Dai e dai, vuoi vedere che il mitico campo largo si riequilibra al centro? I numeri delle Regionali non sono al riguardo chiarissimi, ma si nota da una parte questo buon esordio di Casa riformista e dall’altra una piccola perdita di slancio di Alleanza verdi e sinistra: le estreme, chiamiamole in questo modo, tendono a equivalersi. Roba minuta, si dirà, quasi da entomologi: e in buona sostanza è così. Anche se può essere una pista per indovinare una tendenza che – e questo sarebbe più importante – potrebbe accompagnarsi a una evoluzione di Elly Schlein, adesso che si è messa a correre all’inseguimento della rivale Giorgia Meloni per un match seppure fuori casa, nella notte di Atreju a Castel Sant’Angelo, dove Tosca si lanciò nel vuoto.
Dunque, Casa riformista è andata bene laddove si è presentata, ci vuole del tempo per essere in campo ovunque, il tam tam mediatico di Matteo Renzi deve aver funzionato e un po’ di professionismo politico ha fatto il resto: per esempio, presentarsi sotto il nome di Eugenio Giani in Toscana è stato un piccolo capolavoro che ha fruttato l’8,8 percento; in Campania non ha certo nuociuto l’apporto di Cesaro jr., ex Forza Italia, (5,7); e pure il 4,4 in Calabria è un buonissimo risultato. Una prima volta, a macchia di leopardo.
Dall’altra parte, Avs resta inchiodata a quel quattro, cinque per cento che sembra uno spazio identitario chiuso, una stanza in cui il partito respira ma non cresce. Alle Europee l’effetto-Ilaria Salis aveva regalato un lampo di energia, ma la politica non vive solo di effetti speciali. Lo smacco psicologico in Puglia, dove l’ondata sinistrorsa di Antonio Decaro ha ingoiato voti preziosi a un redivivo Nichi Vendola con Avs che non entra nel consiglio regionale, simbolicamente è una pagine non felice.
Il partito di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli rischia un certo oscuramento nella misura in cui Schlein va prendendo tutta la scena con una linea non troppo dissimile dalla loro. Man mano che si avvicina, anche se solo psicologicamente, la riva del governo, l’elettorato di sinistra punterà tutto sul Partito democratico, e questo per Avs sarà un problema.
In questo senso è destinata a scontare una sostanziale marginalità se dovessero esserci le primarie tra la leader del Pd, Giuseppe Conte e un riformista, come ha già annunciato Renzi (Silvia Salis è in pole position): non sarà quella la partita di Nicola e Angelo, i fratelli rossoverdi che – ha osservato malignamente qualcuno – «si marcano a vicenda e potrebbero presentarsi entrambi». Più che altro, da quella parte del campo si nota poco movimento, a partire dal fatto che la stagione del Movimento (proPal) si va esaurendo: neppure quel propellente di massa è più a disposizione.
Piuttosto è al centro che si attendono le manovre più significative. In attesa di capire fino in fondo le prospettive di Più Uno, il gruppo che si va raccogliendo intorno a Ernesto Maria Ruffini, e quelle dei civici di Alessandro Onorato e Silvia Salis, per ora resta l’attivismo di Renzi, che fa a gara con Schlein su chi picchi più duro contro Meloni.
A Italia viva, embrione di Casa Riformista, semmai sembra mancare un protagonismo sul terreno delle proposte riformiste, probabilmente per non scavare solchi con Schlein, ma una sua caratterizzazione in questo senso sarà inevitabile, se vuole conquistare consensi: altrimenti il rischio è che uno voti direttamente Pd.
Mentre non sfuma, pur con tutto il scetticismo del caso, la speranza che Carlo Calenda possa in qualche forma appoggiare il campo largo. Il leader di Azione gira l’Italia e in particolare dialoga con gli studenti in cinquanta affollati incontri nelle università, non teme le contestazioni di pochi studenti rissosi e russofili, vuole costruire un centro liberal-democratico autonomo dai due attuali schieramenti e quindi non cede alle sirene di chi lo vorrebbe con sé, a sinistra e a destra.
Sempre, però, che Giorgia Meloni non percorra in modo irreversibile la strada della deriva orbaniana con le contestazioni al Capo dello Stato, la forzatura sul premierato e l’abbandono dell’Ucraina e dell’Europa su indicazione di Trump. In quel caso, ha detto Calenda ieri sera a Milano, «il campo di gioco cambierebbe e farei di tutto per sconfiggere questo scenario illiberale».