Musk selvaggioIl potere dei Cortés digitali spazza via la vecchia politica

Il Partito democratico americano, sedotto dalle competenze tecniche, ha rinunciato per anni a definire limiti e regole per la Silicon Valley. Il risultato è un ecosistema digitale che oggi opera con logiche da Stato sovrano

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Questo estratto del libro “L’ora dei predatori” di Giuliano da Empoli è stato pubblicato Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

Prima di Musk c’è stato Eric Schmidt. Per educazione, per carattere e per tattica, Eric Schmidt è l’esatto contrario di Elon Musk. Tanto quest’ultimo è sfrontato e trasgressivo, tanto il primo è garbato, discreto, conciliante. A vederlo muoversi nei corridoi del Pentagono o in mezzo ai pezzi grossi dell’Aspen Institute, un po’ goffo nel suo completo oversize, sempre sorridente, con un’espressione di infinita tolleranza dipinta sul volto, potrebbe passare per un prete di campagna, di quelli che diventano il pilastro della loro comunità, come accadeva un tempo. In realtà è più simile a un cardinale, di quelli troppo astuti e consapevoli del proprio potere per puntare al soglio di Pietro.

Se il padre di Carlo VIII non voleva che suo figlio imparasse più di queste cinque parole di latino, «qui nescit dissimulare, nescit regnare», «chi non sa dissimulare non sa regnare», pur non essendo il re di Francia ma un semplice professore di economia internazionale, il padre di Eric Schmidt deve aver impartito al figlio una lezione simile. All’inizio degli anni Duemila, quando Google era un’azienda sull’orlo del fallimento, i due geniali sociopatici che l’avevano fondata si resero conto di aver bisogno di un adulto a bordo e si rivolsero a Eric Schmidt.

Da quel momento Schmidt ha preso in mano le redini dell’azienda, trasformando Google nel colosso che è oggi e lasciando i due fondatori, Larry e Sergey, liberi di dedicarsi alle ricerche postumane, le uniche a suscitare il loro interesse. Durante le riunioni del comitato esecutivo a Mountain View, i due restavano immancabilmente incollati ai loro schermi finché Schmidt non cambiava tono: «Larry, Sergey, ho bisogno della vostra attenzione su questo punto». Allora i due riemergevano per qualche istante, prima di ripiombare nella loro ricerca metafisica.

Durante la presidenza Obama, Schmidt era onnipresente. Non appena si parlava di scienza, tecnologia, digitale o politica industriale, lo si vedeva spuntare, col suo completo troppo grande e l’espressione beata, sempre sul punto di rivolgere al pubblico un gesto di benedizione cristiana.

Nel 2012 il suo contributo alla rielezione del presidente democratico è stato di gran lunga superiore a quello di Musk in favore di Trump. All’epoca le cose non si stavano mettendo bene per Obama. L’entusiasmo suscitato dalla sua elezione si era spento da un pezzo, la ripresa economica si faceva attendere e i soldati americani continuavano a morire a causa di ordigni esplosivi improvvisati in Iraq e in Afghanistan. Di tutti gli ingredienti che avevano reso possibile la sua trionfale elezione, ne restava solo uno su cui puntare le ultime fiches: Internet. Per fortuna, sua eminenza Eric Schmidt non era lontano.

Il 20 gennaio 2011 la Casa Bianca annuncia la costituzione della squadra per la rielezione del presidente. Jim Messina, già responsabile della parte digitale della campagna precedente, assume la direzione delle operazioni. Lo stesso giorno, a Mountain View, Eric Schmidt si dimette in sordina dalla sua posizione di numero uno di Google, mantenendo solo quella di presidente, il che gli lascia le mani libere per aiutare il suo protetto Messina a far rieleggere l’amico Barack. Insieme i due elaborano la strategia: costruire la più grande e dettagliata banca dati elettorale mai vista, con l’obiettivo di prendere di mira individualmente ogni elettore in ogni Stato conteso. Se la campagna del 2008 era stata quella di Internet come strumento di comunicazione, quella del 2012dovrà diventare la campagna di Internet come strumento di raccolta di informazioni.

L’operazione viene denominata Progetto Narvalo, dal nome del cetaceo dal lungo corno che emerge dai flutti come un mostro marino cogliendo di sorpresa gli avversari. I repubblicani non si accorgeranno di nulla. Per mesi, sei giorni su sette, quattordici ore al giorno, decine di ingegneri prestati da Google, ma anche da Twitter, Facebook e molte altre aziende della Silicon Valley, lavorano alla creazione di questa potente creatura degli abissi. Grazie a essa, Obama entra nell’anno della sua rielezione con la certezza di conoscere il nome di ognuno dei sessantanove milioni quattrocentocinquantaseimila ottocentonovantasette americani il cui voto lo ha portato alla Casa Bianca.

