Un anno dopoAscesa e ancora lontanissima caduta di Donald Trump

A Linkiesta Festival, il direttore del Post Francesco Costa ha commentato i primi dodici mesi del secondo mandato del presidente degli Stati Uniti

Gaia Menchicchi

Un anno dopo aver vinto le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump ha sconquassato il mondo e non ha intenzione di smettere. Limposizione di dazi con piglio da televenditore, la sceneggiata nello studio ovale con Zelensky, il bombardamento in Iran, la tregua fragile tra Israele e Hamas; sono solo alcuni degli episodi in cui il presidente degli Stati Uniti ha provato a lasciare il suo segno nella storia. Dodici mesi dopo la vittoria contro Kamala Harris e quasi nove dal secondo insediamento alla Casa Bianca è tempo di fare un primo bilancio della presidenza Trump, anche per capire come andranno i prossimi tre anni.

«La condizione di “leader del mondo libero” non è un premio che si vince alle elezioni né un titolo che ci si porta dietro per consuetudine diplomatica. È una questione di potenza economica, commerciale e militare, e gli Stati Uniti restano centrali in un’enorme varietà di mercati e contesti geopolitici. Ma ciò che secondo me è cambiato è la direzione verso cui quella leadership sta portando l’Occidente, una direzione molto diversa persino rispetto al passato recente. Oggi gli americani hanno iniziato a usare l’interdipendenza in modo più aggressivo, anche verso gli alleati. In parte è il mandato politico che Trump ha ricevuto: gli alleati accusati, per citare J.D. Vance, di essere “parassiti”. Per far parte di questo club, la cui leadership è ancora americana, oggi è richiesto qualcosa di molto diverso. E questa, per me, è la vera novità», ha detto Francesco Costa, direttore del Post, rispondendo alle domande del direttore de Linkiesta Christian Rocca nel panel di chiusura dell’ultima giornata, organizzata assieme al Circolo Matteotti, del Festival 2025.

Costa ha messo in fila le crepe più vistose del rapporto tra Washington e Bruxelles. Ha ricordato come l’Europa invochi da anni una “autonomia strategica” che però, nei fatti, resta ferma ai documenti ufficiali e agli incontri tra ministri. E ha spiegato che la traiettoria impressa dagli Stati Uniti non è solo più dura: è meno prevedibile, meno orientata alla costruzione del consenso attraverso il commercio, più incline all’uso della forza economica. È un cambiamento che pesa più di qualsiasi oscillazione elettorale.

Sul palco del Teatro Parenti, il direttore del Post ha anche commentato la vittoria di Zohran Mamdani, il trentaquattrenne diventato sindaco di New York. «Mamdani è stato monotematico: ha parlato tantissimo di costo della vita. È la lezione che ha detto di aver tratto dal voto dell’anno scorso: il famoso video in cui dopo la vittoria di Trump chiedeva agli elettori perché lo avessero votato, e tutti rispondevano “per i prezzi”, “per l’inflazione”». Costa ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un espediente retorico, ma di un’impostazione progettuale: un candidato giovane, senza ombre nel passato, che ha costruito la propria identità politica attorno a un’urgenza materiale chiarissima per gli elettori, accettando interviste scomode, a differenza di Kamala Harris, e mostrando un’agilità comunicativa che ai democratici è mancata nelle ultime tre campagne presidenziali.

Costa ha confrontato il caso di Zohran Mamdani con quello di Abigail Spanberger, l’ex agente della Cia che ha appena conquistato la governatura della Virginia, uno degli Stati chiave nelle presidenziali. «Mi sembra che due politiche così diverse come Spanberger e Mamdani abbiano qualcosa in comune: erano persone giuste, al posto giusto, con le qualità giuste nel contesto giusto». 

Ma perché negli Stati Uniti, che sia Trump o Mamdani, delle proposte così manifestamente irrealizzabili vengono premiate dagli elettori? «Che le proposte siano assurde non importa: importano la comprensibilità immediata, la presa diretta, il posizionamento inequivoco». Una logica semplice, che spiega molta della forza politica di Trump: chi ascolta coglie subito da che parte stia il candidato, indipendentemente dalla fattibilità dei suoi piani. Promettere un muro pagato dal Messico, o autobus gratuiti finanziati da “altri”, funziona come segnale identitario, non come promessa credibile.

Quando Rocca ha chiesto come questa dinamica si concili con il caos provocato dallo shutdown, ovvero gli stipendi federali sospesi, voli cancellati, aeroporti in tilt, una sentenza che limita l’accesso ai buoni alimentari, Costa ha risposto: «Trump ha un istinto politico formidabile. Ma questo istinto non va confuso con la capacità di giudicare due misure economiche e capire quale funzioni e quale no. È convinto, ad esempio, che i dazi aiutino l’economia americana, ma è falso, una sciocchezza. È convinto che senza governo tutto andrebbe meglio, altra sciocchezza». Un presidente capace di leggere gli umori dell’elettorato, ha concluso, può comunque sbagliare clamorosamente nel valutare gli effetti concreti delle sue decisioni. E in questo caso, quelle decisioni stanno già presentando il conto politico. 

Secondo Christian Rocca c’è una differenza fondamentale tra il primo e il secondo mandato di Trump, così paradossale da far sembrare il periodo alla Casa Bianca dal 2017 al 2021 quasi normale, perché allora, per quanto caotica, la macchina della Casa Bianca era comunque permeata da figure dell’establishment conservatore in grado di frenare gli eccessi del presidente. Il direttore de Linkiesta ha ricordato il turnover vorticoso dei primi mesi, i collaboratori assunti e licenziati in dieci giorni, gli ordini esecutivi che venivano letteralmente sottratti dalla scrivania mentre Trump si distraeva. Oggi invece, ha detto, il presidente è circondato da fedelissimi che «somigliano molto di più a quei funzionari in uniforme che seguono Kim Jong-un prendendo appunti mentre lui parla», ministri e advisor che aprono ogni riunione celebrandone la «lungimiranza» e la «leadership». È questo, ha insistito Rocca, a rendere la seconda amministrazione molto più pericolosa della prima.

