amata quanto te», tuba gongolante, sapendo benissimo che nell’economia dell’attenzione è un prezioso lavoro non retribuito quello di chi ripete continuamente quanto non ti vuole, non ti stima, non ti somiglia.

Se davvero “Actually romantic” gliel’ha ispirata quella di cui non riesco a memorizzare il nome, Taylor le sarà gratissima. Lo diceva, nello spottone del disco proiettato nei cinema la settimana scorsa (e in cui le canzoni erano in versione senza sconcezze, e quindi in “Actually romantic” non c’era la coca): «A volte non sai di essere parte della storia di qualcuno, finché le sue azioni non te lo svelano, e allora pensi: o mio dio, quanto ci hai pensato, io non ti odio e non ci penso mai, ma grazie dello sforzo». Ma c’è anche la questione io narrante: magari a Taylor di quella col nome troppo complicato da ricordare (sembra il nome di uno dei figli di Elon Musk) non importa niente, ma non si butta uno spunto creativo, che si abbiano o meno due miliardi di patrimonio.

Vale anche per Cattelan, l’elemento gucciniano (nel senso di: per la battuta mi farei ammazzare): è possibilissimo che Fazio non abbia una barca, o che ce l’abbia e non si siano incontrati, o che si siano incontrati ma nessuno abbia mai chiesto a Cattelan di non dire niente sennò poi il pubblico prendeva la Bastiglia al grido di «coi soldi del nostro canone» (Bastiglia è ovviamente il nome che in una buona sceneggiatura avrebbe la barca di Fazio).

Nei momenti più ottimisti l’ho pensato leggendo il libro in cui Molly Jong-Fast, la figlia di Erica Jong, sputtana sua madre, o almeno così crede, uscendone lei come una meschina con non altrettanto talento e la madre come una gigante che ha sempre fatto tutto quel che le pareva: può essere che Molly sapesse che sarebbe uscita malissimo da questo racconto ma anche che questo racconto era quello che funzionava meglio? Può essere che abbia ereditato abbastanza talento da saper dare al risultato conseguito dall’autrice più importanza di quella che dà alla bella figura dell’io narrante?

Non lo sapremo mai, così come non sappiamo a chi Taylor Swift non pensi proprio se non come oggetto d’una canzone da cui incassare royalties. Né sappiamo se Fazio abbia già fatto la cosa giusta – invitare Cattelan sulla Bastiglia – e Cattelan abbia fatto quella giustissima: presentarsi all’appuntamento per la crociera vestito da chihuahua da borsetta.

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