Storia di due bambin*Se non mi trovi, cercami in un fantastico altrove

Sono cresciuti nello stesso condominio. Poi si sono persi e ritrovati, lui trans, lei non binaria e pansessuale. E non si sono più lasciati. Hanno raccontato la loro storia in un volume fotografico

Un fantastico altrove

Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

«Ciao Sam come stai? Vivi a Verbania ora? Ti ho sognato, sto tornando su a casa per l’estate, rimarrò un po’». Samuele e Silvia si conoscono da quando erano bambini e vivevano nello stesso condominio in provincia di Verbania, in Piemonte. Silvia in un appartamento della scala A, Samuele in un appartamento della scala B. Crescendo, le loro strade prendono direzioni diverse: lei si trasferisce a Roma per lavorare e studiare cinema, lui rimane nella piccola cittadina piemontese. Anni dopo si ritrovano. Qualcosa però è cambiato. Trasformandosi in quello che Silvia definisce “un fantastico altrove”. Da quel momento non si sarebbero più lasciati. 

Della loro storia d’amore, iniziata giocando da bambini e proseguita dopo la transizione di Sam, hanno raccolto le tracce in un volume pubblicato dalla casa editrice indipendente di Toronto Lyricalmyrical Books. Il libro raccoglie frammenti digitali, analogici, racconti quotidiani ed estratti di teoria queer, a comporre un diario visuale che racconta come una profonda amicizia amicizia si è trasformata in un immenso amore. Lo documentano le fotografie scattate al fiume, nella vasca da bagno, ma anche cartoline spedite da Amsterdam, dalla Sicilia, e da Bol, scritte a mano per aggiornarsi durante le vacanze estive.

Un fantastico altrove

O ancora: appunti di sogni fantastici, custoditi nelle note del telefono e tra le chat di whatsapp. Ma anche fotografie di rullini dimenticati durante i loro viaggi, che diventano le coordinate per guidare lettrici e lettori verso l’altrove fantastico, immaginato e possibile, di Silvia e di Sam. A proposito delle immagini che raccontano la quotidianità della coppia, Silvia ricorda di aver

fatto un sogno in cui era tutto blu. «Lo annotai su un telefono. Un giorno, di ritorno dai nostri viaggi, ho lasciato per errore i rullini all’interno del bagaglio a mano, ed è passato sotto i raggi X dei controlli dell’aeroporto. Quando sono arrivate le scansioni delle fotografie erano tutte blu». 

Invece di buttarle, Silvia decide di inserirle nel libro, raccontando quel sogno come fosse premonitore. Un fantastico altrove è una cartografia emotiva che ribalta la prospettiva, trasformandosi in un racconto personale e politico. Ed è proprio per questo motivo che nel volume si trovano anche due saggi, curati dalla ricercatrice e studiosa di pratiche queer Micaela Flenda, che descrive l’amore queer come «una geografia emozionale che non appare sulle mappe ufficiali». La descrive come una mappa immaginaria di corpi disobbedienti che si cercano l’un l’altro, nel desiderio. «E così facendo tracciano una topografia dell’insubordinazione, di eccentricità – ex-centrum, “fuori dal centro”. Queer».

Un fantastico altrove

L’immaginazione è sempre stata una facoltà fondamentale per Silvia. «Mia madre veniva da una famiglia molto povera, mentre mio padre veniva da una famiglia molto comunista – racconta a Linkiesta Etc. Da un certo punto di vista, quindi, si tratta in entrambi i casi di circostanze che dispongono verso l’utopia, rivelando il bisogno di immaginare cose che non esistono, una pretesa di giustizia, una forma di rabbia che sia in qualche modo pratica, costruttiva». Dell’infanzia Silvia ricorda, anzitutto, le serate trascorse a fare “giochi immaginativi”, sottolineando quanto siano stati importanti per lei e come lo siano tuttora. 

Pensando a quei momenti ripensa le serate passate a inventare giochi, a cui partecipava anche Sam. «É qualcosa che in qualche modo mi ha formato, sia come sceneggiatrice, sia come persona queer. Parte della mia famiglia viene dal paese di Gianni Rodari, d’altronde, che ha sempre lavorato sulla fantasia. Spesso releghiamo l’immaginazione all’infanzia. Invece è importante coltivare un approccio fantasioso anche in età adulta, altrimenti il mondo diventa grigio e perde le sue sfumature», aggiunge.

Per Silvia, il “fantastico altrove” è proprio quello spazio di possibilità e d’immaginazione che da sempre ricerca nella sua vita. «È un luogo, un altro spazio immaginativo, a volte fisico, a volte soltanto di fantasia. Ed è anche uno spazio sicuro», aggiunge. Un fantastico altrove è anche un invito collettivo a immaginare mondi altri, più giusti e più liberi per tutte e per tutti. L’intreccio tra dimensione personale e politica si radica anche nella geografia e nei luoghi nativi dove prima o poi si decide di tornare.

Un fantastico altrove

«Sam è il primo ragazzo trans out a Verbania», racconta Silvia. «Molte persone queer che conosco hanno lasciato la provincia, perché a volte uno spazio stretto non è uno spazio sicuro». Mentre parliamo, Silvia e Samuele stanno organizzando un pride, proprio a Verbania. Il ritorno nella provincia spopolata, dopo l’esperienza nelle grandi città, diventa per loro un gesto di restituzione: portare l’altrove conquistato e immaginato in contesti più stretti, dove la visibilità delle persone queer è ancora ostacolata da resistenze culturali e sociali. «Qui a Verbania, dove sono cresciuto, nessuno sapeva cosa volesse dire essere transgender, neppure io», racconta Samuele Galli, durante il Ted Talk Verso nuove rappresentazioni: essere un attore trans. E prosegue: «Da bambino non m’importava, non mi sentivo veramente sbagliato. Erano gli altri a sbagliare, a non vedermi com’ero». 

Silvia racconta che al suo speech hanno partecipato tantissime persone trans, molte delle quali non avevano ancora fatto coming out: «Mi ha stupito, perchè nella nostra provincia non c’era nessun tipo di rappresentazione dell’essere una persona transgender», chiude Silvia. «L’incontro con l’altr* racchiude in sè un frammento di discontinuità. Una fenditura non lineare che si apre tra il mondo come è stato e il mondo come può essere», scrive Micaela Flenda nel testo Immaginari in rivolta. In questo scarto, perdo un piccolo pezzo di “io” per riconoscere l’altr* e riconoscermi nell’altr*. Questa riflessione mi riconduce alla forma di Un fantastico altrove: un racconto fotografico di amore queer che non si lascia contenere nelle forme precostituite e normalizzate, ma che anzi, le devia con grazia ed estrema decisione».

Un fantastico altrove

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