Il clima nel cassettoL’ecologia sta sparendo dalle agende politiche, ma non è tutto perduto

Sono passati quasi sei anni da quando la Commissione europea ha tolto il velo al Green deal, eppure è rimasto ben poco di quel fermento culturale. Intanto, le norme “verdi” hanno iniziato a produrre effetti: ora camminano da sole, ma sono costantemente sotto attacco. Siamo ancora in tempo per non vanificare gli sforzi compiuti finora?

AP Photo/LaPresse (ph. Peter Dejong)

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/25 – “Tempi Impazziti”, ordinabile qui.

Il 10 novembre 2025, a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, inizierà il negoziato Onu sul clima più incerto e delicato di sempre. Le guerre, i dazi di Donald Trump e il negazionismo climatico delle destre sovraniste hanno rapidamente rimescolato le priorità dei governi, ridimensionando il ruolo, i contenuti e l’identità della transizione ecologica. 

Assistiamo, giorno dopo giorno, a uno stravolgimento delle agende che si sta concretizzando in un indebolimento generale delle politiche “verdi”, considerate – senza giustificazioni scientifiche – meno urgenti rispetto agli anni d’oro del Green deal europeo o della sensibilità climatica dell’ex presidente statunitense Joe Biden. Le priorità sono altre, dicono, ma il cambiamento climatico accelera e non ha intenzione di aspettare. 

Questa inversione di rotta è sicuramente pericolosa per il destino del pianeta (André Aranha Corrêa do Lago, il presidente della sopracitata Cop30, ha detto che ci troviamo «nell’epicentro della crisi climatica»), ma anche ingiusta nei confronti degli sforzi economici, industriali e culturali fatti finora per ridurre le emissioni e limitare gli effetti di un’emergenza moltiplicatrice delle minacce che già affliggono la nostra società. 

L’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha comunicato che nel 2024 le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto un nuovo record, pari a 41,6 miliardi di tonnellate totali. La curva degli eventi meteorologici estremi, non a caso, è in costante ascesa: +485 per cento rispetto al 2015 (dato del 2024) solo in Italia, secondo Legambiente. Sempre il 2024 è passato alla storia come il primo anno con una temperatura media globale più alta di un grado e mezzo (+1,5°C) rispetto ai livelli pre-industriali; per violare l’accordo di Parigi bisogna superare la soglia di rischio per due o tre decenni, ma con l’attuale tasso di riscaldamento potremmo fallire l’obiettivo già entro il 2030. 

Si tratta di dati allarmanti, ma frutto di errori e negligenze risalenti a diversi anni fa, quando la transizione energetica non era ancora entrata nel vivo. Il clima non cambia da un mese all’altro e ha una coda lunghissima, ed è utopico spegnere improvvisamente l’interruttore dei progetti fossili su cui ancora si regge una parte robusta delle nostre economie. Quello che dobbiamo fare è potenziare le soluzioni già disponibili e ridurre i consumi laddove possibile, con l’obiettivo di trovare alternative a gas, petrolio e carbone, principali responsabili del riscaldamento globale.

Questa premessa è necessaria per dire che non stiamo sbagliando tutto: qualche risultato incoraggiante sta arrivando ed è importante sottolinearlo soprattutto oggi, nel cuore di un periodo in cui lo scetticismo climatico sta tornando in voga e l’attivismo verde sta (comprensibilmente) diventando sempre più orizzontale, toccando argomenti come l’inflazione e le guerre.

Iniziamo da casa nostra. A fine maggio, la Commissione europea ha pubblicato i risultati di un’analisi dei Pniec (Piani nazionali integrati per l’energia e il clima) dei ventisette Stati membri, mostrando che siamo «collettivamente» sulla buona strada per rispettare il target al 2030 sulla riduzione delle emissioni nette di gas climalteranti (-55 per cento rispetto al 1990). Secondo i calcoli dell’esecutivo comunitario, entro la fine del decennio riusciremo a tagliare la nostra produzione di gas serra del 54 per cento. Al momento siamo a quota -37 per cento.

All’Unione europea manca quindi un solo punto per centrare l’obiettivo che ha dato il nome al pacchetto di riforme “Fit for 55”, elemento cardine del Green deal annunciato nel dicembre 2019. Tutto ciò, stando alle stime di Bruxelles, accadrà però a una condizione: le politiche climatiche ed energetiche attualmente in vigore dovranno rimanere invariate, senza ulteriori compromessi. Il Green deal, in particolare sull’automotive, è già irriconoscibile rispetto alla sua ambiziosa versione iniziale: ogni singolo passo indietro avrà inevitabili conseguenze a livello climatico. 

