Il ceo di OpenAi, Sam Altman, ha acceso un nuovo dibattito sulla produttività nell’era dell’intelligenza artificiale, definendo Slack e app di lavoro simili come facilitatori di «finto lavoro». In un’intervista, ha criticato l’eccessiva dipendenza delle aziende da queste piattaforme, sostenendo che creano l’illusione di essere produttivi senza generare in realtà risultati concreti.
«Slack ha molti aspetti positivi, ma produce un’infinità di lavoro fittizio», ha detto, raccontando di trovarsi spesso davanti a un muro lunghissimo di messaggi inutili. «Sospetto che ci sia qualcosa di nuovo da creare che sostituirà gran parte delle attuali suite per gli uffici», ha spiegato.
Altman immagina «una suite per il lavoro completamente guidata dall’intelligenza artificiale», che da sola metta ordine tra documenti, presentazioni, email, messaggi di Slack ecc. Per Altman la soluzione per la produttività non starebbe più quindi nell’aggiungere maggiore intelligenza artificiale nelle piattaforme, per farsi riassumere i documenti, rispondere in automatico alle email o creare presentazioni. La soluzione per essere più produttivi sarebbe invece quella di farsi gestire del tutto dall’Ia.
In pratica, il ceo di OpenAi immagina un ambiente di lavoro basato su «agenti di intelligenza artificiale» affidabili in grado di prendere decisioni, gestire ed eseguire la maggior parte delle attività di una organizzazione in modo autonomo, coinvolgendo gli esseri umani solo quando necessario. Insomma, prima di scambiarsi messaggi con i colleghi, aspettare la risposta e magari fare pure qualche battuta, questi agenti di Ia «risolvono la maggior parte delle cose di un ufficio e inoltrano i messaggi sulle piattaforme solo quando è davvero necessario», ha detto Altman.
«Finalmente sembra a portata di mano», ha spiegato Altman, alimentando quindi le ipotesi che OpenAi potrebbe sviluppare presto un software simile di nuova generazione, probabilmente basato su Gpt-5, in grado tra l’altro di competere con la suite Copilot di Microsoft.
Siamo quindi ben oltre il «tempo liberato» dall’Ia, che compie i lavori più ripetitivi e noiosi al posto nostro. Qui si chiede all’Ia di prendere anche decisioni al posto nostro. Gli agenti Ia non sono solo tool da utilizzare all’occorrenza, ma veri e propri «colleghi» che lavorano con e per noi.
E in tanti, in effetti, si stanno già muovendo in questa direzione. Workday, multinazionale dei software per la gestione delle risorse umane, ha annunciato da poco l’arrivo sulla propria piattaforma di una squadra di agenti Ia «non tradizionali», che invece di limitarsi a eseguire delle istruzioni, hanno competenze personalizzate e prendono anche decisioni autonome. Una sorta di squadra di «nuovi colleghi» che, grazie al machine learning, è in grado di automatizzare compiti specifici. C’è l’agente che analizza i contratti per individuare opportunità e rischi, quello che aggiorna i dati salariali e propone eventuali aumenti, quello che è esperto in policy di welfare aziendale. L’idea di Workday è di creare un catalogo sempre più numeroso e competente di agenti esperti, in modo che ciascun dipendente possa poi costruire la propria squadra in base alle necessità.
Gli agenti Ia, in realtà, si stanno già sperimentando nell’e-commerce e sulle piattaforme che ci guidano nella scelta dei ristoranti. Portandoci direttamente a una lista mirata di prodotti o pizzerie, senza passare da decine di filtri, con un grande risparmio di tempo.
Ma cosa potrebbe significare tutto questo nelle organizzazioni lavorative? Ci renderanno davvero più produttivi come sostiene Sam Altman?
Secondo il Global Workforce of the Future di The Adecco Group, l’Ia e i suoi agenti possono liberare circa due ore di lavoro al giorno. Il dato italiano, pari a centoundici minuti guadagnati grazie agli algoritmi, è in linea con lo scenario globale. Ma che questo tempo liberato si trasformi automaticamente in aumento di produttività, come vorrebbe Altman, è tutt’altro che scontato.
Secondo il Mit, finora solo il 5 per cento dei progetti aziendali di Ia ha dato risultati concreti, considerando anche gli investimenti che richiede l’adozione di queste tecnologie. Gli economisti sostengono che la rapida diffusione dell’Ia non si tradurrà automaticamente in aumento di produttività. Anzi, si potrebbe anche assistere temporaneamente a una perdita di produttività, con il necessario rimodellamento dei posti di lavoro (la cosiddetta curva a J).
Come racconta il Financial Times, è in corso una lotta tra economisti e informatici sul futuro impatto dell’Ia sull’economia. Chiaramente, c’è un ampio spettro di opinioni tra gli economisti. Ma, al contrario dei grandi guru del tech, l’idea comune è che potrebbe comunque non avere conseguenze maggiori sulla produttività di altre innovazioni tecnologiche del passato.
La scorsa settimana, lo Stanford Digital Economy Lab ha ospitato proprio un seminario per mettere a confronto queste opinioni:
Erik Brynjolfsson, direttore del laboratorio, dopo aver studiato i guadagni di produttività derivanti da precedenti tecnologie come motori a vapore, elettricità e Internet, suggerisce che il maggiore impatto economico deriva spesso da investimenti in aree complementari, piuttosto che da investimenti diretti in queste stesse tecnologie. Ad esempio, ci è voluta un’intera generazione prima che venissero costruite fabbriche che sfruttassero appieno i vantaggi dell’elettricità. I guadagni derivanti dall’Ia, dice, non saranno quindi immediati. «Questi investimenti complementari sono il vero punto di svolta. Richiedono tempo e sono molto complessi», spiega. Per avere vantaggi concreti e tangibili, dovremo prima rendere i luoghi di lavoro a prova di Ia.
Sia gli economisti sia Altman e colleghi potrebbero avere in parte ragione e in parte torto. La crescita della produttività potrebbe alla fine essere molto più elevata di quanto previsto attualmente dalla maggior parte degli economisti. Ma la produttività potrebbe crescere molto più lentamente di quanto previsto da molti guru.
Provate a chiedere il parere del vostro agente Ia di fiducia.
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