Da quando è tornato alla Casa Bianca all’inizio dell’anno, Donald Trump sta abusando in ogni modo del suo potere per arricchirsi. In questi mesi, proprio come durante il primo mandato, il presidente degli Stati Uniti ha preso soldi dagli oligarchi, ha chiesto un pizzo alle aziende, ha ricevuto regali da Paesi stranieri, ha incassato dalla liberalizzazione delle criptovalute, dalle televendite truffa, e minacciando studi legali e testate giornalistiche. Adesso ha deciso di fare un altro salto di scala: Trump passa direttamente alla cassa federale.
Secondo fonti vicine alla questione citate dal New York Times, Trump sta chiedendo al Dipartimento di Giustizia di pagargli circa duecentotrenta milioni di dollari di risarcimento per le indagini federali che lo riguardano. E un eventuale accordo economico dovrà essere approvato proprio da funzionari del Dipartimento di Giustizia, che oggi lavorano sotto la sua amministrazione. È un conflitto di interessi senza precedenti nella storia americana.
La prima richiesta, presentata alla fine del 2023, riguarda le presunte violazioni dei diritti di Trump durante l’indagine dell’Fbi e del procuratore speciale sul coinvolgimento russo nelle elezioni del 2016. Una seconda denuncia, depositata nell’estate 2024, accusa invece l’Fbi di aver violato la privacy di Trump per la perquisizione nel resort Mar-a-Lago nel 2022, e accusa il Dipartimento di Giustizia di “persecuzione giudiziaria” per averlo incriminato nella gestione di documenti riservati.
Secondo il New York Times, Trump avrebbe definito la situazione «bizzarra e quasi troppo incredibile per essere vera». Lui stesso, con il tono ironico e sprezzante di chi piega la legge per farla franca, ha riconosciuto il paradosso: «Ho una causa che stava andando molto bene, e quando sono diventato presidente mi sono detto: sto praticamente facendo causa a me stesso».
Le sue richieste sono state depositate tramite la procedura amministrativa che precede una causa civile. Normalmente, simili reclami vengono valutati internamente dal Dipartimento di Giustizia, che può decidere di respingerli o di accordare un risarcimento, pagato con fondi pubblici. Ma nel caso di Trump, osserva il New York Times, l’esame delle sue domande spetta oggi a persone che gli devono fedeltà diretta: l’Attorney General Pam Bondi (la ministra della giustizia), il suo vice Todd Blanche (ex avvocato del presidente), il direttore Fbi Kash Patel, e il capo della divisione civile Stanley Woodward Jr., che ha rappresentato vari collaboratori del presidente in procedimenti legati all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. C’è un evidente cortocircuito istituzionale.
Non esistono precedenti di un presidente che chieda un risarcimento al proprio governo per le indagini condotte contro di lui. Peraltro, in questo caso un eventuale pagamento «potrebbe persino avvenire senza annuncio pubblico», scrive il New York Times.