Ciò che accade in Europa è collegato alle vicende che riguardano la Cina, primo emettitore globale, che ha conquistato un ruolo dominante nella partita della transizione ecologica, soprattutto per rafforzare la sua sfera di influenza. Pechino controlla una quota che oscilla tra l’80 e il 90 per cento della produzione globale dei minerali critici (rame, litio, nichel, cobalto, terre rare), fondamentali per costruire le batterie delle auto elettriche, i pannelli solari e altre tecnologie alla base della decarbonizzazione dei nostri settori economici. Il suo è un monopolio lungo tutta la filiera: dall’estrazione alle esportazioni (ora in calo a causa dei dazi statunitensi), passando dalla raffinazione e dalle altre fasi di lavorazione. 

Questo vantaggio materiale e strategico ha già portato a un risultato che la scienza del clima non ha esitato a definire confortante: pare che le emissioni cinesi non stiano più aumentando. Un’analisi di Carbon Brief pubblicata a maggio ha evidenziato una riduzione dell’1,6 per cento nel primo trimestre del 2025 (rispetto allo stesso periodo del 2024) e un taglio dell’1 per cento da marzo 2024 a marzo 2025. 

È la prima volta che accade in un contesto di crescita produttiva e incremento della domanda energetica, perché i cali evidenziati negli anni scorsi coincidevano sempre con periodi di debole spinta economica o crisi (la pandemia). Il merito è da attribuire a diversi fattori: le rinnovabili, il nucleare, una minor dipendenza dal carbone e la contrazione della domanda di petrolio dovuta a una buona diffusione dei veicoli elettrici. 

Sono numeri che, dall’altra parte dell’oceano Pacifico, Donald Trump fa solo finta di ignorare, perché tra i suoi obiettivi di inizio mandato c’era quello di contenere il dominio della Cina nelle tecnologie pulite. Nella checklist del suo secondo mandato c’è anche una dismissione legislativa e culturale di tutto ciò che riguarda l’ambiente, il clima e la mobilità sostenibile. Lo vuole fare per ragioni ideologiche, ma soprattutto economiche e reputazionali. Trump è storicamente sostenuto dalle aziende del fossile che, per esempio, hanno finanziato in modo consistente la sua campagna elettorale nel 2024.

Il presidente statunitense ha immediatamente ordinato l’uscita di Washington dagli accordi di Parigi sul clima, sta cancellando ogni riferimento ai temi verdi dai siti governativi, ha ridotto o revocato i finanziamenti alle principali agenzie federali che si occupano di raccogliere dati ambientali e, sulla scia del motto «drill, baby, drill», approverà numerosi progetti di trivellazione per ottenere gas e petrolio in Alaska (un antipasto di ciò che vorrebbe fare in Groenlandia). Chris Wright, segretario all’Energia, ha definito il solare e l’eolico i «parassiti della rete» elettrica.

Tuttavia, non bastano quattro anni per annullare gli sforzi delle precedenti amministrazioni sul piano della transizione ecologica. Nel 2024, il 23 per cento dell’elettricità statunitense veniva prodotto grazie alle rinnovabili. Nonostante Trump, stando alle previsioni dello Short-Term Energy Outlook, la quota salirà al 25 per cento alla fine di quest’anno e al 27 per cento nel 2026. Nel solo mese di marzo 2025, dice il think tank Ember, la generazione elettrica da eolico e fotovoltaico ha raggiunto il 50,8 per cento, superando per la prima volta le fonti fossili. Secondo i calcoli del Global Carbon Project, nel 2024 le emissioni americane sono calate dello 0,6 per cento rispetto al 2023: un segnale timido ma non irrilevante. 

Il fatto più rassicurante è che il solare e l’eolico stanno crescendo anche nei territori a trazione repubblicana. Secondo Climate Central, nel 2023 quattro dei cinque principali produttori statunitensi di energia solare erano “Stati rossi” (repubblicani) o “viola” (in bilico); il mercato delle energie pulite si sta sviluppando «anche nei posti in cui parlare esplicitamente di cambiamento climatico è impensabile», ha detto Sarah Mills, direttrice del Center for EmPowering Communities dell’Università del Michigan. Un esempio calzante riguarda il Texas, roccaforte repubblicana, che nel 2024 ha installato più pannelli fotovoltaici (in rapporto alla popolazione) di qualunque Stato americano. 

I casi fin qui descritti confermano che ridurre le emissioni è possibile, e che la mitigazione climatica può andare di pari passo con la crescita economica. La buona notizia è che molti processi sono ormai avviati, autonomi e redditizi. È vero, il caos globale in cui siamo immersi sta stravolgendo la catena delle priorità, e le guerre sono deleterie anche per il clima e l’ambiente, ma il nostro sistema politico e industriale ha i margini per dare continuità ai risultati ottenuti finora. 

Il riscaldamento globale ha un’inerzia e gli esiti delle misure di mitigazione – a differenza delle strategie di adattamento a livello locale – sono riscontrabili nel lungo periodo. Questo impone una rivoluzione del pensiero di chi ci governa, il cui orizzonte temporale si ferma spesso alle elezioni successive. Uno sforzo difficile ma necessario, soprattutto in questi tempi impazziti.

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