Benché i voti siano stati espressi a scrutinio segreto, i dati di Narvalo sono così granulari da permettere agli analisti di identificare i sostenitori di Obama in ogni circoscrizione. A ciascun elettore viene assegnato un punteggio di probabilità da zero a cento. Un punteggio zero significa che l’elettore voterà per Romney; un punteggio cento significa che l’elettore è totalmente a favore di Obama. A quel punto non resta che concentrare tutte le risorse sui punteggi compresi tra quarantacinque e cinquantacinque negli Stati cruciali, e il gioco è fatto. Per l’intera campagna Narvalo rintraccia casa per casa gli elettori utili, inviando a ciascuno di loro un messaggio personalizzato in base alle loro idee e ai loro interessi.

Venuta meno la grande visione del 2008, gli strateghi di Obama invertono la marcia. Da strumento per mobilitare, Internet diventa uno strumento per segmentare: un gioco da ragazzi per Schmidt, alla testa della più grande azienda pubblicitaria del pianeta, ma una rivoluzione per la politica americana, e non solo. Nel 2012, per la prima volta, la campagna elettorale nella più grande democrazia del mondo si trasforma in una guerra di software e, grazie al cardinale della tech, la superiorità dei democratici si rivela schiacciante.

La sera delle elezioni Schmidt è al quartier generale della campagna a Chicago: una foto sfocata lo ritrae in jeans e camicia a quadri, circondato da mangiatori di patatine fritte. Quella notte Obama ottiene il cinquantuno per cento dei voti, tre milioni e mezzo in meno rispetto alla volta precedente, ma distribuiti strategicamente in modo tale da consentirgli di conquistare la maggioranza dei grandi elettori. Se la vittoria del 2008 era di natura politica, quella del 2012 ha rivestito un carattere essenzialmente tecnico.

A partire da quel momento l’aura di santità che emana dal cardinale di Google permea ogni angolo dell’amministrazione democratica. Due settimane dopo la rielezione di Obama, la commissione antitrust, che aveva avviato un’azione legale contro Google, archivia la pratica. Già membro dell’Ufficio per le politiche scientifiche e tecnologiche della Casa Bianca, Schmidt viene nominato presidente del primo Defense Innovation Board, responsabile delle strategie per «garantire la supremazia tecnologica e militare degli Stati Uniti» – secondo la missione da lui stesso formulata per questo nuovo organismo –, e poi della prima Commissione sull’intelligenza artificiale: il cardinale si è stabilito al centro del reattore e la sua parola fa testo su tutti i temi del futuro.

La parabola del cardinale di Google non è che l’esempio più clamoroso degli innumerevoli casi di conquistadores del digitale che sono andati a braccetto con i democratici per anni, praticamente fino alla fine dell’amministrazione Biden. Questa vicinanza ha fatto sì che il partito degli avvocati, sempre puntiglioso circa il rispetto delle norme e dei diritti, abbia dimenticato di imporre la benché minima regola alle piattaforme su cui si è spostata gran parte della vita politica della nazione.

Anche dopo la prima elezione di Trump, quando era ormai chiaro che il potere delle piattaforme stava alterando profondamente il funzionamento della democrazia americana, i democratici non hanno mai pensato sul serio di fare il più piccolo tentativo per imporre un minimo di responsabilità a coloro che erano chiaramente diventati i nuovi padroni del vapore. E, quando la partita si è spostata sul terreno dell’intelligenza artificiale, il partito degli avvocati ha mantenuto la stessa olimpica indifferenza, limitandosi a qualche incontro cordiale con i capi di Google e Microsoft.

È grazie a loro se oggi l’IA, invece di svilupparsi sotto il controllo dei governi, come nel caso delle armi atomiche e di altre tecnologie militari, si dispiega in maniera incontrollata nelle mani di aziende private che assurgono al rango di Stati-nazione.

Per trent’anni, dalla metà degli anni Novanta a oggi, i democratici americani si sono sdraiati di fronte agli imprenditori della tech che hanno così potuto trasformarsi dai simpatici nerd un po’ Asperger, che promettevano un futuro di fraternità universale, in spaventosi moloch, sempre affetti da Asperger, impegnati in una guerra spietata per la supremazia planetaria e intergalattica.

«L’impero messicano è stato, in un certo senso, conquistato dai messicani», osservava uno dei primi storici della colonizzazione spagnola all’epoca di Montezuma II. Un manipolo di avventurieri, sprovvisti di mappe e senza alcuna conoscenza della lingua e dei costumi locali, non sarebbe mai riuscito a impadronirsi dello Stato più potente d’America e della sua capitale di duecentomila abitanti, se non avesse potuto contare sulla complicità dei signorotti locali, intimoriti dalle stregonerie dei nuovi arrivati o allettati dalla prospettiva del guadagno.

Nell’era della colonizzazione digitale i leader moderati hanno svolto la stessa funzione. Alcuni di loro hanno addirittura cambiato casacca, mettendosi al servizio dei nuovi conquistadores.

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Questo estratto del libro “L’ora dei predatori” di Giuliano da Empoli è stato pubblicato Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.

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