E in questo secondo mandato sta reggendo il sistema dei pesi e contrappesi americano? Secondo Costa, la loro forza effettiva è oggi molto più debole. Non perché la Costituzione sia cambiata, ha precisato, ma perché sono cambiate le persone che devono farla funzionare: giudici, rettori, dirigenti d’azienda, editori, amministratori pubblici. Trump non sta ottenendo risultati attraverso leggi o ordini esecutivi, ma tramite la minaccia costante del contenzioso. Una tattica semplice e brutale: «O vi adeguate o vi facciamo guerra. Forse vincerete fra dieci anni, dopo i ricorsi, ma intanto vi facciamo passare un incubo».

L’effetto, ha spiegato il direttore del Post, è visibile in moltissimi settori: università che hanno cambiato regolamenti per evitare di perdere fondi; grandi aziende che hanno preferito transigere piuttosto che finire nel mirino della Casa Bianca; testate giornalistiche che hanno modificato decisioni editoriali pur di non aprire una battaglia legale. «In molti casi il conflitto nemmeno nasce: nessuno presenta ricorso, nessuno fa causa, ci si adegua». È questa acquiescenza preventiva, più ancora delle pressioni formali, a produrre una espansione di fatto del potere presidenziale, anche se quando le controversie arrivano davvero in tribunale, Trump perde due terzi delle cause.

Per quanto riguarda le elezioni di midterm, Costa ha ricordato che la dinamica storica delle elezioni statunitensi suggerirebbe una probabile riconquista democratica della Camera. Lo svantaggio è minimo, e nel dopoguerra il partito all’opposizione ha quasi sempre guadagnato seggi nelle elezioni di metà mandato. Questa volta, tuttavia, il quadro è complicato dal gerrymandering. In Texas i repubblicani hanno ridisegnato i distretti ottenendo fino a cinque seggi aggiuntivi; in California si è tentato un riequilibrio con un referendum che introduce un ridisegno speculare. Costa ha definito questa competizione cartografica «un livello di avventurismo politico folle», ricordando che perfino Barack Obama oggi sostiene che i democratici non possano sottrarsi a questo terreno di scontro. Ma ha avvertito anche che queste manovre sono basate su previsioni elettorali incerte: la virata delle aree suburbane dopo il 2010 e l’oscillazione del voto latino in questo ciclo mostrano quanto sia rischioso ritenere “a prova di bomba” i distretti appena ridisegnati.

Da mesi Donald Trump lascia intendere, in modo più o meno esplicito, di voler correre per un terzo mandato. Una prospettiva che il ventiduesimo emendamento della Costituzione vieta, stabilendo che non si può «essere eletti più di due volte» alla presidenza. Sul palco del Parenti, Rocca ha spiegato che alcuni ambienti trumpiani stanno tentando di aggirare il divieto con argomentazioni fantasiose: sostengono che l’emendamento si applichi solo ai mandati consecutivi, e che quindi un terzo tentativo sarebbe legittimo.

Secondo Costa, la forzatura più verosimile non passerebbe da una modifica delle regole costituzionali, ma da un espediente procedurale: farsi eleggere come vicepresidente e poi provocare le dimissioni del presidente in carica. Per esempio la presidenza potrebbe essere inizialmente affidata a J.D. Vance, ma una volta insediato dovrebbe però dimettersi per consentire a Trump, in qualità di vicepresidente, di subentrare alla Casa Bianca.

Pur giudicando l’ipotesi irrealistica, il direttore del Post ritiene probabile che qualcuno tenterà comunque di formalizzarla, innescando ricorsi, contro-ricorsi e un percorso giudiziario destinato a risalire la catena fino alla Corte Suprema. Ma qui «va ricordato un fatto: nel 2021 la Corte Suprema si espresse 9 a 0 contro di lui. Questo non significa che succederà di nuovo. Oggi ci sono molte ragioni per essere pessimisti, e l’ho detto fin dall’inizio. Ma ci sono anche ragioni per avere speranza».

Infine Rocca e Costa hanno parlato dei possibili candidati del Partito democratico alle prossime elezioni presidenziali. «Nel 2005, un anno dopo la seconda, sorprendentemente ampia, vittoria di George W. Bush, Barack Obama era praticamente sconosciuto, tranne ai pochi ossessionati di politica americana. Quindi c’è ancora tempo perché emerga qualcuno di completamente nuovo, capace di cambiare il quadro come accadde allora», ha spiegato Costa, secondo cui ci sono due nomi che al momento hanno un vantaggio evidente sugli altri: Gavin Newsom, dalla California, e Alexandria Ocasio-Cortez, giovane deputata dell’ala progressista del partito, cresciuta nell’orbita di Bernie Sanders. In termini di presenza mediatica e capacità di raccogliere fondi, nessuno si avvicina a loro due. E questo conta molto, soprattutto nella sfida quotidiana con Trump, ma Costa fa «fatica a immaginare Newsom presentarsi agli americani con un curriculum di governo che, diciamolo, non è positivo. La California oggi non è ricordata per buona amministrazione, qualità della vita o costi accessibili delle case», così come gli sembra difficile che una candidata come Ocasio-Cortez possa essere competitiva in Stati come l’Indiana o l’Ohio. La partita è aperta.

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