Trasparenza occidentaleLe dimissioni di Yermak, e la democrazia ucraina messa ancora una volta alla prova

Il capo di gabinetto di Zelensky ha lasciato l’incarico dopo giorni di polemiche. La buona notizia però è che questo episodio dimostra ancora una volta la resistenza delle istituzioni del Paese, capace di affrontare scandali di alto livello senza indebolire lo Stato né compromettere la tenuta del fronte

AP/Lapresse

Andriy Yermak, il capo di gabinetto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha rassegnato le sue dimissioni venerdì pomeriggio. La decisione è arrivata nel pieno di uno scandalo di appropriazione indebita da cento milioni di dollari che ha già portato al licenziamento di due ministri e ha persino minacciato di far cadere l’intero governo ucraino – anche se quest’eventualità è sempre sembrata molto remota. «Sono grato ad Andriy per aver sempre rappresentato la posizione dell’Ucraina nel percorso negoziale esattamente come meritava», ha detto Zelensky in un videomessaggio in cui annunciava le dimissioni di Yermak. Poi ha aggiunto di aver accettato le dimissioni per «evitare voci e speculazioni» sul suo capo di gabinetto.

Yermak era finito al centro di un’indagine da parte delle due principali agenzie nazionali anticorruzione ucraine, Nabu e Sapo, che venerdì hanno anche perquisito alcune sue proprietà. L’indagine denominata Operazione Mida va avanti da quindici mesi e ha prodotto almeno mille ore di intercettazioni telefoniche. Gli inquirenti parlano di un gruppo di addetti ai lavori che avrebbe chiesto tangenti fino al quindi percento sui contratti assegnati dal colosso del nucleare ucraino, Energoatom (di proprietà dello Stato), compresi quelli per i rifugi antidrone e antimissile costruiti per proteggere le centrali elettriche.

Al di là del merito del caso giudiziario, si tratta della più grossa inchiesta per corruzione in Ucraina dall’inizio dell’invasione su vasta scala, e forse dell’intera amministrazione Zelensky. Alcuni dei più stretti alleati di Zelensky sono stati a vario titolo collegati a questa storia. Tra questi c’è anche un ex vice primo ministro, un ex socio in affari di Zelensky e l’ex ministro dell’Energia. Ogni volta, Zelensky ha cercato di prendere le distanze da chi risultava corrotto o comunque metteva a rischio la tenuta delle istituzioni democratiche ucraine. Il presidente ha sempre fatto capire che chiunque sia coinvolto in episodi di corruzione governativa dovrebbe essere punito e lasciare l’incarico.

Il procuratore capo anticorruzione Oleksandr Klymenko aveva fatto sapere che Yermak è coinvolto in un tentativo illecito di influenzare l’operato di Nabu e Sapo per ostacolare le indagini sugli otto sospetti dell’inchiesta – tra questi c’è Timur Mindich, stretto collaboratore del presidente, indicato come presunto organizzatore dello schema illecito secondo l’accusa.

Ci sono state reazioni politiche di ogni tipo in Ucraina. All’interno del partito di Zelensky qualcuno ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze sulle istituzioni e sulla tenuta democratica dell’Ucraina. Ma le reazioni più forti sono arrivate dall’opposizione guidata dal partito Holos, che ha chiesto le dimissioni immediate di Yermak, sottolineando che la vicenda potrebbe minare la credibilità dell’ufficio presidenziale. Daria Kaleniuk, direttrice esecutiva del Centro d’azione anti-corruzione dell’Ucraina, un’organizzazione che promuove riforme anti-corruzione e giudiziarie nel Paese, ha detto che le perquisizioni precedono spesso la formalizzazione delle accuse, e che le misure adottate indicano un possibile imminente atto di accusa nei confronti di Yermak.

Sul piano politico, Zelensky non aveva molte carte da giocare. Accettare le dimissioni di Yermak, di fatto il numero due del governo (uno che tra l’altro si era fatto pochi amici nella politica ucraina e in Europa), potrebbe essere stata la mossa che garantisce la tenuta dell’esecutivo dopo settimane di difficoltà.

Ma tutta questa vicenda dimostra che in Ucraina le istituzioni democratiche continuano a funzionare come in un qualsiasi altro Paese europeo, in alcuni casi anche meglio. Le indagini sono andate avanti in modo trasparente, mentre il Paese si difende da una guerra di aggressione da quasi quattro anni: sono sintomi di istituzioni funzionanti e di uno Stato democratico sano. La capacità di affrontare scandali di alto livello, senza nascondere i vertici dello staff presidenziale, dimostra che il sistema giudiziario e anticorruzione mantiene autonomia e incisività.

Il dibattito pubblico, le reazioni politiche e la copertura mediatica internazionale non indeboliscono lo Stato, ma ne rafforzano la credibilità agli occhi della comunità internazionale, soprattutto per gli alleati europei. Le dimissioni di Yermak testimoniano l’elasticità della democrazia ucraina, capace di bilanciare le esigenze della sicurezza nazionale con la responsabilità istituzionale. L’azione di Nabu e Sapo, condotta in piena trasparenza, mostra che il Paese non solo combatte sul fronte militare, ma si impegna anche nella costruzione di istituzioni robuste e nella tutela della legalità interna.

In questo contesto, le dimissioni del capo di gabinetto non vanno interpretate come un segno di debolezza del governo, bensì come l’esempio concreto di un sistema democratico in grado di perseguire i propri principi anche nei momenti più difficili. La capacità dell’Ucraina di portare avanti un procedimento di tale portata contro figure di vertice dello Stato indica uno Paese resiliente, pronto a rafforzare le sue istituzioni e a confermare il rispetto della legge, indipendentemente dalle pressioni politiche o militari. Perché Kyjiv non è Mosca. E anche con la legge marziale in corso, con le sirene e i missili russi pronti a colpire, la democrazia ucraina si fa sentire.

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